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VISITA ALLA PARROCCHIA ROMANA DI
SANT’ELIGIO «AD OVILE»

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 26 aprile 1987

 

Il saluto della popolazione del quartiere

Devo congratularmi con il Cardinale Vicario, con Monsignor Salimei, Vescovo di questa zona, per aver scelto la vostra comunità, quella della parrocchia di sant’Eligio per la visita pastorale di oggi. Mi congratulo poi con il vostro parroco, con i vostri sacerdoti e con tutta la comunità. Sono anche contento per questa bella giornata, bella piena di sole, un sole naturale sì ma anche piena di un sole spirituale.

Oggi è la II domenica di Pasqua, ci troviamo nel Cenacolo e in questo Cenacolo arriva un apostolo che non aveva voluto credere nella resurrezione di Cristo fino a che non aveva potuto mettere le sue mani nelle piaghe e nelle ferite di Cristo. Sappiamo bene che si tratta di san Tommaso il quale però appena ha potuto toccare ha espresso la sua fede con le parole più semplici: “Ecco il mio Dio, il mio Signore”; Signore, Dio mio! Così ha espresso la sua fede nella divinità di Cristo, nella sua potenza redentrice. Io, carissimi parrocchiani, vi auguro che il cenacolo di oggi sia non solo la vostra chiesa, ma sia tutta la vostra chiesa tutto questo spazio in cui vivono i fedeli, i parrocchiani di sant’Eligio. E in tutto questo ambiente la voce di san Tommaso possa risuonare con la stessa autenticità con la stessa profondità come una volta e che sia per ciascuno e per tutti veramente una professione di fede e nello stesso tempo forza di vita. È la fede infatti che ci dà la forza di vivere in questo mondo.

Voglio salutare tutti quanti vivono in questo quartiere, un po’ lontano dal centro di Roma ma per questo diverso, più campagnolo, dove si respira anche più aria. Vi auguro di respirare sì, quest’aria buona, fresca, primaverile. Ma vi auguro soprattutto di respirare l’aria spirituale che proviene dalla fede, in ogni ambiente, in ogni famiglia, per tutte le generazioni ora rappresentate qui davanti alla chiesa, dai più anziani, ai più giovani, ai giovanissimi e ai bambini. Vi ringrazio per questa vostra accoglienza e vi benedico tutti di cuore.

L’incontro con i bambini e i giovani della parrocchia

Mi chiedevo sempre perché Gesù è venuto sulla Terra. Incontrandomi con voi ho trovato la risposta: Gesù è venuto sulla Terra per incontrare, sì, tutte le persone, gli adulti, gli anziani, ma soprattutto è venuto per incontrare i bambini. Certo è venuto per incontrare anche quelli che hanno cinquanta, sessanta, ottanta, novanta, cento anni, o i vostri genitori che ne hanno trenta o quaranta: ma soprattutto è venuto per incontrare i bambini. Davanti a lui erano tutti bambini che avessero uno e cento anni perché ha voluto bene a tutti come se fossero dei bambini.

Io come Gesù vi voglio bene e vi benedico tutti insieme ai vostri genitori, alle vostre insegnanti e alle vostre carissime suore, insieme ancora al parroco e a tutti i suoi collaboratori in questa bella parrocchia che mi è dato oggi di visitare.

Il Santo Padre poi raggiunge il piccolo cortile dell’Oratorio dove sono ad attenderlo i bambini un po’ più grandicelli che, per bocca di un loro animatore, vogliono rivolgergli i loro ringraziamenti per la visita ma anche e soprattutto per la missione che egli compie nel mondo. II Papa risponde alle parole dei giovani con le seguenti espressioni.

Voi tutti qui riuniti, ragazzi e ragazze della scuola dell’obbligo sapete bene che quando arriva il momento stabilito dalla legge, i bambini, i ragazzi e le ragazze, vengono iscritti in una scuola. I genitori portano i loro figli nelle scuole e li iscrivono. Così voi cominciate ad apprendere le prime nozioni delle diverse materie, dalla scuola elementare, alla scuola media, alla scuola superiore e così via.

Ma io oggi voglio dire che voi tutti qui presenti, anzi che noi tutti qui presenti, incluso il Papa, siamo iscritti in un’altra scuola, in una scuola di Gesù Cristo. E in questa scuola siamo iscritti dall’inizio della nostra vita, dal momento del nostro battesimo. E questa iscrizione si fa anche nella parrocchia, sì, ma soprattutto la si fa nel cuore. Ciascuno di noi la porta con sé come un segno indelebile. Così tutti noi siamo iscritti a questa scuola di Gesù. Voi frequentate questa scuola perché la parrocchia è la scuola di Gesù Cristo. In questa scuola lavorano i suoi discepoli, lavorano i suoi sacerdoti, lavorano anche le suore, i laici, i vostri genitori . . . Tutto l’ambiente della vostra parrocchia lavora in questa scuola, ci lavora il Cardinale Vicario e ora ci lavora anche il Papa.

Tutti noi lavoriamo in questa scuola. Ma quello che lavora sopra tutti e più di tutti è lo Spirito Santo. La scuola di Gesù Cristo, quella scuola che si chiama Chiesa è la scuola dello Spirito Santo. Io vi auguro carissimi bambini e ragazzi di essere fedeli e sensibili all’insegnamento che la Chiesa vi offre tramite diverse persone ma soprattutto vi auguro di essere sensibili all’insegnamento che vi impartisce lo Spirito Santo insegnando nei vostri spiriti e nei vostri cuori insegnandovi la forza di Gesù crocifisso e risorto. Volevo dirvi questo per parlarvi della scuola della quale voi siete discepoli e noi tutti siamo discepoli, per augurarvi grandi successi in questa scuola.

Al Consiglio pastorale

Vedo rappresentati qui coloro che sono più vicini al parroco. I componenti del consiglio pastorale condividono infatti le preoccupazioni e le sollecitudine del pastore. Pastore vuol dire prima parroco, poi Vescovo di zona, quindi Cardinale Vicario e poi Vescovo di Roma. Vi sono molto grato per questa partecipazione alle sollecitudini pastorali di noi tutti che, chiamati dallo Spirito Santo, siamo pastori nella Chiesa di Roma e specificamente in questa parrocchia. Poi c’è qui una presenza significativa di tanti maestri, insegnanti, professori, rappresentanti delle scuole. O piuttosto delle diverse scuole elementari, medie e anche materne. Questa presenza mi è particolarmente gradita ed è significativa perché ci riporta a un obiettivo comune, che è l’educazione dell’uomo. E l’educazione è il processo creativo che viene sempre orientato verso la persona umana, che deve essere educata da un’altra persona umana. Vi sono coinvolti molti ambienti: prima la famiglia e la scuola. La famiglia si affida alla scuola per l’educazione dei figli, per dare all’educazione una dimensione più completa dal punto di vista non solo dei contenuti, ma anche delle finalità: sociali, professionali, nazionali, civili, culturali. E nello stesso ambito viene coinvolta anche la Chiesa, la Chiesa locale, che qui è la vostra parrocchia o la Chiesa di Roma nel suo insieme. La finalità propria della Chiesa è infatti anche l’educazione dell’uomo. La Chiesa è centrata sull’uomo, in un modo del tutto singolare, straordinario, perché per educare l’uomo Dio si è fatto uomo: Gesù Cristo.

E con l’educazione dell’uomo si scopre tutta una realtà che è un mistero insondabile come tutti i misteri divini. Ma è una realtà concreta, storica. Come abbiamo sentito oggi nell’omelia, Cristo è stato visto, è stato udito, è stato toccato. Egli partecipa attivamente alla formazione dell’uomo e alla sua educazione. E con la sua realtà intima, con questo fatto teandrico (umano-divino, divino-umano) dice che l’educazione dell’uomo è orientata al suo destino soprannaturale.

Naturalmente il destino terreno dell’uomo - e tutti gli ambiti di questo destino terreno: culturale, civico, ecc. - tutti questi ambiti sono compresi in quel destino soprannaturale cui Cristo è venuto a educarci. Io mi auguro che questa vostra collaborazione, di cui l’incontro di oggi è una bella espressione, mi auguro che sia sempre fruttuosa in questa parrocchia: per la scuola, per la stessa parrocchia, per le famiglie e per ciascuno di voi, dai più piccoli fino agli anziani. Tutti siamo chiamati a essere educati in Cristo come filii in Filio, come dice san Paolo. Formulo per tutti voi i miei auguri e vi benedico.

Alle Comunità Neocatecumenali

Vi saluto anzitutto da parte di tante Comunità Neocatecumenali che ho incontrato in America Latina, in diversi luoghi del mio itinerario. A Montevideo, poi in quel lunghissimo paese che è il Cile e poi in quel grande paese che è l’Argentina. Ho visto parecchie volte l’iscrizione “Comunità Neocatecumenale”, in spagnolo naturalmente. Tutti salutavano il Papa, lo accoglievano con lo stesso spirito con cui il Papa è accolto a Roma dalle Comunità Neocatecumenali delle diverse parrocchie, con gli stessi canti, le stesse melodie che vengono cantate qui, con gli stessi temi prediletti. Dovevo approfittare di questo incontro per riferirvelo perché veramente il vostro movimento è vasto, diffuso nel mondo, sente la vocazione, la chiamata del Signore per essere presente nella chiesa. Dove la chiesa è già costituita, dove la Chiesa vive il suo cammino cristiano, battesimale; dove la Chiesa è molto debole o ridotta, nei paesi con maggioranza non cattolica, per esempio nei paesi scandinavi.

Inoltre voglio sottolineare la caratteristica di questo incontro di oggi, che avviene nella seconda domenica di Pasqua, cioè alla fine dell’ottava pasquale, e Pasqua è per tutti noi, per tutti i cristiani, i cattolici, e forse con ancora maggiore rilievo per gli ortodossi, per tutti i cristiani insomma è veramente la più grande solennità: “solemnitas solemnitatum”. Ma non solamente solennità. È il mistero più grande. Il mistero in cui comincia il nostro cammino spirituale e con cui termina, e verso cui viene orientato il nostro cammino spirituale.

Voi come neocatecumenali siete specialmente orientati verso questo mistero pasquale tramite la realtà sacramentale del battesimo. Noi viviamo insieme, a Pasqua, il battesimo. Basta vedere soprattutto la liturgia della vigilia pasquale, tutta questa liturgia così come era celebrata nei secoli e come oggi viene celebrata in san Pietro. Tutto questo unisce due dimensioni, la dimensione pasquale e la dimensione battesimale perché ciò che corrisponde alla realtà pasquale è prima di tutto il battesimo. E la vostra vocazione è di vivere più profondamente il battesimo, approfondire il mistero battesimale che costituisce il punto di partenza, il fondamento della nostra vita, del nostro essere cristiani.

Vi auguro che continuerete in questo cammino neocatecumenale, che vuol dire nello stesso tempo anche cammino della intensità della parola di Dio. Sacramento, battesimo e parola di Dio vanno visti insieme. E possiamo dire che il movimento neocatecumenale ha ricevuto questa grande sfida della parola di Dio: contemplare questa parola per approfondire, per “leggere”, nel senso profondo della parola “leggere”, cioè approfondire, andare fino al fondo dei significati, dell’essenza delle cose significate.

Ecco, la vostra vocazione neocatecumenale è profondamente legata alla parola di Dio. Vivere la parola di Dio è far vivere agli altri questa parola. E così voi siete neocatecumenali e catechisti, è giusto, Si può dire che una buona formazione per essere catechisti deve essere anche neocatecumenale. Vivere questo cammino neocatecumenale perché le verità della fede non possono essere solo interpretate intellettualmente, con le nozioni speculative. Sì, anche con quelle, ma soprattutto devono essere vissute con la grazia di Dio e alla luce dello Spirito Santo. Ecco basta, per non entrare troppo nelle materie che sono proprie delle vostre riunioni specifiche, neocatecumenali. Vi auguro una buona Pasqua. Questo esprime il centro, il nucleo del Cristianesimo. Vi auguro di essere sempre vicini a questo nucleo del Cristianesimo e di fare avvicinare gli altri, anche i più lontani, a questo nucleo centrale. Vi benedico nel nome del Signore con i vostri bambini.

Ai giovani

Devo fare prima una precisazione. Penso che voi tutti siate un po’ tentati di fare i giornalisti . . . Lo dico perché quando mi reco nelle varie parti del mondo mi si avvicinano spesso giornalisti per intervistarmi e farmi domande. E anche voi lo fate. Le vostre domande sono, direi, più autentiche. Non voglio certo diminuire il valore delle domande dei giornalisti, e anche il loro mestiere, che è difficile: lo sottolineo in ogni circostanza durante i miei viaggi. Ma le loro domande sono sempre un po’ professionali. Invece le vostre non sono frutto della vostra professione, del vostro mestiere ma direttamente della vostra esistenza, di quello che vivete.

Siete giovani e il privilegio dei giovani, e anche il peso di essere giovani, consiste nell’interrogarsi. Voi interrogate gli altri perché interrogate voi stessi. Siete interpellati dal mondo, e direi che siete interpellati anche dalla Chiesa, da Dio, da Cristo. Tale è la caratteristica dell’essere umano. L’uomo interpella ed è interpellato. E questa è l’autenticità dell’essere umano, che si manifesta chiaramente nei bambini. Sappiamo bene che già i bambini - non quelli molto piccoli, ma quelli già un po’ grandicelli - cominciano a interrogare i genitori con delle domande che portano molto lontano, domande fondamentali benché espresse in una forma così infantile. Però nel loro vero contenuto, nella loro vera intenzionalità, sono molto profonde.

E così è l’uomo. L’uomo si rivela in colui che interroga, pone domande e cerca risposte. E con queste risposte - prima con le domande e poi con le risposte - cerca una cosa da cui dipende il suo essere o non essere: la verità. La verità: l’uomo non può vivere senza verità.

Ecco un piccolo commentario, piccolo ma fondamentale, a tutte le vostre domande. Se si guarda ai contenuti, sono domande che denotano curiosità. Come sono i giovani in Polonia, in Italia, in America Latina . . . Da una parte sono tutti molto simili, ma sono anche diversi, non possono non esserlo. Ma se dovessi parlare di una caratteristica globale, direi che sono più simili di quanto non siano diversi. C’è un denominatore comune. Naturalmente questi giovani hanno problemi diversi e questi problemi dipendono dalla situazione in cui vivono, situazioni culturali, sociali, economiche, politiche.

Queste situazioni determinano le loro domande e non solo le domande ma il loro modo di vivere, il loro modo di essere giovani. Potrei rispondere che, trattandosi di giovani, si può dire che dappertutto, dove li incontro, sono tutti molto interessati al Papa. Mi dicono: “Tu devi incontrarci, tu devi parlarci . . .” e io lo faccio molto volentieri, da tanti anni. Da quando ero un giovane prete e lo faccio anche adesso, anche se in modi diversi. Infatti è diverso incontrare piccoli gruppi e incontrare migliaia di persone. Come in Argentina. Alla Giornata della Gioventù sembra ci fossero un milione di giovani: dell’America Latina e poi ospiti europei e anche romani.

Ecco, devo dire che i giovani per noi che non siamo più giovani costituiscono una certa sorpresa perché quando si guarda un po’ indietro, agli anni settanta, al dopo Concilio, al ‘68, pareva che i giovani fossero tutti dei rivoltosi, che volessero distruggere, cambiare con metodi più brutali un mondo che a loro appariva inaccettabile, per cominciare di nuovo da zero.

Era l’epoca della grande contestazione in diversi paesi dell’Europa e del mondo. Molto meno ciò avvenne nel mio paese natale. Ma lì c’era una causa specifica, senza entrare nei particolari . . .

Ma i giovani sono una sorpresa perché non si sa come, sono cambiati. Hanno cominciato a cercare la preghiera, la vita spirituale, le veglie. Non tutti certo, ma molti. Come si spiega questa svolta? Non trovo che una risposta, perché non è solo merito degli educatori. Certo, gli educatori hanno dei meriti, ci sono anche oggi dei grandi educatori carismatici. Ma quando mi faccio questa domanda, trovo una sola risposta: è opera dello Spirito Santo. Vi auguro di essere docili e sensibili a quest’opera dello Spirito Santo e con questo augurio vi ringrazio per questa partecipazione per i vostri canti e vi auguro buona Pasqua.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana 

 

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