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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL PELLEGRINAGGIO DELL'ARCIDIOCESI DI MILANO
Sabato,
8 novembre 1986
Signori cardinali, amati confratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
carissimi fedeli di Milano.
1. Grazie della vostra visita!
Siete venuti in pellegrinaggio a Roma, per ricambiare la mia visita pastorale a
Milano nel novembre 1984 in occasione del IV centenario della morte di san Carlo
Borromeo. È per me motivo di grande gioia il rivedere voi, che rappresentate la
grande diocesi ambrosiana e la dinamica metropoli lombarda! A tutti porgo il mio
cordiale saluto.
La
vostra presenza richiama alla mia memoria il ricordo commosso dell’itinerario
di fede e di preghiera compiuto in quei giorni; rivedo con gli occhi del cuore i
luoghi toccati in quel cammino denso di spiritualità e di riflessione sulle
orme incancellabili del santo arcivescovo.
Sono
passati quattro secoli dal tempo in cui san Carlo svolse la sua straordinaria
missione; ma gli effetti di quell’opera permangono vivi ancor oggi e sono per
voi un motivo di gloria e insieme un costante richiamo al senso di responsabilità:
nella società di oggi voi dovete continuare a rendere testimonianza al
messaggio che egli in nome di Cristo e della Chiesa vi ha lasciato, vivendo con
coraggio la fede e la carità, in piena coerenza con i principi del Vangelo. San
Carlo vi assista sempre, vi aiuti, vi ispiri in questa prospettiva ardua, ma
esaltante!
2. Il vostro pellegrinaggio
assume anche il valore di una proposta pastorale e formativa per l’avvenire:
infatti sono rappresentate tutte le forze vive della diocesi: col card. Carlo
Maria Martini, che ringrazio per le nobili parole con cui ha interpretato i
vostri sentimenti, e col card. Giovanni Colombo, che sempre porta in cuore la
sua amatissima comunità, vi sono i vicari generali, i pro-vicari e i vicari
episcopali di zona; sono presenti sacerdoti, religiose e laici operanti “in
loco”; vi è pure un gruppo di malati trasportati dalle organizzazioni ad hoc,
come anche una rappresentanza di Giovani di Azione Cattolica e di diverse
Associazioni e Movimenti ecclesiali.
Siete
davvero una schiera eletta di persone profondamente sensibili all’ideale
cristiano, venute a Roma per sentire la parola del Papa e ritornare poi in
diocesi a lavorare con rinnovato fervore e con fiduciosa speranza nei rispettivi
campi di apostolato. Voi celebrate quest’anno il giubileo del Duomo, nel
ricordo del sesto centenario della sua fondazione. Per la circostanza ho voluto
che poteste beneficiare delle stesse indulgenze e facoltà degli anni santi. Il
grandioso tempio è diventato così, in questo periodo, centro di profonda
spiritualità e luogo di pellegrinaggi anche dall’estero.
Indubbiamente
il Duomo, gigantesco monumento di fede e di arte, in cui la grandezza del genio
architettonico si unisce alla potenza dell’elevazione mistica, costituisce il
cuore di Milano e quasi il simbolo della città. Da quel lontano giorno del
maggio 1386, quando il duca Gian Galeazzo Visconti pose la prima pietra e il
vescovo Antonio di Saluzzo la benedì, il Duomo è stato il centro intorno al
quale si è svolta la vita di Milano, in esso convergendo la sollecitudine della
Chiesa, la liberalità dei ricchi, il sacrificio del popolo, il lavoro dei
cittadini. Di anno in anno, di secolo in secolo la costruzione si è sviluppata
fino a diventare quello stupendo ricamo di marmo, che tutti ammiriamo, con le
sue 135 guglie, i 96 doccioni, le oltre tremila statue e all’interno le
maestose colonne e quell’atmosfera di intimo raccoglimento, a cui non piccolo
contributo arrecano anche le artistiche vetrate multicolori. L’impegno dei
milanesi per il loro Duomo si è espresso anche negli anni recenti con un
notevole complesso di lavori, culminati nella ristrutturazione dell’intero
presbiterio, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II.
Ma,
come voi ben comprendete, il Duomo non è e non deve essere soltanto un
meraviglioso monumento artistico; esso è soprattutto un simbolo di vita e un
segno di fede cristiana. Di fatto, intorno al Duomo ha gravitato in questi sei
secoli un po’ tutta la storia di Milano. In ogni avvenimento gioioso e triste
i milanesi sono accorsi nel loro Duomo, attorno al loro vescovo, dando così
alla cattedrale un significato fondamentale e insostituibile per le vicende sia
civili che religiose della città. Continuate a fare in modo che il vostro
monumentale Duomo sia veramente - come ogni cattedrale - simbolo del corpo
mistico della Chiesa, a cui convergono tutte le altre chiese e parrocchie; come
sede della cattedra del vescovo, sia il centro al quale fanno riferimento i
fedeli dell’intera comunità diocesana per riceverne l’irraggiamento dei
perenni valori della fede; sia luogo di preghiera e di culto, a cui possono
attingere luce, serenità, conforto quanti nell’odierna società secolarizzata
sono, come un tempo Agostino, alla ricerca della Verità.
3. Un secondo motivo ha
suggerito il vostro pellegrinaggio, ed è la commemorazione della conversione di
sant’Agostino, che avvenne appunto sedici secoli fa, nell’estate del 386, e
si concluse con il battesimo ricevuto da sant’Ambrogio nella Pasqua
dell’anno successivo. Come è noto, ho voluto sottolineare lo storico
avvenimento con una speciale lettera apostolica, nella quale ho messo in
evidenza il significato di quella conversione e la sua importanza per la Chiesa
di tutti i tempi. Nella vicenda del grande Ipponense possono trovare conforto e
orientamento anche quanti oggi brancolano nel buio e cercano una risposta
appagante agli interrogativi che assillano il loro cuore. Agostino, dopo
drammatiche e tormentate esperienze esistenziali e filosofiche, giunse
finalmente alla Verità cattolica grazie all’esempio e alla parola del vescovo
Ambrogio e del prete Simpliciano, ma grazie anche alle preghiere e alle lacrime
della madre Monica. Nell’odierna società, percorsa da correnti di pensiero
fra loro contrastanti, molte sono le persone che cercano con ansia sincera, come
Agostino, il senso vero della vita e della morte.
Si
potrebbe persino affermare che la storia umana, vista in profondità, è un
grandioso intreccio di conversioni riuscite o di conversioni mancate. In tale
intreccio ognuno è personalmente implicato, giacché resta sempre vero che il
nostro cuore può riposare soltanto in Dio, essendo per lui creato (cf. S.
Augustini Confessiones, 1, 1). Agostino continua però a ricordare a
ciascuno che “se la verità non si brama con tutte le forze dell’animo, non
la si può assolutamente trovare” (Eiusdem De dono perseverantiae, 20,
53).
Carissimi
fedeli della terra in cui Agostino fu definitivamente conquistato dalla grazia,
siate voi, con la vostra fede irradiante e la vostra carità concreta, incentivo
e stimolo alla conversione di tanti che, tormentati dal dubbio, cercano la verità
e la grazia. “Abbiate la fede con l’amore - vi dico con sant’Agostino
-. Non potete aver l’amore senza la fede” (Eiusdem Sermo 90, 8).
“Se non credi, non ami . . . Perché è la carità accompagnata dalla fede che ti
conduce alla pace” (Eiusdem Sermo 168, 1).
4. Carissimi
fratelli e sorelle, voi siete venuti a ritemprare la vostra fedeltà a Cristo e
alla Chiesa sulla tomba di Pietro, per meglio prepararvi al convegno diocesano
sulla carità, che si articola intorno al tema “Farsi prossimo”. Sarà
quella la tappa conclusiva di un ampio progetto pastorale, iniziato nel 1980, e
che dovrà in seguito coinvolgere a fondo l’intera comunità. Apprezzo
sinceramente questo grande sforzo di organizzazione e di sensibilizzazione, e
auspico di cuore che veramente si possano formare le coscienze sul valore della
carità, in cui ogni altro valore trova la sua fondazione e il suo
coronamento.
Carissimi!
La Chiesa milanese si appresta a celebrare un’altra grande festa, attesa da
molti anni e auspicata da tante illustri personalità e dal buon popolo fedele:
la beatificazione del card. arcivescovo Andrea Carlo Ferrari. “Dopo san Carlo
- così disse il card. Schuster - fu colui che nella diocesi ha lasciato una
più luminosa scia di santità nel governo pastorale, in tempi assai burrascosi
e in un’atmosfera non sempre favorevole . . . Ille erat lucerna ardens et lucens”. Devotissimo
della Madonna, volle come motto del suo stemma vescovile le parole “Tu, fortitudo mea” e in Maria cercò sempre luce e sostegno negli anni del suo
ministero, fino agli ultimi giorni, quando affrontò la terribile malattia
aggrappandosi alla corona del Rosario.
La
Vergine santissima, che domina dalla più alta guglia del Duomo sulla vostra
città e su tutta la diocesi, sia anche per voi sorgente di “fortezza”
spirituale così che possiate realizzare con fervorosa perseveranza i propositi
del vostro pellegrinaggio romano, per il bene della Chiesa e dell’intera
società.
E
vi sia propizia anche la mia benedizione, che ora vi imparto di gran cuore e che
volentieri estendo a tutti i fedeli della cara terra di sant’Ambrogio e di san
Carlo!
© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana
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