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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL CONSIGLIO PASTORALE E
CON IL CONSIGLIO PRESBITERALE

Lione (Francia), 6 ottobre 1986

 

Fratelli e sorelle carissimi.

1. Vi ringrazio vivamente di questa testimonianza sulla vita apostolica nell’arcidiocesi di Lione. Ne apprezzo sia il contenuto che il tono. Faccio volentieri mie le preoccupazioni del Consiglio pastorale diocesano.

Nella mia risposta non voglio dimenticare i rappresentanti del Consiglio presbiterale qui presenti: il card. Decourtray mi ha fatto pervenire un lungo documento riguardante la loro assemblea del maggio scorso, e ho ricevuto anche il testo dell’indirizzo previsto per quest’incontro. Anche altri gruppi di parroci e sacerdoti operanti nelle parrocchie, di responsabili della catechesi, di preti operai, mi hanno confidato le loro preoccupazioni. Ho preso attentamente conoscenza di tutto questo. Non posso riprendere qui tutte le loro domande: riguardo ad alcune di esse, conosce già qual è il mio pensiero, o piuttosto quale è il pensiero che la Santa Sede ha espresso in diverse riprese, per la Chiesa universale, in documenti post-sinodali o in altri documenti quali l’Istruzione sulla libertà cristiana e la Liberazione. Del resto abbiamo riservato questa mattinata per meditare sul ruolo del sacerdote nella Chiesa e sui diversi aspetti della sua vita. Ma credetemi, ho fatto volentieri mie tutte le vostre preoccupazioni di pastori seriamente impegnati nella evangelizzazione, con la testimonianza delle vostre difficoltà. Le conservo nella memoria e nel cuore. E voglio anche esprimere la mia soddisfazione nel sapere che il cardinale arcivescovo di Lione può contare ormai sul Consiglio presbiterale che è finalmente riuscito a costituirsi. Queste istanze della Chiesa locale, volute dal Codice di diritto canonico, sono il luogo in cui potete discutere su tali questioni, in armonia con la Chiesa universale.

Affronterò stasera ciò che è comune a tutti voi: laici, religiosi, sacerdoti e vescovi, nel vostro impegno di cristiani.

2. Tutti sanno che i cristiani di Lione non hanno mai mancato di manifestare una vitalità notevole a livello spirituale, pastorale, missionario: rigorosi nella loro analisi delle necessità, inventivi ed esigenti nelle nuove iniziative da prendere per raccogliere le sfide. Molte altre comunità cristiane ne hanno tratto beneficio. È forse l’ardore dei primi martiri lionesi che risorge nel corso della storia? Senza guardare tanto indietro, penso a Federico Ozanam, che durante il suo soggiorno a Lione lavorò per l’apostolato intellettuale e i circoli di carità; a Pauline Jaricot, chiamata spesso la “Madre delle missioni”; al padre Chevrier, l’apostolo degli operai poveri, dal cui nome non può essere separato quello di mons. Ancel; al padre Couturier, uno dei padri spirituali dell’ecumenismo; al padre Joseph Folliet, promotore di azioni sociali; al padre Joseph Colomb, che diede nuovo impulso alla catechesi; e a tanti altri eminenti teologi come padre Henri de Lubac. “Mi sento in dovere di ricordare in modo particolare il card. Giovanni Villot, vostro ex arcivescovo, che ha posto tutte le sue doti al servizio della Chiesa universale durante e dopo il Concilio, come stretto collaboratore molto stimato di Paolo VI e anche mio, in qualità di segretario di Stato”. Non cerco di stimolare il vostro legittimo orgoglio, ma sono convinto che il loro ardore apostolico e il senso di Chiesa possono ispirarci fortemente, anche se il contesto è oggi nuovo e i cristiani sono diventati minoranza in un mondo che si colloca spesso ai margini della fede.

Di questo contesto avete sottolineato i caratteri dominanti. Mi sembra che abbiate già fatto un esauriente inventario delle necessità, dei cammini evangelici da seguire, e di un certo numero se non di soluzioni, almeno di mezzi. Il Consiglio pastorale e il Consiglio presbiterale, anche nel loro difficile apprendistato, sono luoghi idonei per perseguire il discernimento e maturare le decisioni pastorali intorno al vostro arcivescovo. Il diritto canonico lo esige con puntualità (cann. 495 e 511). Onde esprimere l’appoggio che vorrei darvi, mi soffermerò solo su alcuni punti che avete sollevato, ai quali l’esperienza della Chiesa universale porta utili lumi.

3. Innanzitutto, desidero esprimere il mio apprezzamento per la vostra preoccupazione di laici cristiani e di sacerdoti di essere presenti in tutti gli ambienti dove è in gioco l’evangelizzazione, molto vicini alle realtà umane, sociali, spirituali, quali sono vissute: quelle del mondo operaio, quelle delle persone e delle famiglie tragicamente colpite dalla disoccupazione; quelle degli economisti, dei tecnici e dei dirigenti, quelle degli universitari e degli studenti, così numerosi a Lione, quelle dei bambini e dei giovani, quelle delle popolazioni rurali colpite anch’esse dalla crisi, quelle degli anziani e dell’immenso mondo ospedaliero, quelle di tutti i poveri afflitti da differenti tipi di povertà: poveri di mezzi, di affetti, di fede.

Sì, l’apostolato presuppone questa presenza quotidiana, umile, di persone animate dalla fede e dall’amore evangelico; quella delle équipes di cristiani: possono essere paragonati a una rete di capillari che porta sangue all’immensità dell’umanità, o al lievito mescolato a tutta la pasta affinché venga edificato il corpo di Cristo.

4. Questo non impedisce, amici carissimi, anzi stimola a costituire gruppi più vasti di cristiani al livello di parrocchie, di movimenti diocesani, di diocesi, perfino di Chiesa universale, senza lasciarsi paralizzare dalla paura di quello che alcuni chiamano volentieri “trionfalismo”. Quanto più è disperso, tanto maggiormente il popolo cristiano sente la necessità di celebrare la sua fede, di sperimentare quanto fortemente è condivisa, di pregare insieme e di dare apertamente testimonianza di questa larga coesione che crea la sua gioia e la sua forza. Diventa allora consapevole di ciò che è comune a tutti i battezzati, al di là delle spaccature ambientali e metodologiche. Una delle responsabilità del pastore della diocesi, del Pastore di Roma, è proprio quella di riunire e condurre così il gregge, come Gesù lo ha voluto.

In un Paese dove molti tendono a considerare l’atteggiamento di fede come una questione privata, segreta, la Chiesa deve anche essere un segno visibile, come la lampada sul lucerniere. Questa testimonianza non fa pressioni su nessuno: è un appello che rispetta le convinzioni. In un’epoca in cui i mezzi di comunicazione cercano ciò che è significativo per farne partecipe in larga misura alla pubblica opinione, perché dovremmo impedire loro di dare risonanza a questo segno che molti desiderano segretamente come un richiamo della fede o come un’interpellazione? I giovani, lo avrete notato, comprendono meglio di noi questa esigenza. E così succede anche in altre nazioni che ho potuto visitare.

5. Resta tuttavia il fatto che queste assemblee, come la stessa Messa, sono riferimenti alla missione, nella varietà dei bisogni apostolici. I cattolici francesi sono riusciti a moltiplicare le iniziative, a creare numerosi movimenti specializzati, associazioni, per affrontare la diversità delle situazioni sotto un’angolazione particolare. Questo pluralismo permette di perseguire obiettivi precisi, è segno di vitalità, fonte di ricchezza, purché non degeneri in chiusure con il rischio d’ignorarsi gli uni gli altri, di non comprendersi più, di mettersi in contrapposizione. Possano i cristiani, nella fedeltà alla loro fede, evitare i giudizi, i sospetti, le classificazioni in base alle loro sensibilità apostoliche, o talvolta in base alle correnti ideologiche che li ispirano. Avete sottolineato perfettamente questa difficoltà, come anche la necessità di spazi per l’accoglienza, l’incontro, l’ascolto fraterno, la riflessione in comune, la condivisione nella fede, oserei dire, della concertazione. Le convinzioni cristiane, infatti, attingono alla stessa sorgente: “Un solo Dio Padre di tutti, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza” (cf. Ef 4, 4-6); e gli assi maggiori della missione sono comuni a tutti. Sono rari i settori della vita indipendenti dagli altri. La pastorale familiare, per esempio, riguarda tutti gli ambienti.

Questa unità nella carità e nella ricerca della verità, rispettosa delle legittime differenze, non è forse una testimonianza essenziale che i cristiani devono dare al mondo, e proprio a un mondo troppo spesso lacerato, diviso in tendenze che si sclerotizzano oltre ogni limite, che stenta a vivere la vera pace e la vera riconciliazione? “Siano anch’essi una cosa sola . . . perché il mondo creda che tu mi hai mandato”: così pregava Gesù nel solenne momento della sua dipartita (Gv 17, 21). E l’apostolo Giovanni nella sua vecchiaia, quando parlava agli asiatici, compatrioti dei vostri primi cristiani lionesi, non aveva più altra consegna se non quella che le riassume tutte: “Amatevi gli uni gli altri”.

6. “Con lo Spirito Santo . . . mi sarete testimoni” (At 1, 8). Testimonianza: è proprio questa la parola chiave del vostro apostolato. Essere testimoni per qualcuno, al cospetto di persone o di gruppi che vivono forse la nostra stessa fede o che appartengono forse a un’altra confessione religiosa o che sembrano non avere la fede, che comunque vivono secondo altre convinzioni, altri criteri, altri “valori”, frutto della loro educazione o di tante altre influenze alle quali sono stati esposti. Per instaurare il dialogo il testimone cristiano deve osservare, ascoltare, cercare di capire, stimare tutto ciò che è stimabile. Il Concilio e Paolo VI hanno invitato i cristiani a uscire dalla propria cerchia per entrare in questo dialogo, indispensabile per avvicinare tra di loro gli uomini che devono lavorare insieme per migliorare le condizioni di vita della città. È necessario anche per l’evangelizzazione; può perfino stimolare la fede del testimone cristiano che lo accoglie con umiltà.

Per restare “dialogo di salvezza”, questo dialogo apostolico presuppone evidentemente un’identità cristiana solida; diversamente non sarebbe più testimonianza del Signore e della sua Chiesa. Quanto più ci si trova negli avamposti della missione - e incoraggio coloro che assumono questo rischio - tanto maggiormente occorre vivere personalmente di Cristo, amare la Chiesa, formarsi un giudizio cristiano in tutti i campi morali della vita. Così si resterà capaci di scoprire i capisaldi della fede, l’opera dello Spirito Santo negli altri; di vedere nella vita del mondo quello che non è conforme al Vangelo, di distinguere il grano dal loglio, di discernere gli pseudo-valori. Non può esservi disprezzo per le persone come tali ma invece un grande amore, ispirato al desiderio che non siano private della salvezza di Cristo. E la nostra testimonianza - portata con la volontà di servire e con l’umiltà dei nostri vasi d’argilla - deve essere sempre una testimonianza chiara, visibile. Come potrebbe altrimenti un mondo, che vive nell’indifferenza o nella nebbia d’ideologie o di costumi estranei alla fede, discernere la luce che Cristo ha affidato alla sua Chiesa?

7. Vi sarà dunque chiaro perché apprezzo tanto la vostra volontà di un approfondimento continuo, come laici cristiani, a livello teologico, spirituale, pastorale. Vedo volentieri come molti di voi desiderano farsi una reale competenza teologica.

“Conoscere Gesù Cristo” - era questo il leitmotiv di padre Chevrier, impegnato nella catechesi dei poveri staccati dalla Chiesa. La scienza teologica non è sufficiente se non è accompagnata da una meditazione della parola di Dio, nella preghiera. Si parla di un “ritorno del religioso”: se esso conduce all’incontro autentico del Dio vivente, bisogna rallegrarsene. Le sedute, i corsi, le riunioni dei movimenti, le revisioni di vita, i gruppi di preghiera, i ritiri e soprattutto l’assidua frequentazione dei sacramenti vi permettono di accogliere Gesù Cristo affinché egli agisca in voi, attraverso di voi. L’apostolato non è né un’azione sociale né una forma di propaganda: è innanzitutto un irraggiamento di ciò che si è, di ciò che si vive.

8. Nella Chiesa le vostre attività apostoliche sono molto diverse; ne avete citate un buon numero.

Come lo ha fatto il Concilio, metterò al primo posto l’azione che i laici devono condurre nel mondo, nei diversi compiti familiari, professionali e sociali che costituiscono il tessuto della loro esistenza stessa (cf. Lumen Gentium, 31). È qui che operano dal di dentro per la santificazione del mondo, recandovi la testimonianza dello spirito evangelico per contribuire all’elevazione delle persone, e attraverso di esse al rinnovo delle strutture, affinché le realtà temporali siano maggiormente orientate e progrediscano conformemente alla volontà di Dio, per il suo regno. In questa “gestione” delle cose temporali, i sacerdoti e i religiosi sostengono i laici nella vocazione che è loro propria, ma non possono sostituirsi ad essi.

Questo apostolato può andare di pari passo con i servizi delle comunità ecclesiali nei quali, grazie a Dio, i laici, uomini e donne, professionisti e volontari, si collocano in sempre maggior numero per una catechesi esigente - rispondente ad un bisogno primordiale dei bambini, dei giovani e degli adulti e che ha tutto il mio incoraggiamento - per seguire i catecumeni, assistere i malati, dare un reciproco aiuto nel settore della carità, per una degna liturgia . . . l’esperienza, la riflessione nella Chiesa e la decisione dei pastori suggeriranno i tempi e le modalità più opportuni per conferire a tali servitori permanenti una missione o un ministero senza ordinazione. Non è la penuria di sacerdoti che giustifica questa partecipazione più attiva e più numerosa dei laici, pur essendone l’occasione: voi rispondete qui, carissimi amici, alla vostra vocazione di battezzati partecipando alla funzione di Cristo sacerdote, profeta e re (cf. Apostolicam Actuositatem, 10).

Resta inteso che questa collaborazione al ministero dei sacerdoti e dei diaconi deve essere bene articolata, senza confusione tra le funzioni. Voi avete sollevato questo problema. Quanto più i laici diventano consapevoli delle loro responsabilità nella Chiesa, tanto maggiormente diventano evidenti l’identità specifica e il ruolo insostituibile del sacerdote quale pastore dell’insieme della comunità, testimone dell’autenticità della fede e dispensatore dei Misteri in nome di Cristo capo, “potere” o servizio conferitogli per l’assemblea ma non dall’assemblea. Come dicevo ad Ars, in una situazione come quella odierna, nella quale siamo costretti a organizzare la vita ecclesiale con pochi sacerdoti, stiamo attenti a non considerare questa situazione come normale e tipica del futuro. Non smobilitiamo gli sforzi intrapresi per risvegliare le vocazioni. Alcuni di voi lo hanno ammesso: siamo stati troppo timidi nei riguardi delta chiamata al ministero. Cerchiamo di guardare più lontano, di tendere verso una situazione nella quale i sacerdoti saranno abbastanza numerosi per sostenere meglio l’apostolato dei laici.

9. Coerente con il Vangelo e con l’intera dottrina della Chiesa, il vostro apostolato assume una particolare urgenza e uno specifico accento di fronte alle sfide del mondo di oggi, che avete messo così bene in luce.

Insieme a coloro che non condividono la sua fede, per esempio i musulmani, il cristiano manifesterà - e fu questo il significato del mio incontro a Casablanca - la sua stima per la loro fede autentica nel Dio unico, senza tacere le conseguenze normali di questa fede per il rispetto e l’amore del prossimo, senza tralasciare i diritti e doveri degli uni e degli altri nella società.

Nella grande città segnata dall’anonimato, in un mondo nel quale il tecnicismo conserva solo ciò che è efficiente e quantificabile, il cristiano darà importanza a tutto ciò che mette in valore la persona umana, che ristabilisce relazioni autentiche e calorose, che tesse una vita comunitaria.

In una società insaziabile di esperienze e di prodezze tecniche, anche a livello genetico, il cristiano rifletterà e inviterà a riflettere sui gravi problemi etici in gioco, perché l’uomo sia rispettato e resti padrone del suo destino.

In un mondo in cui il male morale è scusato e giustificato con il pretesto che serve a certe cause, il cristiano continuerà a chiamare male ciò che è male, senza mai accettare che il fine giustifichi mezzi immorali, terroristici.

In una società la quale, traumatizzata dalla paura, recupera riflessi di aggressività e di razzismo, il cristiano eviterà di pronunciare giudizi globali o parziali, cooperando sempre alla protezione degli innocenti.

In un ambiente in cui l’uomo è costretto a lottare per strappare ciò che è conforme alla giustizia sociale e necessario alla sua vita e sopravvivenza, il cristiano condurrà un’azione ferma, ma senza mai cedere alla violenza, all’odio e alla menzogna.

Dove il mondo è chiuso, lacerato, teso, il cristiano porterà la sua testimonianza di comprensione, di rispetto, di amore, di pace, come Dio che è nello stesso tempo giustizia e tenerezza.

10. Sono stato lieto, infine, di sentirvi menzionare l’apertura alla Chiesa universale, apertura che è indispensabile a un duplice livello.

Prima di tutto, essa vi permette di comprendere alcune esigenze essenziali della fede, della morale, della disciplina ecclesiastica, sacramentale o altra, le quali, in un contesto ristretto, potrebbero a prima vista sembrare ostacoli alla libertà della missione. In realtà questi problemi sono stati maturati, in sede di Concilio o di Sinodo, dai vescovi del mondo intero con il successore di Pietro, nel senso della tradizione vivente e a fronte dei problemi di oggi. Tutte le Chiese locali, con i loro vescovi e sacerdoti, devono essere in stretta comunione in relazione a questa identità sostanziale, al servizio dell’unità di cui parlava così appropriatamente sant’Ireneo. Una unità che non si confonde con la centralizzazione né con una uniformità in tutte le espressioni legittime della preghiera, della vita e dell’azione apostolica delle comunità (cf. Discorso ai sacerdoti, Einsiedeln, 15 giugno 1984, nn. 2-5).

Del resto l’ascolto delle esigenze e delle testimonianze delle giovani Chiese, l’apertura ai paesi del Terzo mondo, sono espressione del dovere di carità universale che si addice ai cattolici. Attraverso questa generosità o questo scambio, la vostra stessa Chiesa acquisterà un nuovo dinamismo. Anche i poveri dividono con i poveri. Nessuna singola Chiesa può vivere ripiegata su se stessa, meno ancora quella che ha conosciuto Pauline Jaricot e tanti missionari.

Il prossimo Sinodo dei vescovi sulla vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo darà un nuovo impulso ai vostri sforzi generosi.

Amici carissimi, possa Dio sostenervi tutti, possa egli assistere coloro che voi rappresentate in questo Consiglio pastorale e questo Consiglio presbiterale, coloro che operano con voi all’apostolato in questa diocesi di Lione. Cerchiamo di essere buoni strumenti dello Spirito Santo. Raccomando a voi il mio ministero. E vi benedico con tutto il cuore.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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