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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CONSIGLIERI ECCLESIASTICI DELLA
CONFEDERAZIONE NAZIONALE DEI COLTIVATORI DIRETTI

Giovedì, 11 settembre 1986

 

Cari fratelli!

1. Mi è particolarmente gradito incontrarmi oggi con voi, Consiglieri ecclesiastici della Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, riuniti in questi giorni a Roma per esaminare e approfondire il tema “Nuova agricoltura e nuova solidarietà”.

Un cordiale saluto rivolgo al signor card. Pietro Pavan, già primo assistente del movimento, al vescovo, mons. Giovanni D’Ascenzi, che ne fu in passato animatore spirituale, e a mons. Biagio Notarangelo, attuale consigliere ecclesiastico della Coldiretti. E saluto poi singolarmente tutti voi, nei quali intendo raggiungere anche i confratelli che insieme con voi si impegnano a servire l’uomo, dedicandosi con quotidiana fatica all’annuncio evangelico nel mondo rurale. Con sincera letizia e viva soddisfazione rivolgo la mia parola a voi, che esplicate il vostro ministero presso un’organizzazione, il cui valore e la cui preziosa attività hanno sempre attirato stima, apprezzamento e sostegno da parte della Sede apostolica.

2. Stima, perché il compito, da essa assunto fin dalla sua fondazione, è stato quello di promuovere la dignità dei lavoratori dei campi, fornendo loro una seria formazione professionale e sociale, strettamente unita all’approfondimento dei valori culturali e religiosi del mondo agricolo. Apprezzamento, perché nella sua pluriennale azione essa è stata fedele alla scelta dell’ispirazione cristiana, in coerenza con la mozione conclusiva del I Congresso Nazionale, di cui nel prossimo autunno ricorrerà il 40° anniversario. Nell’ormai lontano 15 novembre 1946, all’unanimità i delegati presenti approvarono solennemente “l’adesione ai principi della scuola cristiano-sociale”. Tale convinta decisione è stata il principale fattore dell’interiore dinamismo, che ha reso la vostra Associazione capace non solo di mantenere salda, ma di sviluppare in modo saggio e creativo la tradizionale laboriosità, l’amore alla famiglia, la costanza nelle difficoltà, la solidarietà con tutti, tipiche del mondo rurale.

La Chiesa ha dato pure il suo sostegno alla Confederazione, sia concedendole gli assistenti ecclesiastici, sia fornendo puntuali orientamenti dottrinali ispirati al Vangelo, assieme alla collaborazione delle diocesi e delle parrocchie. Da qui è sorta una organica azione pastorale e un’unitaria corresponsabilità dei laici.

3. Confido che la vostra esperienza e le giornate di studio di questo XIX Convegno possano recare nuovo impegno al raggiungimento di quegli obiettivi, che in vari momenti la premura dei pastori della Chiesa ha segnalato e che sono stati riproposti in diverse circostanze dal mio venerato predecessore, Paolo VI.

Anche a me sta a cuore che vi siano sacerdoti, i quali si dedichino a formare nella gente dei campi delle mature personalità cristiane. Vale a dire degli adulti che vivano la fede con responsabile convincimento e che pratichino la carità come atteggiamento di fraterna testimonianza, intessendo solidali rapporti umani nel nome di Cristo. Le forze dell’egoismo e dell’orgoglio sono così profonde nel cuore dell’uomo, che solo la parola e l’esempio di persone generose nell’aiuto e nel rispetto reciproco possono validamente contrastarle, divenendo strumento concreto ed efficace per l’edificazione di un mondo di pace, di verità e di amore.

4. Tale costruzione esige anche una solidarietà che abbia la novità stessa del Vangelo. Il Concilio Vaticano II insegna che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (Gaudium et Spes, 1). I seguaci di Gesù, infatti, consapevoli di essere permeati e plasmati dal mistero della redenzione sperimentano in esso la fonte di un dinamismo spirituale che li proietta verso tutto ciò che è autenticamente umano e che attende di essere ricuperato e redento.

Nulla vi è di umano che non trovi il cristiano solidale, non essendovi dimensione dell’uomo che non sia raggiunta dall’efficacia salvatrice della croce di Cristo. Ma la presente occasione offre l’opportunità di affermare che la solidarietà è fondata anche sul lavoro cristianamente vissuto. Il lavoro non deve essere considerato una mera necessità per l’esistenza materiale, perché esso “procede immediatamente dalla persona, la quale imprime nella natura quasi il suo sigillo, la sottomette alla sua volontà” (Gaudium et Spes, 67). Nel lavoro l’uomo umanizza la terra, partecipando così all’opera stessa del Creatore. Nel far ciò, tuttavia, egli non è solo: trova accanto a sé altri uomini, ai quali incombe lo stesso compito.

Nel piano di Dio gli uomini sono chiamati insieme alla nobile missione di “dominare la terra” (Gen 1, 28). Essi non possono dunque ignorarsi, ma debbono insieme collaborare perché il primigenio progetto di Dio sia sempre più pienamente attuato.

5. La terra domanda all’uomo il lavoro. Più la terra sarà umanizzata e resa degna dell’unica creatura che il Signore nel suo amore ha voluto per se stessa (cf. Redemptor Hominis, 13), più il mondo sarà degno di Dio, che riceverà lode e gloria da un mondo coltivato dai suoi figli. Essi, obbedendo al comando di assoggettare la terra, creano condizioni di vita tali da rendere possibile la completezza dell’esistenza terrena e la libertà di tendere a Dio ringraziandolo, lodandolo, amandolo.

Solo nell’armoniosa unità dell’“ora et labora” si giunge alla piena umanizzazione della terra e del lavoro, che così acquistano la pienezza di significato che devono avere agli occhi di Dio.

6. E voi, cari fratelli, dovete considerare vostro particolare dovere la “formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi a Dio, creatore e redentore” (Laborem Exercens, 24). Ciò consentirà, a coloro che sono affidati alle vostre cure pastorali, di partecipare al divino disegno salvifico nei confronti dell’uomo e di radicarsi nella fraterna familiarità con Cristo. Insegnando loro che il lavoro è in funzione dell’uomo perché ha come fine la sua crescita e il suo sviluppo, aiutateli a cogliere in tutta la loro ricchezza e profondità le illuminanti parole che Gesù disse ai suoi discepoli, quando gli chiesero: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Ed egli rispose: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6, 28-30).

Per il cristiano adulto deve diventare familiare la considerazione che quanto egli compie non è staccato dalla fede, ma ne è invece la traduzione concreta e quasi la quotidiana incarnazione. La fede - lo accennavo poco fa - è un maturo atteggiamento dell’uomo, il quale aderisce al Signore, a lui si consegna, per lui e in lui responsabilmente agisce, sviluppando un comportamento etico, che trova nella preghiera la propria espressione e il proprio alimento.

Senza sminuire le difficoltà che vi sono nell’unire la preghiera al lavoro, educate con pazienza, cari fratelli, al raccoglimento durante l’attività e all’orientamento a Dio del contenuto del lavoro, offrendone al Signore la fatica e l’esito. I vostri fedeli giungeranno così a riconoscere con gioia che quanto hanno realizzato acquista pieno valore unicamente nelle mani dell’Onnipotente.

7. Vorrei pertanto esortarvi a perseverare nell’essere uomini di preghiera ed esperti maestri di vita interiore. Lo Spirito di Dio animi il vostro servizio ecclesiale con la ricchezza dei suoi doni, affinché i frutti di pace, letizia e amore diventino bene duraturo per tutti.

La Vergine Maria vi accompagni nel vostro apostolato, che esplicate in nome di suo Figlio, sorreggendovi con la sua materna sollecitudine. Da parte mia, vi benedico di cuore insieme con i membri della vostra Confederazione e con i vostri familiari.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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