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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA REGIONE APOSTOLICA FRANCESE
DEL NORD IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 22 gennaio 1987

 

Cari fratelli nell’episcopato,

1. Sono felice di accogliervi, così come voi avete accolto me in Francia. Le nostre conversazioni particolari mi hanno permesso di familiarizzare un po’ con le vostre differenti diocesi. Prego il Signore di aiutare ciascuno di voi nella sua responsabilità di pastore di una Chiesa particolare, nelle commissioni nazionali, o a capo della conferenza episcopale, della quale saluto in modo particolare il presidente.

Ho preso visione del rapporto sintetico sulla vostra regione di cui il vostro portavoce ha appena evocato i tratti essenziali. Vi ringrazio di condividere con me questo sguardo preciso e lucido, con gli impegni che esso comporta.

2. Avete incominciato con l’analizzare le situazioni umane di questa grande regione del nord, regione molto estesa, dagli aspetti molto diversi. Avete a cuore le difficoltà di vita, i “poli di miseria”: la crisi di molti settori industriali e agricoli, e quindi l’inquietudine per l’avvenire, la disoccupazione frequente, la situazione precaria dei lavoratori, specialmente degli immigrati e più generalmente dei “nuovi poveri”, le mutazioni culturali, la fragilità delle famiglie, lo smarrimento dei giovani. Questa attenzione alle realtà sociali è normale e necessaria. Voi siete i pastori di questo mondo concreto: il pastore deve conoscere i suoi fedeli, essere solidale con i loro bisogni e le loro speranze. Questa simpatia è per voi, quella di un inviato di Cristo, che chiama ad una salvezza totale; e la presenza dei vostri laici cristiani deve essere quella di un fermento. Qual è dunque il ruolo originale che essa deve compiere in questo contesto umano?

3. Voi analizzate allora le situazioni ecclesiali. In negativo, palesate i “poli di miscredenza”, un’esplosione ideologica, le conseguenze di un secolarismo avanzato, ampi settori di vita senza riferimento alla fede o poco preoccupati dell’etica cristiana, una negligenza nella pratica religiosa, una flessione delle richieste di battesimo, di catechesi, di matrimoni religiosi. Alcuni notano il posto minoritario dei cristiani e tutti sottolineano la questione lancinante di mancanza o di invecchiamento di preti.

Tuttavia, voi affrontate queste situazioni con coraggio. Stabilite piani pastorali adeguati o delle priorità, delle quali ho ritenuto diverse costanti: sostegno dei movimenti di apostolato, di Azione Cattolica o altri, con la preoccupazione che una certa regressione dello spirito “militante” comporta: sviluppo della catechesi che deve raggiungere i bambini e i loro genitori; rinnovamento delle parrocchie; pastorale delle vocazioni; corresponsabilità dei preti, religiosi e laici per “fare Chiesa insieme”, preparazione delle grandi tappe sacramentali, in uno stile catecumenale, sostegno particolare dei giovani e della famiglia; testimonianza dell’ambiente operaio; apertura alla Chiesa universale, e alle prospettive di sviluppo e per voi stessi un maggiore sforzo per compiere visite pastorali sul terreno. Nel complesso volete privilegiare l’evangelizzazione, senza trascurare la formazione che essa implica.

Tutto ciò cari fratelli è importante e deve essere portato avanti. Il Sinodo straordinario del 1985 ha insistito sulla evangelizzazione come primo compito dei vescovi, dei sacerdoti, dei diaconi, e di tutti i cristiani (cf. Synodi Extraordinariae Episcoporum 1985, Relatio finalis, II, B, 2). Ha sottolineato anche la missione della Chiesa a servizio dei poveri e della promozione umana (cf. Ibid., II, D, 6). È necessario cercare incessantemente di attuare in modo rigoroso, i mezzi più adatti a questa pastorale. Ritengo di ritornare su molti di questi punti con i vostri confratelli delle altre regioni. Se oggi insisto su di un altro aspetto non è per minimizzare quelli.

Ma per realizzare questi piani pastorali, è necessario un certo soffio spirituale, fonte di un nuovo dinamismo. Occorre un’ispirazione che preservi l’originalità cristiana dell’azione, l’identità dell’apostolo, il carattere della sua testimonianza in rapporto con l’Assoluto. Bisogna assicurare in tutto e sempre il legame con Dio, la partecipazione alla sua grazia. È una questione di sostentamento dottrinale e spirituale innanzitutto vissuto nell’esperienza della preghiera. Come sviluppare lo spirito di preghiera nelle nostre Chiese? Ecco sicuramente un’esigenza fondamentale della nostra missione di vescovi.

4. Da parte vostra, siete ben convinti del ruolo patrimoniale di una pastorale della preghiera. L’ho rilevato da molti dei vostri rapporti diocesani.

La preghiera, infatti, accompagna o precede in qualche modo ogni sforzo di evangelizzazione. “Chi di voi - dice Gesù - volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14, 28). Potremmo anche dire: chi di voi, volendo attuare un grande progetto pastorale, non incomincia mettendosi in ginocchio per intraprendere a condurre questa missione con lo Spirito di Dio?

È vostra convinzione e vostra esperienza personale; e non dubito che non vi ritorniate spesso nelle vostre predicazioni o nei vostri incontri pastorali. La maggior parte del vostro tempo è dedicata a presiedere la preghiera e l’Eucaristia. Durante il mio pellegrinaggio in Francia, i tempi forti sono state le grandi assemblee del popolo cristiano in preghiera.

Gesù ci ha comandato di pregare continuamente (cf. Lc 11, 9-13; 18, 1; 21, 36). Al momento della nostra ordinazione episcopale, il vescovo consacerdote ci ha chiesto: “Volete pregare senza stancarvi per il popolo di Dio ad adempire come conviene alla funzione di vescovo?”. Ma come suscitare dei maestri di preghiera? Come trascinare il popolo cristiano a pregare meglio esso stesso? Come fargli comprendere ciò che è capitale?

5. Noi dobbiamo convincere che la preghiera è indispensabile, semplicemente perché si tratta di compiere l’opera di Dio e non la nostra. Si tratta di compierla secondo la sua ispirazione, e quindi con il suo Spirito Santo e non secondo i nostri sentimenti. Bisogna attingere a delle fonti che non sono quelle nelle quali il mondo cerca la sua potenza. Troviamo la nostra forza nella grazia di Dio. I nostri metodi si ispirano all’amore evangelico.

Solo la grazia permette di compiere l’opera della salvezza che implica la conversione delle persone; solo lo Spirito di Dio fa prendere coscienza del peccato, dona il desiderio di uscirne, conduce alla fede o alla riconciliazione con Dio. Diamo la nostra testimonianza che è un appello rispettoso della libertà e Dio solo può suscitare un’attrattiva. Solo la grazia favorisce l’opera di comunione che noi vogliamo realizzare nella Chiesa, poiché vogliamo realizzare nella Chiesa, poiché “si tratta fondamentalmente della comunione con Dio attraverso Gesù Cristo, nello Spirito Santo” (Rapporto finale, II, C, 1). È evidente che non solo la grazia conduce alla santità.

Il Sinodo, che ha voluto celebrare e attualizzare il Concilio Vaticano II, non ha mancato di insistere su questa ripresa spirituale: “Soprattutto nella nostra epoca, nella quale molte persone sentono in esse un vuoto interiore e attraversano una crisi spirituale, la Chiesa deve conservare e promuovere energicamente il senso della penitenza, della preghiera, dell’adorazione, del sacrificio, del dono di sé, della carità, della giustizia” (Synodi Extraordinariae Episcoporum 1985, Relatio finalis, II, A, 4).

Il mio recente pellegrinaggio in Francia andava in questo senso: un’attenzione privilegiata alle fonti della santità, poiché i santi ci mostrano il cammino di un vero rinnovamento. È necessario ricordare quali maestri di preghiera sono stati Francesco di Sales e Giovanna di Chantal, essi che hanno saputo ispirare sia i laici che i consacrati?

Uno degli scopi della mia enciclica Dominum et Vivificantem è stato quello di ravvivare la sete di preghiera: “Il modo più semplice e più comune col quale lo Spirito Santo, il soffio di vita divino, si esprime ed entra nell’esperienza, è la preghiera . . . La preghiera grazie allo Spirito Santo, diventa l’espressione sempre più matura dell’uomo nuovo che per essa partecipa alla vita divina” (Ioannis Pauli PP. II, Dominum et Vivificantem, 65).

6. I nostri fedeli devono essere guidati a comprendere i benefici della preghiera. L’esperienza fatta ad Assisi, il 27 ottobre scorso è significativa a questo proposito. Non abbiamo discusso della pace, né paragonato le nostre convinzioni religiose. I rappresentanti delle grandi religioni del mondo si sono semplicemente rivolti contemporaneamente a Dio, e, come spiegavo il 10 gennaio ai diplomatici, quest’umile preghiera disinteressata cambia già il cuore dell’uomo. Essa comporta un dinamismo che conduce l’uomo verso la verità del suo essere, lo libera delle sue passioni, apre il suo spirito e il suo cuore. La preghiera autentica, ben lunghi dal ripiegare l’uomo su se stesso o la Chiesa su se stessa li dispone alla missione, al vero apostolato.

A Lourdes nel 1973, i vescovi della Francia avevano fatto a questo proposito un considerevole esame di coscienza sulla preghiera (cf. Una Chiesa che celebra e che prega, Il Centurione, 1974), che sottolineava un certo numero di verbali e di questioni. “La Chiesa non s’impegna troppo, ma può impegnarsi male . . . Essa deve impegnarsi nella comunità, con gli uomini, come Cristo, senza imporsi dei limiti a questo impegno, a condizione che si ritiri in solitudine con Dio, a condizione che essa preghi”. Il voto che questo studio emanava era che fosse meglio presa in considerazione una pastorale della preghiera a livello delle istanze diocesane (cf. Ibid., Il Centurione, pp. 103-104). Paolo VI da parte sua terminava le sue allocuzioni ai vescovi francesi, nel 1977, con queste parole: “La Chiesa in Francia ha bisogno di approfondire e di equilibrare il rapporto azione-contemplazione” (Pauli VI, Ad sacros Praesules Galliae Orientalis, occasione oblata eorum visitationis «ad limina», die 5 dec. 1977: Insegnamenti di Paolo VI, XV (1977) 1153).

Oggi numerose realizzazioni vanno in questo senso. La maggior parte delle diocesi ha favorito le iniziative di preghiera, istituito degli “spazi” di preghiera, ci si preoccupa di educare alla preghiera. Questo voglio incoraggiare.

7. D’altronde, constatate ovunque, anche se ciò riguarda ancora dei cerchi limitati, un rinnovamento della preghiera.

Si parla sempre più di un ritorno al “religioso”, al sacro. Le analisi si sono moltiplicate a questo proposito per sceglierne il valore, o talvolta le ambiguità. È vero che può significare soprattutto il rifiuto di una società utilitaria, anonima, avendo perso le sue ragioni di vivere, e quindi di manifestare una ricerca della gratuità, della relazione personale, del senso della vita. Può anche tradurre un desiderio della creatività, della festa, della celebrazione. Può essere una reazione contro una desacralizzazione alla quale i cristiani non sono stati estranei volendo fare a meno delle mediazioni. Ma può degenerare in falso “mistico”, in ricerca di efficacia magica e il ricorso a delle forze oscure.

In tutti i modi possiamo pensare che questo ritorno al “religioso” manifesti un’insoddisfazione nei confronti di un mondo chiuso nel suo materialismo pratico o nelle sue conquiste scientifiche. I pastori devono accoglierlo e, nel rispetto delle libertà favorire la sua evangelizzazione, poiché offre delle possibilità per un progresso della preghiera. Possiamo far scoprire il carattere personale di Dio che è ricercato a tastoni, e la disponibilità disinteressata della preghiera, attenta alla volontà di Dio, raggiungendo allora la preghiera filiale di Cristo!

La preghiera è ancora facilitata dalla valorizzazione delle ricchezze delle devozioni popolari, che bisogna aprire sempre più a una fede trinitaria, a una comunione con la Chiesa, a una vera carità, come dicevo ai vostri confratelli della Provenza mediterranea nel 1982.

Ma oggi c’è un’altra possibilità, quella dei gruppi di preghiera che si sono moltiplicati nella Chiesa cattolica come in altre comunità ecclesiali e ciò spontaneamente in modo imprevisto. La preghiera può svolgersi in modo classico, essa può anche cercare il sostegno di manifestazioni più esuberanti. Più di un pastore ha accolto questo movimento con circospezione. Bisogna sempre sorvegliare che un’autentica dottrina ispiri questo tipo di ricorso alla preghiera, che la qualità ecclesiale in relazione con i ministri dei sacramenti, sia ben rispettata e che i compiti di carità e di giustizia non siano disertati. Il dinamismo e la generosità di questi gruppi non dovrebbero impedire le altre iniziative nell’animazione delle comunità parrocchiali. Ma con il discernimento che conviene, si può parlare di una grazia venuta appunto per santificare la Chiesa, rinnovare il gusto della preghiera, far riscoprire, con lo Spirito Santo, il senso delle gratuità, della lode gioiosa, della fiducia nell’intercessione, e di divenire una nuova fonte di evangelizzazione (cf. Ioannis Pauli PP. II, Ad quosdam Galliae episcopos occasione oblata «ad limina» visitationis coram admissos, die 16 dec. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1611ss.).

Sensibilizzare tutti i nostri diocesani alla necessità della preghiera, anche coloro che sono lontani, che hanno abbandonato la preghiera o che sono poco credenti. L’esempio della conversione di Charles de Foucauld, di cui abbiamo appena festeggiato il centenario, è caratteristica a questo riguardo.

8. È importante promuovere diverse formule di preghiera, con la convinzione che ogni cristiano, che la Chiesa stessa è tempio dello Spirito Santo e quindi chiamati a un dialogo continuo con lui. Alla fine dell’omelia della beatificazione del padre Chevrier ho espresso nel mio appello alla Chiesa di Francia: “Ricordati dello Spirito Santo che abita in te e può sempre suscitare una nuova primavera spirituale se lo desideri veramente” (Eiusdem, Homilia occasione oblata beatificationis P. Chevrier, 7, die 4 oct. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 817).

Molti cristiani sarebbero più capaci di una preghiera personale nella vita di ogni giorno, sotto forma di orazione, di meditazione della scrittura, di adorazione. Spetta ai nostri preti, ai nostri educatori incoraggiarli in questa via, insegnare a consacrarvi il tempo e le condizioni necessarie. Così faranno più facilmente della loro vita l’offerta spirituale che caratterizza il sacerdozio di ogni battezzato.

Sicuramente, il senso della preghiera si rinnoverà anche nella partecipazione, vivente alla vita liturgica. Insistete presso i vostri preti e i loro collaboratori sull’importanza del servizio liturgico perché progrediscano ancora nella dignità della celebrazione dei gesti, nella qualità delle letture, la bellezza degli ornamenti e dei canti. Si tratta di creare un clima che aiuti, anche nella semplicità, a mettersi alla presenza del Signore, ad accogliere la sua parola, a venerare la sua presenza nel suo corpo; si tratta di favorire insieme la partecipazione esteriore ma anche la partecipazione interiore e spirituale al mistero pasquale di Gesù Cristo. Il Sinodo del 1985 l’ha sottolineato: “La liturgia deve aiutare e far risplendere il senso del sacro, deve essere permeata di riverenza, di adorazione della gloria di Dio” (Synodi Extraordinariae Episcoporum 1985, Relatio finalis, II, B, b, 1). Anche se alcuni fedeli sembrano poco familiarizzati con la preghiera liturgica, è ciò che attendono più o meno coscientemente per rivolgersi a Dio. La partecipazione all’Eucaristia domenicale è così importante che prenderò l’occasione per riparlarne.

9. Ma ciò sul quale vorrei insistere, terminando, è che tutti gli aspetti della pastorale devono essere sottolineati ed elevati dallo spirito di preghiera. Qui posso solo ricordarlo.

Anche la catechesi deve fare ampio spazio alla preghiera. Non solo il senso della preghiera fa parte del suo contenuto, non solo ciò che è stato scoperto nella rivelazione deve esprimersi in preghiera, ma il catechista stesso deve dare l’esempio di un uomo o di una donna che prega, più ancora deve, per quanto possibile, trasmettere oltre le verità di fede, il frutto della sua esperienza spirituale che irradierà essa stessa.

Ugualmente la formazione dottrinale e pastorale degli adulti, alla quale attribuite grande importanza, è inseparabile da una formazione spirituale, come sottolinea il vostro rapporto regionale.

Constatate che anche i cristiani poco praticanti continuano ad avvicinarsi ai sacramenti delle grandi tappe della vita. Sicuramente soffrite nel vedere che essi li chiedono con una fede tiepida. Ma la preparazione a questi sacramenti, che mobilita una parte della vita dei vostri preti, è anche un’occasione meravigliosa per riscoprire la preghiera.

Coloro che partecipano a movimenti cristiani devono anche mettere la preghiera al centro della loro preoccupazione apostolica. È lo sguardo della fede purificato nella preghiera che farà loro vedere il mondo con speranza, come il luogo della salvezza possibile, nel quale Dio è già presente con il suo Spirito, e anche con un senso critico che evita di confondere il regno di Dio con il conformismo del mondo. Senza ciò la “militanza” diventerebbe un’azione puramente umana, sterile sul piano ecclesiale o scomparirebbe. Fortunatamente molti dei vostri movimenti di apostolato hanno riscoperto la necessità della preghiera, della lettura, della Scrittura, dei sacramenti dell’Eucaristia e della riconciliazione, dei ritiri spirituali.

Un punto ancora più netto è quello delle vocazioni sacerdotali e religiose che vi preoccupano molto. Se manca il clima di preghiera i progetti di pastorale delle vocazioni saranno evidentemente sterili. Certamente la pietà non basta per essere idonei al sacerdozio ministeriale, ma non si può desiderare di essere prete né prepararsi convenientemente senza un dialogo personale e frequente con il Dio vivente. La vocazione è il frutto di un’esperienza spirituale. Conosco il caso di uno dei vostri confratelli che ha riformato il suo seminario soprattutto a partire dai giovani che un prete di parrocchia ha saputo riunire ogni settimana per un buon momento di formazione dottrinale e una esigente preghiera di orazione. Non potrebbe essere un’indicazione per lo spinoso problema di dare il cambio di sacerdoti anziani?

Ad Ars ho sufficientemente richiamato che la formazione spirituale deve costituire tutta la vita dei seminaristi e come la preghiera debba accompagnare tutto il nostro ministero di preti e di vescovi. Gli istituti di vita consacrata saranno fiorenti nella stessa misura della loro preghiera.

La preghiera dovrebbe diffondersi soprattutto in famiglia, dove i fanciulli possono imparare fin dalla più giovane età a rivolgersi a Dio con i loro genitori, non insisteremo mai abbastanza su questo punto con le giovani famiglie.

La parrocchia ha molteplici funzioni che avete notato nei vostri rapporti e delle quali tratterò presto. Essa deve essere anche e soprattutto un luogo di preghiera, che favorisca le celebrazioni, e la preghiera nel raccoglimento e l’adorazione, in presenza del Santissimo Sacramento. Ciò dipende in parte dall’esempio dei sacerdoti e dal clima instaurato nella Chiesa.

10. La Chiesa non trae dalla preghiera soltanto l’ispirazione per tutte le sue attività pastorali, missionarie, ecumeniche, ma testimoniando la preghiera, essa rende un grande servizio alla società intera, poiché il mondo ha più che mai bisogno d’interiorità. Tutti gli istanti della vita umana sembrano essere ormai colmati dalla ricerca del rendimento, del divertimento, dal rumore dei media. Ma l’uomo ha anche bisogno di silenzio prolungato, di contemplazione. La preghiera soddisfa tali esigenze secondo la loro dimensione più profonda. Essa apre all’assoluto, conduce alla carità.

Possiamo, cari fratelli, essere al primo posto fra coloro che educano alla preghiera! L’Anno Mariano che sta per iniziare sia una buona occasione per coinvolgere il nostro popolo cristiano, con Maria, nell’attitudine alla preghiera di cui ella resta il modello più perfetto.

Chiedendo allo Spirito Santo di colmarvi della sua luce e della sua forza, vi imparto di cuore la mia benedizione apostolica e benedico con tutti voi i vostri diocesani.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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