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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI MEMBRI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE CALABRA
Sabato, 11 ottobre 1986
Amatissimi fratelli della Conferenza episcopale calabra!
1. Con grande letizia vi accolgo in questo incontro comunitario, dopo le
vostre personali visite ad limina Apostolorum, e porgo a voi e alle
vostre singole diocesi, che qui rappresentate, il mio saluto più cordiale e
fraterno.
Vedendo voi, vedo l’intera Calabria, affidata alle vostre cure pastorali e
particolarmente presente nel mio affetto. So che voi amate profondamente la
vostra Regione, le vostre diocesi, le popolazioni che guidate e reggete con
pastorale impegno e trepidazione; e anch’io partecipo intimamente di questo
vostro amore, accompagnandovi con la preghiera e con apostolica sollecitudine.
Con sempre viva commozione ricordo la visita che ebbi la gioia di compiere
nella vostra terra nell’ottobre 1984. Tale ricordo è stato risvegliato dal
pellegrinaggio che le vostre Chiese hanno di recente promosso alla tomba di
Pietro, in occasione del viaggio ad Assisi per offrire l’olio per la lampada
della basilica di San Francesco. In tale occasione ho potuto incontrarmi con una
folta rappresentanza delle comunità ecclesiali calabre, riscoprendo
l’entusiasmo, la fede, il calore che mi colpirono nei giorni del mio passaggio
per alcune località della vostra terra.
Auspico che il seme gettato allora, e in qualche modo ravvivato nell’incontro
della scorsa settimana, possa dare validi frutti, per il bene spirituale e anche
sociale delle care popolazioni della Calabria. Ancora tutti desidero ringraziare
per quanto allora fu compiuto con tanto fervore e tanta generosità.
2. Molte sono le difficoltà pastorali della vostra Regione, causate anche
dalla configurazione del suolo e dalle disagiate condizioni di vita: lo scarso
reddito familiare, l’emigrazione, la disoccupazione, l’emarginazione e anche,
purtroppo, certe forme di delinquenza organizzata, che - come è stato
autorevolmente affermato - hanno creato “zone di illegalità, di disordine, di
comportamenti economici criminosi”. Ma, come voi stessi avete fatto notare nella
relazione comune, si trova dappertutto, nella popolazione e nei responsabili
della vita civile, un continuo impegno di applicazione e di ripresa.
Causa tuttavia pena conoscere da dati ufficiali che in Calabria vi sono
centocinquantamila disoccupati, di cui circa la metà formata da giovani in cerca
di una prima occupazione, benché dotati, per la maggior parte, di buona
preparazione professionale e culturale. Mi rallegro invece di apprendere che, in
ogni settore della regione, si nota una grande volontà di lavoro e di sviluppo,
sia nel campo dell’agricoltura e dell’olivicoltura come nel campo
dell’artigianato e delle Aziende di promozione turistica. Dotata di grandi
risorse naturali, storiche e culturali, la Calabria è chiamata a farsi onore e
progredire sempre più. La memoria delle antiche e profonde tradizioni della
Regione radicate nel cristianesimo illumini e conforti l’impegno di tutti e,
particolarmente di coloro che presiedono al bene comune.
3. Per entrare nel campo specifico della pastorale, è innanzitutto doveroso
riconoscere il buon lavoro da voi compiuto, con l’aiuto dei vostri sacerdoti e
collaboratori nei vari ambiti del ministero. Mentre me ne compiaccio vivamente,
vi esorto a continuare a impegnarvi coraggiosamente nella continua e metodica
evangelizzazione, ben convinti che la formazione autenticamente cristiana della
coscienza è di supremo, indispensabile giovamento anche alla maturazione sociale
e al vero equilibrato benessere della comunità.
Dando uno sguardo retrospettivo alla storia della Calabria, si resta colpiti
dall’intensa luce cristiana che nel passato ha brillato nella Regione,
diffondendosi anche all’intorno, specialmente a opera del monachesimo. La
perfezione evangelica si affermò mirabilmente nella vostra terra con una
quarantina di santi calabresi-greci; vi fiorirono gli ordini monastici
benedettini, certosini e cistercensi. Sorsero pure in varie parti della Regione
celebri abbazie, come quelle benedettine di Sant’Eufemia e della Santissima
Trinità a Mileto, e la Certosa di Santo Stefano del Bosco a Serra San Bruno,
dove morì lo stesso fondatore dei certosini. Il monachesimo orientale e
occidentale fu sempre al servizio delle popolazioni circostanti, offrendo luce
spirituale, aiuto economico, protezione civile durante le tante vicende
belliche. Il secolo XV è poi dominato dalla figura di san Francesco da Paola.
Anche nei secoli successivi figure eminenti di vescovi, sacerdoti e laici
impegnati qualificarono la Regione calabra, fino agli attuali fermenti
spirituali e religiosi suscitati nel clero e nei fedeli dal Concilio Vaticano II,
che ha stimolato a varie realizzazioni nel campo della liturgia e della cultura
e in quello della responsabilizzazione nelle attività ecclesiali e caritative.
Il ricco e prezioso patrimonio cristiano, sedimentato nel popolo, è quindi
tuttora vivo e presente: esso si nota nella fedeltà alla Chiesa, nel senso della
preghiera e nelle manifestazioni della pietà popolare, nella valorizzazione dei
rapporti umani, nel sentimento dell’ospitalità, nello spirito di laboriosità e
di sacrificio, nell’amore alla famiglia. Bene avete fatto notare che fioriscono
le forme associative, vi è una ripresa delle vocazioni sacerdotali e religiose e
si dà grande cura alla pastorale catechistica e alla formazione permanente del
clero, che, nelle sue più sentite esigenze odierne di aggiornamento, di
comunione, di fraternità, ha bisogno di conforto e sostegno.
Continuate, cari fratelli, con ardore nelle iniziative che avete prospettato
e che continuamente sviluppate nei vostri incontri di lavoro a livello sia
regionale, quattro volte all’anno, sia di commissioni e uffici appositi. Sono
lieto di sapere che nel marzo 1985 a Vibo Valentia avete celebrato un Convegno
giovanile regionale, dal quale è scaturito il disegno di una Consulta regionale
e di quelle diocesane per una pastorale giovanile moderna ed efficace.
Fin d’ora vi esorto, poi, alla preparazione del Congresso eucaristico
nazionale, che si terrà a Reggio Calabria nel 1988. In questi due anni
dedicherete certamente la vostra precipua attività pastorale a quell’evento
straordinario, in modo da infervorare alla pietà eucaristica le parrocchie delle
vostre diocesi e l’intera Regione, così che un rinnovato riverbero di tale
devozione s’irradi sull’intera nazione italiana. Per tutte queste iniziative
pastorali, e specialmente per il Congresso, vi assicuro il mio costante ricordo
nella preghiera.
4. Cinque anni fa, nell’incontro della visita ad limina, mi ero
soffermato quasi esclusivamente sul tema dell’emigrazione, rilevandone le sfide
per la pastorale. Mentre non dimentico quel grave problema che richiede di
essere seguito sempre con particolare sollecitudine, desidero oggi affrontare un
argomento sul quale è doveroso e urgente che la comunità cristiana s’interroghi.
Esso concerne l’etica cristiana nei comportamenti pubblici.
Esiste indubbiamente oggi un’accresciuta domanda di eticità, soprattutto per
quanto riguarda la vita associata. Questa domanda deve essere sentita tanto più
acutamente dai cristiani, che sono chiamati a iscrivere la legge di Dio nella
città terrena e che con tale legge devono perciò continuamente confrontarsi.
Sarebbe facile ripetere qui la diagnosi, da varie parti e sotto diversi profili
fatta, circa le luci e le ombre della presente situazione. Basterà rilevare che
mentre, da un lato, si è sviluppato molto il senso di alcuni valori quali la
giustizia, la libertà, la pace, il rispetto per la dignità della persona umana,
l’impegno per la qualità della vita, l’attenzione preferenziale ai deboli, agli
emarginati, ai malati, agli anziani, dall’altro si è affermata l’ideologia del
successo con conseguente arrivismo senza scrupoli, corsa al denaro facile e alla
vita agiata, facilità alle speculazioni e alle frodi, deresponsabilizzazione
personale, carenza di fiducia nelle strutture portanti della vita sociale: la
famiglia, la comunità politica, la Chiesa. È in questa realtà complessa e
contraddittoria che deve dispiegarsi la vostra azione pastorale. Essa dovrà
puntare soprattutto sulla formazione cristiana delle coscienze. Nel mio discorso
a Loreto ho ricordato che la verità è la misura della moralità. E la piena
verità sull’uomo è contenuta nella rivelazione. Con essa ogni coscienza
cristiana deve confrontarsi e ad essa deve adeguarsi. Il recupero dell’eticità
nei comportamenti pubblici non può prescindere, per quanto concerne il
cristiano, dalla coscienza dell’identità che gli è propria e dalla
consapevolezza del messaggio di salvezza, di cui deve essere umile ma operoso
testimone. Di qui sgorgherà l’impegno a realizzare una società sempre più umana,
cioè sempre più rispondente alle esigenze dell’uomo, così come è voluto da Dio,
che l’ha creato e da Cristo che l’ha redento.
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria un’ineccepibile integrità
personale, a livello sia privato che pubblico, congiunta a una seria competenza
e a una generosa dedizione al bene comune in tutta la sua ampiezza. Non basta,
in altri termini, essere buoni e giusti per se stessi, per la propria famiglia,
per la propria cerchia di amici, ma occorre anche essere buoni per l’intera
comunità: occorre cioè osservare le giuste leggi, coltivare il senso civico,
impegnarsi per la promozione dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli
più bisognosi, contribuire fattivamente a combattere i mali sociali, il
malcostume amministrativo, la criminalità organizzata, il favoritismo, l’omertà.
Inoltre, chi è chiamato a occupare posti di responsabilità nella vita pubblica
dovrà curare di possedere anche quella preparazione che potremmo chiamare
“professionale”, grazie alla quale soltanto gli sarà possibile svolgere con
efficacia quel servizio al bene comune, che la fiducia dei cittadini da lui
s’attende.
Ma ogni sforzo per la costruzione della città terrena secondo il disegno di
Dio risulterà vano o insufficiente se il cristiano non attinge dall’incontro con
Dio nella preghiera e nei sacramenti la freschezza di una fede capace di
illuminare le scelte concrete, il vigore di una speranza che non s’arrende di
fronte a contrarietà e insuccessi, l’ardore di una carità che sa spendersi fino
al sacrificio personale per venire incontro alle necessità dei fratelli.
L’etica cristiana è esigente (è un peso, come dice il Signore nel Vangelo),
ma è sommamente gratificante (è un peso soave). Essa soprattutto è la “roccia”
salda su cui è possibile poggiare l’edificio della propria esistenza personale e
quello della stessa convivenza sociale senza dover temere crolli improvvisi e
rovinosi. È ciò di cui ha bisogno il mondo moderno, consapevole ogni giorno di
più della precarietà di tante sue conquiste. Esso guarda oggi con rinnovato
interesse alla proposta evangelica, spetta ai cristiani di mostrare che la
verità creduta e predicata può essere concretamente vissuta in un’esistenza
autenticamente umana, serena e forte, aperta al soprannaturale. La vostra
sensibilità di vescovi saprà trovare le forme e le vie appropriate per un
traguardo tanto impegnativo.
5. Carissimi fratelli! Nel momento del congedo, il mio pensiero va alle
decine di santuari mariani che, come stelle splendenti brillano nella vostra
regione e si propongono come oasi di pace ai numerosi fedeli che là si radunano
in devota preghiera. In essi i vostri sacerdoti amministrano i sacramenti della
Penitenza e dell’Eucaristia, mediante i quali Cristo si fa conforto e sostegno
delle anime.
Maria santissima, nostra Madre celeste, vi illumini sempre, vi conforti, vi
accompagni. È il voto che faccio e che accompagno con la mia Benedizione.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana
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