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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II SULLA SOFFERENZA
NELLA CATTEDRALE DI SAN GIOVANNI

Lione (Francia), 5 ottobre 1986

 

Cari fratelli e sorelle.

1. Gesù accoglieva tutti coloro che soffrivano fisicamente e moralmente. Egli andava anche loro incontro. A lui poteva applicarsi questa espressione di Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8, 17). Egli si avvicinava a tutti i viandanti feriti, come il buon samaritano. Si adoperava a guarire, a liberare, a salvare, a risuscitare, e annunciava la buona novella dell’amore di Dio, l’accoglienza privilegiata degli afflitti nel regno di Dio: “Beati gli afflitti perché saranno consolati” (Mt 5, 5).

Ho ascoltato attentamente la bella testimonianza del vostro portavoce, malato, e quella della vostra amica che rappresenta tutte le persone al servizio pastorale della salute. Ho anche una buona novella da condividere con voi, in nome di Gesù. Cercherò di farlo brevemente, poiché quel che aspettano i malati e gli handicappati è che io mi fermi accanto a ciascuno di loro, quale testimone della tenerezza di Dio.

2. Voi riempite oggi questo tempio di Dio, questa magnifica chiesa primaziale Saint-Jean che risale al XII e al XIII secolo. È un importante luogo storico. È cuore della diocesi di Lione, dove cristiani di tutte le condizioni si raccolgono attorno al pastore, il vostro caro arcivescovo. Essa è stata anche a più riprese il punto di riferimento della Chiesa universale, quando due Concili ecumenici tennero le loro assise, in modo particolare il secondo, per ricercare l’unità tra i cristiani di Oriente e d’Occidente. È veramente un santuario dove è giusto pregare per tutta la Chiesa. Ed ecco che oggi, siete voi a occupare il posto d’onore in questo luogo santo: i malati occupano infatti un luogo privilegiato nella Chiesa che è il corpo di Cristo, così vicini al suo cuore ferito e perpetuamente aperto, come lo abbiamo contemplato questa mattina a Paray-le-Monial.

3. Saluto insieme ai malati e agli handicappati i rappresentanti di tutti coloro che dedicano il loro tempo, la loro specializzazione e il loro cuore a dar loro conforto: medici, tecnici, ricercatori, insegnanti, studenti in medicina, assistenti spirituali, membri del personale curante e amministrativo che praticano la scienza medica, le cure mentali o anche l’assistenza sociale, le scienze umane.

So che Lione è un importante centro di medicina in tutte le sue branche e comprende tra gli altri un centro internazionale di ricerca sul cancro. Vi incoraggio a continuare coraggiosamente le ricerche, a curare con il massimo della competenza, a combattere la malattia in tutte le sue forme e anche le sue cause, naturali o umane. Tutto questo fa parte del piano di Dio che ha dato all’uomo l’intelligenza e l’abilità per progredire nelle scoperte sull’organismo umano e metterne i frutti al servizio dell’uomo. Quali difensori della vita umana, voi siete i cooperatori di Dio.

Oggi il progresso medico richiede un’ampia solidarietà, una concertazione rigorosa tra voi, credenti e non-credenti, con l’aiuto dello Stato e con il contributo che la Chiesa ha dato volentieri nel corso della storia, secondo le sue possibilità. A tale proposito, il Vangelo è un formidabile appello alla mobilitazione. La nuova Commissione per la pastorale degli operatori sanitari che ho istituito presso la Santa Sede manifesta tale sollecitudine.

Il personale curante non ha solo la tecnica da offrire, ma una calorosa devozione che viene dal cuore, un’attenzione alla dignità delle persone. Cercate di non ridurre il malato a un oggetto di cure, ma di farne il primo compagno in una guerra che è la sua guerra. E, di fronte ai gravi problemi etici che si presentano alla vostra professione, vi incoraggio a trovare le risposte esigenti che siano conformi alla dignità della vita del malato, alla sua natura di persona. La vostra professione, cari amici, richiede spesso un lavoro sfibrante da parte vostra. Vi sentite talvolta impotenti di fronte a tante sofferenze, di fronte ai vostri limiti, di fronte alla precarietà della vita. Ma quale nobile servizio rendete all’umanità!

Voi siete come i buoni samaritani del Vangelo. E questo servizio non ha frontiere, poiché le esigenze sanitarie sono immense e urgenti nel Terzo mondo. I vostri malati, dicevo, hanno bisogno di un’assistenza più umana possibile. Hanno bisogno di un’assistenza spirituale: voi vi sentite sulla soglia di un mistero che è il loro.

4. E voi, cari malati o handicappati, come comprendiamo la vostra speranza di miglioramento, di guarigione, la vostra sete di una vita migliore, di una vita piena per il vostro organismo umano! Gli infermi si avvicinavano a Gesù con la stessa speranza. Ma oltre che di cure, voi desiderate essere circondati d’attenzione, d’amore, di tenerezza.

Ma, soffrendo spesso di una inevitabile dipendenza voi vorreste anche, per quanto la vostra salute lo consente, svolgere una qualche attività, sentirvi utili nella società, nella Chiesa. Voi desiderate avere una vostra collocazione, accedere alla rete di solidarietà con gli altri malati, ma anche con chi sta bene. Vi auguriamo ardentemente di trovare questa integrazione nelle famiglie, nelle associazioni per handicappati, nelle comunità cristiane.

Voi fate ancora, cari amici, un’esperienza più profonda, personale, che potete in parte condividere ma che resta il segreto del vostro progredire nella prova della sofferenza e, ve lo auguro, nella speranza della fede. Talvolta i vostri accompagnatori, le persone a voi vicine, i vostri sacerdoti ricevono la confidenza di questa esperienza difficile da comunicare. Può essere un sentimento d’angoscia, perfino una rivolta: perché questa prova a me, in queste circostanze? Può anche essere una riflessione maturata nella pazienza, un conforto, perfino una gioia interiore che deriva dalla consapevolezza dell’essere solidali con altre persone nella prova, dalla certezza di essere amati da Dio, dall’unirsi a Cristo in croce.

5. Utili? Voi lo siete certamente, con la vostra semplice presenza. In un mondo segnato dall’anonimato, dalla tecnica, dalla fretta febbrile, dalla preoccupazione del rendimento, dalla sete di piaceri sensibili immediati, voi siete là semplicemente con il valore della vostra persona, con la vostra interiorità, con il vostro bisogno di relazioni umane autentiche. Allora, dinanzi a voi, il mondo si ferma, riflette, riprende a considerare l’essenziale: il senso della vita, l’amore disinteressato, il dono di sé.

Se avete la fortuna di avere la fede e se guardate al Cristo crocifisso, allora voi penetrate più profondamente in un grande mistero, nascosto agli occhi del mondo. Dopo aver guarito il maggior numero di infermi possibile, Cristo è passato dalla compassione alla passione. Egli ha preso su di sé la sofferenza, senza cercare di spiegarla. Nessuno vi è entrato come lui. In lui, la sofferenza è stata legata all’amore, è stata riscattata. Offerta, è diventata potenza redentrice, trasfigurata nella sua risurrezione. Sì, Cristo ha innestato nel fondo della sofferenza la potenza della redenzione e la luce della speranza. Dunque il malato credente nel crogiolo della sua prova che resta intatta si unisce silenziosamente alla redenzione di Cristo, come Maria ai piedi della croce. Non si tratta di rassegnazione passiva o di fatalismo, poiché in tale malato sussiste il desiderio di vivere, con l’aiuto dei medici: ma è pronto a consegnare la sua vita a Dio quando verrà il momento del grande passaggio. Egli vive della grazia dell’amore. È un dono di Dio. Io lo chiedo per voi.

Posso dirvelo, l’efficacia del mio ministero di successore di Pietro, per la fedeltà e l’unità di tutta la Chiesa, deve molto alla preghiera e all’offerta dei malati. Ve lo confido. E voi, voi avete un grande posto nel mio cuore e nella mia preghiera. Vi ho dedicato una lunga lettera sul significato cristiano della sofferenza, Salvifici Doloris, l’11 febbraio 1984, in occasione della festa di Nostra Signora di Lourdes, tanto benevola con i malati.

6. Prima del mio arrivo, avete partecipato all’Eucaristia. Sant’Ireneo, grande vescovo di Lione, insisteva già sulla meraviglia, che Dio, nella santa comunione, depositi nei nostri corpi corruttibili il corpo incorruttibile di Cristo. I sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione sono gesti di guarigione di Cristo cui i suoi miracoli davano significato e forma; essi sono pegni della salvezza piena che Dio promette. Noi siamo chiamati alla vita eterna, faccia a faccia col Dio vivo. “Beati gli afflitti perché saranno consolati”! È la buona novella del Signore Gesù.

E io vi auguro che, fin d’ora, grazie all’affetto delle vostre famiglie, alla dedizione di coloro che vi curano, alla pastorale che la Chiesa svolge per voi, sentiate che l’amore di Dio vi è vicino.

Di gran cuore, benedico ciascuno di voi e quanti vi accompagnano.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

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