VISITA PASTORALE IN VALLE D’AOSTA
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II
AGLI ALLIEVI UFFICIALI DELLA SCUOLA MILITARE ALPINA
Aosta - Domenica, 7 settembre 1986
Illustri signori, carissimi giovani allievi della Scuola Militare Alpina.
Sono lieto d’incontrarvi e di manifestarvi la mia sincera simpatia e
gratitudine per la vostra cortese accoglienza. Rivolgo il mio saluto anzitutto
al signor ministro della Difesa, l’onorevole senatore Giovanni Spadolini, al
capo di Stato Maggiore, generale Poli, al generale comandante della Scuola, a
tutti i signori ufficiali, sottufficiali, istruttori. Un saluto particolare va
poi all’ordinario militare mons. Bonicelli e al cappellano addetto alla vostra
assistenza religiosa.
1. Nel mio viaggio pastorale in Val d’Aosta, ho accolto volentieri l’invito
per una visita a questa scuola, una delle istituzioni più caratteristiche della
città. Mi compiaccio, anzitutto, perché essa vanta in Europa e nel mondo come
scuola specializzata circa le attività alpinistiche, per la modernità degli
insegnamenti impartiti, per le affermazioni nel campo dello sci alpinistico e
agonistico, per la fama conquistata in complesse iniziative tecniche di
strategia d’alta montagna, e inoltre in ardimentose e generose imprese di
soccorso spesso realizzate. Voi siete, dunque, o volete divenire degli esperti
della montagna, sotto ogni punto di vista. Il mio predecessore Pio XI affermò,
proprio nel messaggio inviato alla vostra scuola nel 1933, che “Grande maestra è
la nostra montagna: insegna il prudente coraggio, sorregge l’intelligente sforzo
al raggiungimento di altissime mete, avvicina a Dio e ne rivela come poche altre
creature la maestà, la bellezza, la provvida potenza”.
Anch’io vi invito, dunque, a raccogliere la grande lezione della montagna e
applicarla alla vita, per affrontare, con le leggi dell’impegno che sono
rigorosamente richieste nell’ambiente alpino, le responsabilità che vi
attendono.
2. La prima vostra responsabilità si chiama impegno di pace. La condizione
militare ha il suo fondamento morale nell’esigenza di difendere i beni
spirituali e materiali della comunità nazionale, della Patria. Questa difesa,
garante del bene comune di un popolo, è un presupposto della pace e della
concordia tra le nazioni. Certamente occorrerà, come ricordava il mio
predecessore Giovanni XXIII, vedere i problemi dei rapporti tra le nazioni e
quelli della difesa con mentalità rinnovata, a motivo dell’evoluzione
tecnologica che obbliga a esaminare le questioni con aggiornata prudenza; ma
rimane il fatto che c’è bisogno di garantirsi da quelle tentazioni di
aggressione, di ingiustizia e di violenza che spesso allettano e alterano lo
spirito dell’uomo. Esiste, infatti, una situazione di peccato nell’umanità, che
si annida nel cuore delle persone e tenta di incidersi a fondo nei vari strati
della società. In questo contesto la difesa è prudenza, è diritto, è dovere che
impegna gli uomini a una continua vigilanza, interiore ed esterna, per prevenire
lo scatenarsi dell’odio e della guerra. Occorre saper gettare ponti di
comprensione, di amore, di intensa umanità dovunque vi sia possibilità di
accoglienza; e la vita militare può servire anche a questo se il cristiano, con
realismo attento alle condizioni in cui vive, sa esaminare ogni giorno l’ideale
della beatitudine della pace, annuncio del regno di Dio.
Siate dunque convinti, cari alpini, di svolgere un compito di pace.
Incominciate da voi stessi, impegnandovi ad essere onesti, giusti, premurosi
servitori dei più deboli, all’interno e all’esterno delle vostre caserme.
Potrete così introdurre, nel tessuto della vita sociale, i germi di un nuovo
ordine, fondato sulla giustizia, sul rispetto, sulla bontà. La pace non è
un’utopia quando ci sono uomini che operano con responsabilità e con sincera
testimonianza, pagando di persona per il suo raggiungimento.
3. In questo dialogo ideale, consentite che vi rivolga una esortazione ancor
più diretta. Voi siete giovani alpini e domani sarete giovani ufficiali.
Provenite da regioni dove le montagne non sono soltanto uno sfondo panoramico
ineguagliabile, ma un riferimento a una vita spesse volte dura, che esige
costanza e sacrificio. Quando si sale sulla montagna, per bella che essa sia, la
fatica non manca, occorre accontentarsi dell’essenziale, ci si sottomette a una
disciplina che dà un carattere incomparabile alla personalità.
Siate consapevoli di queste possibilità che sia la vostra provenienza che
l’addestramento del servizio vi offrono. In una società permissiva come la
nostra bisogna recuperare un po’ di queste virtù che potremmo chiamare alpine.
Senza di esse il rischio del futuro è maggiore. La vostra testimonianza di
lealtà, di solidarietà, di costanza, può diventare un messaggio per tutti i
giovani. Domani, cari alpini, voi sarete ufficiali. A voi sarà affidata una
responsabilità di mezzi, di strutture, ma più ancora di uomini. Giovani come
voi, ma spesse volte, come sappiamo, incerti e fragili, essi devono trovare in
voi non solo il responsabile capace di imporre una disciplina, ma un esempio
vissuto di coerenza, di comprensione, di disponibilità. Molti drammi che
sconvolgono i giovani si giocano lì. Nessuno più di voi li può comprendere,
perché siete giovani come loro; nessuno più di voi li può prevenire, perché
insieme al ruolo gerarchico, voi potrete e dovrete disporre di un’autorità
morale che genera fiducia ed emulazione.
4. La vostra strada deve passare per Cristo. Le leggi rigorose dell’ambiente
d’alta quota vi insegnano quanto sia importante tra i monti conoscere un
sentiero, scoprire un passaggio, raggiungere un appiglio o un punto di appoggio
per un’ascensione in roccia. Lo stesso avviene nella vita. Cristo è il punto
certo e sicuro, la luce dell’orientamento, la forza per un costante impegno e
per la riuscita. Considerate i desideri più profondi del vostro cuore: troverete
in essi sincera esigenza di chiarezza, di giustizia, di miglioramento.
Non si tratta di concetti vaghi e fantastici o di semplici impressioni, ma di
un concreto programma. Orbene, Cristo vi propone un progetto ben alto, un punto
d’arrivo che le ideologie terrene appena possono immaginare, fondato sulla
sublime legge dell’amore che si dona e si sacrifica. Il progetto di Cristo è
puro perché non contiene riduzioni né consente ritorni nell’egoismo e
nell’egocentrismo; non comporta metodi disonesti, procedimenti indegni
dell’uomo; ma esige, con severa intransigenza, come indica il Vangelo, le regole
della carità e della giustizia. La strada che passa per Cristo è generosa,
domanda a voi un personale impegno per il bene, il bene degli altri, che è
possibile solo nella proporzione in cui ci si sa proiettare fuori di se stessi,
superando ogni umano egoismo. Di queste virtù Cristo si è fatto modello: la
nostra strada passa quindi, per lui.
È con questi sentimenti, pieni di fiducia e di affetto, che vi auguro di
vivere ogni giorno del vostro servizio militare nella consapevolezza dei vostri
doveri, ma anche dell’esaltante missione di aiutare tanti altri giovani a
diventare uomini maturi, capaci cioè, da militari e da civili, di prendere in
mano la propria vita.
5. Prima di chiudere il mio saluto desidero rivolgere un pensiero riverente e
commosso ai caduti della montagna: alle guide, agli istruttori, agli allievi e a
tutti coloro che hanno perso la vita nel compimento del faticoso lavoro
dell’addestramento, nel recare soccorso ad altri fratelli o nel rischio della
montagna. Di tutti voi conservate riconoscente e religiosa memoria nella
cappella di questo castello. Nella preghiera li affido alla bontà di Dio per
l’eterna pace del cielo.
Su tutti voi invoco la protezione della Vergine Maria. Essa vi assista nelle
vostre rischiose esercitazioni, vi conforti nei momenti del pericolo e della
prova, vi sostenga in ogni difficile impresa. A lei affido la vostra incolumità,
il vostro avvenire, i vostri migliori propositi, e ben volentieri benedico voi
tutti, la vostra Scuola Alpina, le vostre famiglie, le persone che vi stanno
maggiormente a cuore.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana