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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA REGIONE APOSTOLICA ILE-DE-FRANCE
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 27 febbraio 1987

 

Signor cardinale,
cari fratelli nell’episcopato
.

1. Il tempo di riflessione, di preghiera e di scambi della vostra visita “ad limina” ci dà l’occasione di questo incontro. Sono felice di accogliervi poiché nel mio ministero accordo una particolare importanza agli incontri con i vescovi del mondo: sono momenti nei quali si manifestano concretamente i nostri legami profondi nel collegio episcopale che ho avuto la missione di presiedere.

Avete la responsabilità pastorale dell’Ile-de-France, regione fortemente urbanizzata attorno alla vostra capitale. Le situazioni umane e religiose comportano una grande diversità, quelle di una società che si modifica profondamente. L’evangelizzazione si scontra con molti ostacoli, in ragione di un insieme di fattori evolutivi, che analizzate con perspicacia nei vostri rapporti, vent’anni dopo la creazione di nuove diocesi nella vostra regione. È stato compiuto un lavoro considerevole da quando avete veri motivi di speranza.

Vorrei sin d’ora salutare tutti quelli che assicurano con voi il dinamismo della Chiesa nell’Ile-de-France, i preti, i diaconi, i religiosi, le religiose che soffrono e si piegano sotto il fardello: chiedo al Signore che li chiama al suo seguito di alleviarli e di far scoprire con lui, “dolce e umile di cuore, che il giogo è dolce” (cf. Mt 11, 28-30). Con i ministri ordinati e le persone consacrate vorrei incoraggiare i numerosi laici, uomini e donne che contribuiscono con una devozione generosa alla missione ecclesiale, testimoni attivi del Vangelo nella società e collaboratori responsabili nella vita della comunità.

Due vescovi non hanno potuto venire per ragioni di salute: vogliate assicurarli della mia preghiera e dei miei voti cordiali.

Rivolgo un saluto particolare a mons. Fihey, vescovo responsabile della pastorale presso le Armate francesi, dicendogli che apprezzo il ministero delle cappellanie presso i militari di carriera e i giovani che compiono il loro servizio nazionale che sono in forza per costruire o difendere la pace.

Auguro anche il benvenuto a mons. Ghabroyan, vescovo eparchiale per gli Armeni in Francia; poiché renda partecipi dei miei voti i fedeli dei quali è pastore. Ed estendo questi voti a tutti i cattolici di rito orientale dei quali l’arcivescovo di Parigi è l’ordinario. Spesso segnati dalla prova, essi hanno il merito di restare fedeli alle loro tradizioni religiose.

2. Nel corso di questo incontro, non saprei abbordare tutti i problemi che vi preoccupano. Molti sono stati trattati con i vostri confratelli delle altre regioni, altri lo saranno in seguito. Oggi ritornando su questi temi evocati ora dal card. Lustiger, proporrò alcuni orientamenti per il compito di evangelizzazione che vi è stato affidato.

Una constatazione si impone, talvolta scoraggia: nella società dei vecchi paesi d’Occidente, nelle grandi città particolarmente, i valori e il messaggio cristiano sembrano assenti, assorbiti, soffocati da una civiltà in cui il pluralismo delle convinzioni, in cui il consenso sul senso della vita e delle regole morali è debole. L’individualismo è eretto a principe, o almeno regna nella pratica. La fede religiosa si trova riservata a un campo strettamente privato. Il pessimismo pesa in un mondo in cui non si osa più credere alla felicità possibile dell’uomo.

E tuttavia, voi l’avete notato, il vostro paese non ha veramente rinnegato la sua storia cristiana, il suo patrimonio spirituale, il suo battesimo. I giovani privati della memoria, manifestano il desiderio di una parola forte che li orienti. Una società che vede vacillare le fondamenta stesse della dignità umana, che non osa più trasmettere la vita alle nuove generazioni, è una società che attende una parola di speranza, una parola che le faccia ritrovare la verità, la realtà dell’uomo in tutte le sue dimensioni, un’etica nobile della sessualità, una struttura ferma della famiglia, una reale giustizia economica, un senso della fraternità umana che non esclude i deboli, delle ragioni per vivere senza le quali la libertà non è che un’apparenza fallace. Noi crediamo che il Vangelo possa rispondere a questa attesa. Noi crediamo che in tutti i campi sia necessario parlare. Crediamo che una possibilità di una società libera sia il poter capire una parola di amore e di fede, quella che ci viene da Cristo, quella che lo Spirito autentica in noi.

3. Quando la dignità dell’uomo e i suoi diritti reali sono chiamati in causa, spetta ai pastori far comprendere la verità che “rende liberi” (Gv 8, 32), cercare di rimediare a tutto ciò che ferisce l’uomo. È chiaro che non basta che alcune voci si elevino nella vita pubblica. I cristiani siano presenti, con tutte le loro competenze e in accordo con le loro convinzioni, in tutti i cantieri della vita associativa e pubblica, a tutti i livelli dai più modesti a quelli più carichi di responsabilità! Contribuiscano al miglioramento della società e delle stesse istituzioni! Essi assicurino al meglio delle loro capacità, le loro funzioni economiche nel rispetto del lavoro e in conflitto instancabile contro la disoccupazione, i loro ruoli educativi! Sappiano fare una lettura lucida dell’informazione! Partecipino alle cure dei malati! Che pratichino l’aiuto fraterno! Siano ovunque rispettosi di quelli che non aderiscono alla loro fede senza cessare di desiderare che essi a loro volta la condividano! E che abbiano il coraggio della chiarezza nell’affermazione dei valori evangelici che li guidano.

4. Una simile fedeltà può essere vissuta solo se i cristiani attingono insieme alle fonti vive: la grazia della comunione con Cristo nel corpo ecclesiale, la ricchezza della riflessione condivisa e approfondita in una formazione esigente, la coesione di una comunità nella quale ciascuno sia parte attiva nello sforzo di tutti. So che voi moltiplicate le iniziative perché i cristiani possano progredire in questo senso: mezzi di formazione diversificati, mezzi di comunicazione più elastici e vicini alla gente raggiunta per iscritto o per radio.

Le ultime generazioni hanno sentito la necessità di raggrupparsi, per poter portare testimonianza. Numerosi movimenti si sono formati e altri nascono attualmente. Alcuni mirano all’apostolato in ambienti sociali determinati, come l’Azione Cattolica che da voi è ampiamente sviluppata. Altri si riferiscono a settori professionali, come la sanità, il diritto, l’insegnamento. Altri ancora hanno come scopo l’educazione dei giovani, la preparazione delle famiglie, il sostegno della vita familiare, la promozione della vita spirituale dei loro membri. Altri infine sono centrati sul servizio da rendere particolarmente all’aiuto reciproco caritativo. I nuovi movimenti o gruppi di preghiera conoscono una grande estensione. Non entrerei qui nel particolare: le relazioni che avete compilato su questi movimenti sono impressionanti. Incoraggio e auspico che tutti contribuiscano senza isolarsi, alla vitalità del corpo ecclesiale, all’accoglienza di ogni fratello che chiama, all’annuncio del Salvatore che è per ogni uomo “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

5. Fin qui ho ricordato la parola cristiana che bisogna diffondere. Ciò resterebbe fragile se non fosse possibile vedere concretamente la Chiesa. Sicuramente, nelle vostre città e borgate si può incontrare la Chiesa. Ma quante volte non sentiamo i cattolici voler formare un gruppo minoritario e disperso nel seno di un mondo in movimento e troppo anonimo e opprimente? Essi hanno bisogno di comunità identificabili, pubbliche e facilmente accessibili in cui sia possibile condividere la propria fede con altri, radicare la loro esperienza cristiana, celebrare la loro relazione con Dio nel seno del popolo costituito in Cristo.

Nelle nuove città, nei quartieri rinnovati voi offrite sforzi considerevoli per fondare o ristabilire i luoghi nei quali la Chiesa abbia un volto e una realtà comunitaria. Penso alle parrocchie e ad altre istituzioni cristiane. Bisogna che gli uni e gli altri siano abbastanza vivaci perché possa partire il primo annuncio del Vangelo verso quelli che non l’hanno ancora percepito, e questo annuncio continuamente rinnovato è necessario a tutti. Bisogna che essi siano veri, e che i luoghi siano abbastanza abitati e animati dallo spirito di amore, affinché i discepoli di Cristo siano riconoscibili (cf. Gv 13, 35). Nessuno dovrà temere una presenza istituzionale che sarebbe troppo forte, se in ogni istituzione, uomini e donne non si preoccupassero, secondo lo spirito di Cristo, di rimanere attenti alle realtà e alle persone del loro ambiente. Se nelle grandi città è necessario moltiplicare i luoghi di Chiesa, affinché abbiano un taglio umano e compiano meglio la loro funzione, continuate questo sforzo, e spero che gli aiuti non vi mancheranno.

6. Un fatto particolarmente sorprendente vi preoccupa. Un gran numero di vostri compatrioti dichiara la sua appartenenza alla Chiesa cattolica, e tuttavia conserva con essa un legame tenue, parziale e ambiguo. Essi mal si riconoscono nel messaggio di una Chiesa, alla quale essi tuttavia chiedono l’accesso ai sacramenti. È una realtà che può dispiacere, ma non è anche, a suo modo, una possibilità? Se per loro la Chiesa resta visibile e accogliente, se le occasioni di incontro, in verità, sono scelte nei grandi momenti dell’esistenza che essi desiderano consacrare, è possibile sperare di elevare il loro passo progressivamente verso la fede piena in Gesù Cristo e alla partecipazione attiva alla vita della Chiesa.

Singolare esigenza per i pastori in particolare, perché la verità del sacramento sembra difficilmente percepita da persone che non giungono a un’espressione personale della fede! Ma spesso sanno portare uno sguardo positivo su questi fratelli; essi hanno la preoccupazione di non disprezzare i germi spirituali che ancora rimangono, questa aspirazione religiosa universale che si sveglia nei grandi momenti dell’esistenza umana, questo ricordo di una tradizione cristiana ancestrale di una pratica religiosa nel corso dell’infanzia o dell’adolescenza, il voto di una vita più degna, queste intuizioni che hanno qualcosa di essenziale nel simbolismo dell’atto religioso. Non cessino di essere pedagoghi, e condividano con la comunità vivente una vera virtù di accoglienza! Non ci si deve lasciar scoraggiare di fronte a quanti, seguendo mode temporanee, rifiutano le forme liturgiche che sono apparse necessarie di rinnovamento secondo la volontà del Concilio. Guardandoci dal disistimare alcune comprensibili nostalgie, bisogna aver cura di sottolineare i riferimenti indispensabili perché dei non praticanti percepiscano la coerenza della Chiesa di oggi con quella del passato. E soprattutto che i pastori impieghino tutti i loro sforzi affinché il passo un po’ formale di cui sono testimoni possa evolversi verso l’accoglienza del dono di Dio, verso la disponibilità a orientare la vita secondo lo Spirito, verso l’esperienza della preghiera e la carità disinteressata!

7. L’apertura evangelica nei confronti di quanti non condividono la vita della comunità è uno dei segni necessari perché la Chiesa risponda alla sua vocazione di riunire le genti al mistero di unità e di comunione così vivamente presentato dal Concilio e dal recente Sinodo del 1985. Non cessate di ascoltare e di riunire. La grande città che isola, disperde, ha bisogno dello spazio nel quale sia percepito il Vangelo. Ha bisogno di sviluppare le solidarietà in un tempo in cui la povertà può essere crudele, nella quale si moltiplicano le emarginazioni.

È chiaro a molti che le difficoltà economiche avranno conseguenze durevoli e richiederanno delle condivisioni più esigenti. Come si vorrebbe che uomini generosi e ferventi si prodigassero in aiuti lucidi ed efficaci, all’interno del paese come nei confronti dei fratelli lontani più sfavoriti ancora!

Avete ragione di lottare contro il razzismo, le esclusioni dalla vita urbana degli esiliati che generano, a causa dell’insicurezza e della paura, degli atteggiamenti talvolta chiusi e intolleranti. Gli esiliati hanno il diritto di trovare tra i cristiani dei fratelli autentici. Sottolineate l’importanza della presenza degli stranieri nella vostra regione: non cessate di invitare la comunità cristiana ad aprirsi ai valori che possono portare a un dialogo vero. I credenti di altre religioni hanno il diritto di essere rispettati, devono poter scoprire la verità del cristianesimo in noi, e di essere aiutati da un modo di procedere religioso, aperto alla pienezza dell’appello di Dio.

8. Animatori dell’evangelizzazione in queste diocesi popolate e complesse, primi testimoni della redenzione, amministratori dei misteri di Dio, avete ricevuto una responsabilità sicuramente pesante ma esaltante. Protagonisti di quello che Paolo VI chiamava il “dialogo lungo e diverso che parte da Dio e intreccia con l’uomo una conversazione varia e sorprendente” (Pauli VI, Ecclesiam Suam, 72), conducete una vera polifonia della Chiesa: le voci sono numerose e i contrappunti talvolta ardui ma la nota fondamentale è quella del Signore, l’armonia si trova nell’umile preghiera di tutti i “cuori che ascoltano” (cf. Os 3, 10). Che Dio doni a tutti i vostri diocesani la grazia di unirsi nella missione per la quale l’amore si fa presente! Benedico nel vostro ministero voi e tutti quelli che vi circondano.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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