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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DELLA POLONIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 17 dicembre 1987

 

Venerati fratelli, sign. cardinale, cari vescovi.

Il sign. cardinale, nella sua qualità di metropolita, ci ha illustrato la situazione della propria arcidiocesi. Nel gruppo presente al nostro incontro ci sono anche dei rappresentanti della Chiesa del territorio orientale nella nostra Repubblica, della metropolia di Leopoli e di quella di Vilna. Certamente oggi quelle diocesi sono parziali, una è addirittura completamente scomparsa dalla nostra attuale geografia polacca. Ciononostante queste diocesi parziali sono per noi una grande testimonianza del loro secolare patrimonio; del resto la loro presenza oggi tra noi non è casuale in quanto dopo la seconda guerra mondiale i nostri connazionali sicuramente hanno portato una gran parte di quel patrimonio all’Ovest, tra l’altro e forse soprattutto nella metropolia di Wrocláw. È bene quindi che ci incontriamo qui tutti insieme. Con il mio discorso voglio piuttosto completare ciò che ho detto già in Polonia, soprattutto questo anno.

1. Nell’anno del millennio del Battesimo della Polonia siamo stati, il 3 maggio a Jasna Gora, testimoni e partecipanti dell’Atto di consacrazione le cui parole venivano pronunciate dal card. Stefan Wyszynski. L’Atto aveva un titolo che dava da pensare, e allo stesso tempo faceva sorgere alcune obiezioni o perfino proteste. Si può parlare del donarsi “come schiavo”, anche se si tratta di una “schiavitù materna” e l’Atto in questione riguarda la Madre di Dio e Regina della Polonia?

Venivano posti tali interrogativi. Tuttavia il contenuto dell’Atto di consacrazione che maturava gradualmente nella coscienza dell’episcopato millenario, e in particolare nel cuore del primate del millennio, merita una riflessione più approfondita. Non solo allora ma anche attualmente, mentre in tutta la Chiesa stiamo vivendo l’Anno mariano come una tappa importante della preparazione al termine del secondo e all’inizio del terzo millennio dalla venuta di Cristo. Forse dunque bisogna che noi, nell’ambito di questa visita “ad limina Apostolorum” con i vescovi polacchi, torniamo anche a questo tema. In esso vi è contenuto non solo un evento “di ieri” che ormai fa parte del passato, ma forse anche indicatore di ciò che si potrebbe chiamare “la via polacca” verso l’inizio del terzo millennio del cristianesimo nel mondo, e specialmente in Europa.

2. L’Atto stesso di Jasna Gora è radicato - si può dire - nella storia di quel “grande paradosso” la cui prima patria è il Vangelo stesso. Si tratta qui non solo di paradossi verbali, ma di paradossi ontologici. Il più profondo di essi è forse il paradosso della vita e della morte, espresso tra l’altro nella parabola del seme che deve morire, per produrre una vita nuova. Il paradosso confermato definitivamente dal mistero pasquale.

La tradizione della “santa schiavitù” - cioè di una “schiavitù materna” che è “schiavitù d’amore” - è cresciuta sullo stesso terreno avendo trovato chi l’ha tramandata attraverso la storia della spiritualità cristiana. Basti nominare Simon de Montfort e il nostro san Massimiliano. Il primate del millennio ha ereditato questa tradizione della spiritualità mariana certamente anche con un accento apportato dal suo predecessore sulla sede di primate. Si sa che il card. Hlond morì con la parole: “La vittoria, se verrà, sarà una vittoria per mezzo di Maria”.

Così dunque “la materna schiavitù” deve rivelarsi come via verso la vittoria. Come prezzo della libertà. Del resto è difficile immaginare un Essere più lontano dal “rendere schiavi” di una Madre, della Madre di Dio. E se questo è il “rendere schiavi” mediante l’amore, allora in un tale riferimento la “schiavitù” costituisce proprio la rivelazione della pienezza della libertà. La libertà infatti raggiunge il proprio senso - cioè la propria pienezza - mediante un vero bene. L’amore è sinonimo di quel raggiungimento.

3. È contenuto nell’Atto di Jasna Gora del 3 maggio 1966 qualche programma pastorale? Prima di tutto bisogna dire che esso in un certo modo sintetizza tutto il programma della grande novena prima del millennio del Battesimo. Questo programma - unito alla peregrinazione dell’immagine di Jasna Gora attraverso tutte le parrocchie della nostra terra - certamente ha dato grandi frutti. E ciò nel periodo di una grande lotta per l’anima dei polacchi. Penso anche che non possiamo trattarlo come un programma di ieri. I suoi elementi principali sono sempre attuali, anche se oggi forse in un contesto e in una forma un po’ diversi.

Se si tratta dell’Atto stesso di consacrazione “della schiavitù materna” della Madre di Dio, esso è certamente - come ogni espressione del suo autentico culto - profondamente cristocentrico. Introduce nell’intero mistero di Cristo. Si può del resto dire con tutta fondatezza che le esperienze della nostra patria (che in un certo senso culminano nell’Atto di consacrazione pronunciato a Jasna Gora), stanno allo stesso tempo molto vicino a quella mariologia, che ha trovato espressione nella Lumen Gentium: la Genitrice di Dio “presente nel mistero di Cristo e della Chiesa”. L’enciclica Redemptoris Mater segue le orme della mariologia conciliare. E se si tratta dell’immagine di Maria che “precede” il popolo di Dio “nella peregrinazione mediante la fede” dietro a Cristo, quanto profondamente questa immagine è unita alla nostra esperienza!

4. Accanto al trasparente cristocentrismo, l’Atto di consacrazione “nella schiavitù materna” possiede allo stesso tempo un fondamento antropologico. Si sa infatti che, mentre si parla della “schiavitù”, si indica la libertà. Il donarsi per amore deve educare la libertà umana. La libertà: la libera volontà delle persone, e indirettamente dell’intera società.

Non vi è compito che possa precludere in modo più profondo il fondamentale senso dell’evangelizzazione, dell’apostolato e della pastorale. Di che cosa si potrebbe trattare di più in questa nuova - seconda - evangelizzazione” (dopo il Vaticano II), di cui vedono la necessità gli episcopati d’Europa se non proprio questo: l’educazione della libertà umana? È ovvio che questa evangelizzazione possiede la sua dimensione conoscitiva. Le nazioni europee - anche la nostra, anche se forse in un modo un po’ diverso - si trovano sotto la pressione di molti cambiamenti nel campo della conoscenza, che hanno arato criticamente il suolo cristiano della “prima” evangelizzazione del nostro continente.

E dunque: una “nuova” evangelizzazione deve possedere anche una “nuova” maturità in questo campo. Tuttavia tra la conoscenza e la libertà avviene una fondamentale “unione”. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32), dice Cristo, e queste parole rimangono sempre essenziali.

Dall’Atto del millennio a Jasna Gora scaturisce dunque il problema chiave per il nostro servizio pastorale: lottare per un buon uso - per un adatto uso - della libertà tra i nostri connazionali. Questo è sempre e ovunque usare la libertà nella verità! E cercare gli alleati in questa lotta. La Signora di Jasna Gora deve rimanere la prima tra loro.

5. Parlando della “schiavitù”, l’Atto del millennio indica il prezzo del donare la libertà per la libertà. Esso è stato precisato meglio: “Per la libertà della Chiesa nel mondo e in Polonia”.

Il testo così formulato indicava quell’ambito della libertà che sembrava rispondere in modo particolare alle necessità del momento. “La libertà religiosa” come diritto delle persone e delle comunità ha trovato la sua espressione nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, all’indomani dell’orribile esperienza della seconda guerra mondiale. Il Concilio Vaticano II sentiva il bisogno di emanare un apposito documento su questo tema. In diverse circostanze e in diversi modi si ritorna a questo argomento il quale - come si vede - non cessa di essere sempre attuale, e sempre necessario.

Bisogna subito aggiungere che il diritto alla libertà religiosa non può rimanere isolato fra l’insieme dei diritti della persona umana e delle comunità umane e delle società. Questi diritti riguardano molti aspetti dell’esistenza dell’uomo nell’ambito della società.

Da un lato essi condizionano la dignità dovuta ad ogni persona (ovviamente: essi stessi non la formano ancora, essa infatti deve essere elaborata definitivamente dall’uomo come soggetto consapevole e responsabile) - d’altro lato i diritti di cui si tratta, rendono giusta la vita della comunità stessa garantendone la sua autentica soggettività.

6. Sullo sfondo di una profonda crisi, vissuta attualmente dal nostro paese, sembra che quel “prezzo della libertà”, alla quale esorta l’Atto del millennio a Jasna Gora, deve essere esaminato anche sotto l’aspetto di ben intesi diritti dell’uomo nel campo socio-economico.

L’Atto di Jasna Gora non si sottrae neanche ad una tale interpretazione, se ci rendiamo conto che lo stesso problema era contenuto già nei Voti di Jan Kazimierz, oltre trecento anni fa. Verso il termine del ventesimo secolo questo problema deve essere ripreso nel contesto delle condizioni e circostanze attuali.

Il diritto di proprietà è unito alla persona, anche quando si tratta della proprietà dei mezzi di produzione - è unito perché l’uomo sin dall’inizio è stato nominato dal Signore come padrone della creazione visibile. È unito affinché possa essere correttamente liberata l’iniziativa economica, che serve non solo l’individuo ma anche la società. Questo principio, ritenuto da san Tommaso espressione del diritto di natura (cf. S. Thomae, Summa theologiae, II-II, q. 66), appartiene a tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum sino alla Laborem Exercens.

Naturalmente il principio così posto non ha nulla in comune con l’assolutizzazione della proprietà dei mezzi di produzione. Per questa ragione parliamo addirittura dell’“ipoteca sociale” che grava sulla proprietà, riconoscendo allo Stato - per il bene dell’insieme del cittadini - il diritto di controllo in questo campo. Tuttavia una cosa è questo diritto e un’altra il distogliere - da parte del sistema - l’uomo dal banco di lavoro a lui proprio, l’annientamento dell’iniziativa economica, e indirettamente privarlo del senso del lavoro stesso.

Questi sono i sintomi da noi conosciuti di una crisi che non può essere curata solo in superficie.

7. Cari fratelli nell’episcopato: metropolita di Wrocláw, vescovo di Opole, vescovo di Gorzow; venerati pastori dal di fuori della metropolia di Wrocláw: Amministratore Apostolico in Lubaczow, in Bialystok, in Drohiczyn, vescovo di Bomzya; cari fratelli vescovi titolari, che portate un efficace aiuto ai pastori delle predette Chiese.

Ho ricordato l’Atto del millennio a Jasna Gora, che si trova sulla nostra “via polacca” verso il nuovo millennio del cristianesimo e verso la nuova evangelizzazione della Chiesa in Polonia.

Vi sarò molto grato, se vorrete rifletterci su e sviluppare sul banco di lavoro dell’attività della Chiesa in Polonia ciò che ha detto oggi con grande brevità. Naturalmente, noi non siamo politici né economisti. Conosciamo invece la dimensione etica e della politica e dell’economia. Siamo in grado anche in questo campo di distinguere il bene dal male. Che la Signora di Jasna Gora interceda per voi presso Cristo buon pastore, perché non vi manchi mai questa chiarezza di vedute, il coraggio e la generosità che rende credibile, davanti alla propria Nazione e all’umanità intera, tutta l’attività della Chiesa in Polonia.

Di cuore benedico la prima, la seconda e la terza metropolia e ciascuna diocesi singolarmente, pastori, sacerdoti, famiglie religiose maschili e femminili, e tutti coloro che costituiscono questa Chiesa, formulando in pari tempo i più sentiti auguri di buon Natale e di felice Anno nuovo. In questo modo voglio ricambiare l’augurio del Signor cardinale.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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