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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL NORD DELL'AFRICA
IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Venerdì, 3 ottobre 1986

 

Cari fratelli nell’episcopato

1. Quasi cinque anni fa vi ho ricevuti in visita “ad limina”, e la mia gioia è sempre così grande nell’accogliervi, per sentire la testimonianza particolare della vita delle vostre comunità cristiane, e per confermarvi nella speranza. Ringrazio il signor presidente per il suo omaggio; ringrazio il caro card. Duval e ciascuno dei vescovi che partecipano a questo incontro.

Voi stessi ci tenete a fare di questa visita un tempo forte dei legami che vi uniscono alla Santa Sede e per mezzo suo alla Chiesa universale: avete previsto degli scambi approfonditi con tutti i Dicasteri. La vostra situazione di cristiani dispersi in un mondo musulmano vi fa sentire ancor di più la necessità di situarvi proprio nel cuore della Chiesa universale, e di apportarvi il vostro contributo. Da parte mia, ho ben presente le diverse situazioni di ciascuna delle vostre diocesi, prelature o vicariati apostolici; e attraverso le vostre persone, saluto tutti i cristiani affidati alla vostra responsabilità pastorale, con un pensiero speciale per coloro che sono provati e in situazioni di precarietà.

2. Quest’anno, la Chiesa intera ha gli occhi fissi sull’Africa del Nord per l’anniversario della conversione di sant’Agostino. Questo avvenimento memorabile ha dato luogo non solo alla mia lettera apostolica Augustinum Hipponensem ma a numerose manifestazioni culturali e spirituali, a Roma e altrove. Mons. Gabriel Piroird vi ha consacrato un interessante studio. Infatti il grande vescovo di Ippona ci dà l’esempio di un itinerario sorprendente - nel quale possiamo ammirare la grazia di Dio e la disponibilità di Agostino - e quello di un insegnamento teologico, spirituale e pastorale approfondito che non cessa d’illuminare la Chiesa e di nutrirla. E - senza dimenticare san Cipriano - un grande onore per tutte le Chiese dell’Africa del Nord, e una fonte di speranza. Certamente i tempi sono cambiati anche se sant’Agostino ha conosciuto grandi difficoltà all’interno e all’esterno della Chiesa, le vostre sono di un altro ordine. Non sapete come e quando il Signore farà fruttificare il vostro ministero. Il grano può rimanere a lungo sotterrato in terra. Ma io prego perché la stessa speranza ci abiti, poiché noi portiamo lo stesso tesoro della fede di sant’Agostino, noi siamo caricati dallo stesso spirito per affrontare un’altra situazione. E la parola guida di questo pastore, l’amore, è sempre la chiave del nostro ministero. Sono sicuro che tutta la Chiesa si sente solidale con il vescovo di Costantina e di Ippona e con tutti i vescovi dell’Algeria, della Tunisia, del Marocco, della Libia.

3. Sono consapevole della situazione particolare che vivete e apprezzo il vostro lavoro paziente. Voi occupate un posto speciale in rapporto alle cristianità ben stabilite e anche in rapporto alle giovani Chiese delle missioni che sono installate e che progrediscono con la partecipazione delle popolazioni autoctone. La vostra situazione è piuttosto quella dei cristiani minoritari nei paesi in cui l’Islam pervade tutta la società e le sue strutture, con ancora questa particolarità che le vostre comunità sono abbastanza disperse, formate da stranieri, soprattutto da laici che cooperano per un tempo limitato nel vostro paese, appartenenti a lingue e culture diverse. Il decreto Ad gentes (Ad gentes, 12) non ignorava una simile situazione dichiarando: “Nella loro vita e attività, i discepoli di Cristo intimamente uniti agli uomini, sperano di presentare loro la vera testimonianza di Cristo e lavorare in vista della loro salvezza, anche là dove non possono pienamente annunciare Cristo”. Significa che voi vivete in una situazione originale che ha il suo posto nella Chiesa e che è anche capace di aiutare altre Chiese. Potete contare sulla nostra vicinanza del cuore, sulla nostra comprensione, sui nostri incoraggiamenti e sulla nostra preghiera.

Nel 1981 avevo già tracciato con voi alcuni orientamenti; con i cristiani di Casablanca, l’anno scorso, ho collocato il loro ruolo particolare. E so che l’organizzazione della vostra Conferenza episcopale vi permette di approfondire la riflessione e di prendere, in comunione con la Santa Sede, decisioni responsabili sui punti delicati che vi si presentano. Mi fermo soltanto su alcuni aspetti.

4. Innanzitutto conosco lo sguardo positivo che avete sui paesi nei quali siete pastori. Molti di voi sono nati. Avete adottato, quando avete potuto farlo, la nazionalità. Ne praticate la lingua. In questo senso non siete stranieri, e nemmeno lo sono i preti e i religiosi che lavorano con voi. Voi amate gli abitanti di questi paesi nei quali vedete dei fratelli e delle sorelle. Condividete le loro gioie e le loro preoccupazioni sull’avvenire, compreso l’avvenire economico che soffre della crisi internazionale in diversi settori. Conoscete i bisogni immensi dell’istruzione dei giovani, delle cure sanitarie, e siete pronti a portare il contributo della Chiesa, per il bene del paese, per il suo sviluppo che vi sta veramente a cuore. Cercate anche di promuovere il dialogo con i musulmani: voi conoscete gli aspetti buoni e santi di ciò che essi vivono, la loro fedeltà alla preghiera, la loro preoccupazione di osservare la legge di Dio.

5. Il vostro ministero a contatto con questi popoli musulmani e dei loro responsabili conosce evidentemente dei limiti. Nel dialogo rispettoso che voi perseguite sinceramente, non avete sempre l’impressione di incontrare la stessa disponibilità, gli interlocutori auspicati. Inoltre, la legge islamica ingloba fortemente tutti i rapporti sociali, al punto di rendere la Chiesa come marginale. Avete coscienza di essere il piccolo gregge del Vangelo tra una moltitudine di altri credenti la cui fede è molto forte. Ciò suppone, presso i vostri cristiani, il rispetto, la stima, la comprensione di questa fede musulmana, che può stimolare anche in essi il senso dell’adorazione e della generosità verso Dio; ma bisogna anche fortificare la loro identità cristiana per permettere loro di essere fedeli alla propria fede, di viverla senza complessi e di darne testimonianza specifica che essendo essa rispettosa delle altre, si fa rispettare in nome della libertà di coscienza e per la qualità spirituale e morale della vita. I cristiani pensano che questo ambito della coscienza sia sacro, personale, nel quale ogni anima è responsabile davanti a Dio della sua adesione alla verità. Davanti agli amici musulmani di Casablanca, dicevo: “Il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, specialmente per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa” (Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad musulmanos in urbe Casablanca habita, 5, die 19 aug. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 [1985] 501). Noi osiamo sperare che, attraverso una maturazione degli spiriti compatibile con la fedeltà, la situazione si migliora sempre di più nel senso del vero dialogo e del rispetto delle persone. È la convinzione della Chiesa, ben formulata dal Vaticano II, ma si può dire anche che c’è in proposito un consenso generale dell’opinione pubblica e delle organizzazioni internazionali.

6. Per quanto riguarda le comunità cristiane che sono sotto la vostra giurisdizione la linea pastorale è chiara. Esse assicurano una presenza qualificata della Chiesa in questi paesi, come espressione normale della fede dei loro membri. Non si tratta soltanto di una comunità di cristiani all’estero, ma di un’unità che fa corpo, che forma una Chiesa locale, ramificata, unita, solidale, capace di dare una testimonianza comunitaria.

Il primo dovere dei pastori è di vegliare sul sostegno spirituale di questi cristiani, compito difficile vista la loro diversità, la loro dispersione, la loro presenza temporanea. Possono incontrare delle comunità accoglienti, desiderose di aiutarli, e di integrarli! Apprezzo molto gli sforzi che impiegate per la formazione della fede dei bambini, dei giovani, degli adulti; dei non praticanti, che siano permanenti o di passaggio, grazie alla catechesi, alle omelie, alla stampa. (cf. Labore Coetus Episcoporum in urbe Orano habiti, diebus 11-14 iun. 1985) La loro fede infatti ha bisogno di essere nutrita, consolidata, affinché essi conservino la loro identità cristiana. Alcune categorie richiedono una sollecitudine speciale: quella degli studenti africani cristiani, il cui sradicamento in paesi musulmani mette la loro vita cristiana alla prova; e le donne cristiane che hanno sposato dei musulmani e che occupano anche una posizione difficile per la loro fedeltà e interessante allo stesso tempo per le loro relazioni naturali con il mondo dell’Islam.

7. La partecipazione dei cristiani alle assemblee eucaristiche, ai sacramenti, ai gruppi di preghiera, di riflessione biblica o di apostolato, a tutto ciò che può nutrire la loro fede, deve anche aiutarli a portare la testimonianza che conviene nel cuore del popolo. mons. Michel Callens ha giustamente intitolato il suo rapporto: “Voi sarete i miei testimoni”. Questa testimonianza comporta tre aspetti.

Una presenza contemplativa dei discepoli di Gesù Cristo, che vivono in un ambiente di musulmani: senza proselitismo, essi pregano discretamente in mezzo a loro, secondo la loro fede, offrono al Signore tutta la vita di coloro che li circondano e tessono con essi dei semplici legami di amicizia. Il padre de Foucauld e coloro che vivono secondo il suo insegnamento rimangono a questo proposito degli esempi, ben adatti a questo mondo musulmano; non dimentico tuttavia tutte le altre comunità di religiosi e di religiose, la cui presenza è fonte misteriosa di grazia e di illuminazione.

Ma esistono altre forme di testimonianza che soprattutto i laici sono invitati a dare. Avete sviluppato questo tema in vista del prossimo Sinodo. È tutta l’attività di servizio disinteressato e competente dei cristiani, penso per esempio ai medici, ai professori, l’aiuto allo sviluppo, all’educazione, alla sanità; opera per la quale si può esprimere il loro amore fraterno durante il tempo della loro cooperazione. A Casablanca ho insistito sull’importanza di questa testimonianza tipica dello spirito evangelico.

I cristiani devono anche lasciar vedere ai loro fratelli musulmani che l’affermazione della propria fede, la preghiera, di adorazione e di lode, il sacrificio equivalgono al digiuno, hanno una grande importanza nella loro vita. Altrimenti sarebbe uno scandalo per dei musulmani scoprire un minor senso religioso nei loro amici cristiani.

8. Vi preoccupa una questione che non voglio trascurare, è quella del rinnovamento del personale religioso: sacerdoti, religiosi, religiose, laici consacrati. Sono loro, alla fine, coloro che costituiscono i quadri permanenti delle vostre Chiese. Un certo numero ha o aveva in carico delle istituzioni, altri assicurano dei servizi sociali attraverso un lavoro indipendente. Ora molti sono anziani, stanchi, e gli istituti religiosi possono difficilmente assicurarvi un ricambio. In più essi soffrono di una certa precarietà. Ciò che giustifica la loro presenza e assicura la loro stabilità in molti casi, sono dei contratti di lavoro che sfortunatamente sono meno facilmente rinnovabili oggi. Si comprende inoltre che i responsabili di questi paesi, disponendo ora di compatrioti più preparati, facciano minore richiesta di un contributo professionale di persone originarie di altri paesi. I religiosi sono a buon diritto preoccupati del loro avvenire. Tuttavia, non vorrei che i vostri preti si lasciassero scoraggiare. Cerchino di trovare nuove vie di presenza religiosa che sarebbero sempre dei servizi apprezzati dalla popolazione. Incoraggio la vostre Chiese a trovare delle soluzioni per il ricambio di questo personale con l’aiuto di altre Chiese. Poiché tutti devono comprendere che una presenza cristiana, religiosa, nell’Africa del Nord è benefica per gli abitanti e importante per la Chiesa universale.

Le religiose, da parte loro possono trovarsi in situazioni difficili. Sono sicuro che voi, pastori, siate comprensivi e siate loro vicini evitando che esse siano troppo caricate, considerando il loro piccolo numero e tenendo conto che la loro vocazione alla vita religiosa ha delle esigenze precise, anche quella di un’assistenza religiosa sufficiente e regolare. Direte loro che il Papa, come loro vescovo, stima molto la loro dedizione, si congratula della loro gioia e invia loro i suoi incoraggiamenti più cordiali.

Terminando questo intrattenimento familiare, vi affido il compito di dire a tutti i vostri diocesani il mio affetto e i miei voti ferventi. Il Papa apprezza vivamente la loro sollecitudine di essere presenti come cristiani in mezzo a dei musulmani, il loro dialogo leale, il loro spirito di servizio, la fermezza della loro fede, il loro senso della Chiesa. Che questo legame con il successore di Pietro e con la Chiesa universale di cui sono parte integrante li conforti! Auguro loro la pace e la gioia nel servizio del Vangelo, la pace e la gioia di Maria, l’ancella del Signore. Di cuore li benedico e vi benedico.

Aggiungo voti cordiali per tutti gli abitanti dell’Algeria, del Marocco, della Tunisia, della Libia, per coloro che hanno la responsabilità del bene comune per le famiglie, in particolare per i giovani che preparano l’avvenire dei paesi, per gli ammalati, e tutti coloro che sono nella prova: che l’Onnipotente doni loro ogni giorno il suo conforto e li mantenga nella pace.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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