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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI FRANCESI DELLA REGIONE DELL'EST
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 30 gennaio 1987

 

Cari fratelli nell’episcopato,

1. Sono felice di accogliervi nel momento in cui fate il bilancio del vostro impegno pastorale e nel quale confidate le vostre preoccupazioni e le vostre speranze agli apostoli fondatori, certi di trovare nella loro testimonianza un’ispirazione e nella loro intercessione un appoggio. Siate i benvenuti.

La vostra regione beneficia di notevoli ricchezze storiche e religiose, in una diversità sottolineata dalla vostra situazione di frontiera nel cuore dell’Europa, e anche lo statuto concordatario che consiste in due delle vostre diocesi. In mezzo alle difficoltà di oggi, la Chiesa è provocata a ravvivare i dinamismi ancora ben presenti nelle comunità che hanno molto donato al mondo; penso in particolare ai numerosi missionari, ai religiosi e religiose partiti lontano, con i quali rimanete legati e che sostenete generosamente.

I vostri rapporti, come ha appena detto il presidente della vostra regione apostolica, sottolineano bene le forze vive del corpo ecclesiale così come i cedimenti che si accusano. Le prove economiche colpiscono talvolta vasti settori; comportano certi scoraggiamenti, dei ripiegamenti sulla vita privata; nello stesso tempo compaiono delle degradazioni di vita morale, un aumento dell’indifferenza religiosa, accentuati da un insieme d’influenze che non analizzerei qui. Ciò rende ancor più urgente il rinnovamento di tutto il tessuto ecclesiale, come voi rilevate. Auguro vivamente che il bilancio fatto oggi con lucidità vi conduca non al pessimismo, ma al proseguimento della vostra azione con la forza della speranza “che non delude, perché l’amore di Dio è stato diffuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5, 5).

2. Tra gli argomenti che attirano la nostra attenzione, vorrei riflettere con voi oggi sulla comunità ecclesiale locale, sulla parrocchia. Ci sono altri poli di assembramento legittimamente specializzati, ma la parrocchia conserva un ruolo primordiale nella strutturazione della Chiesa particolare. Tutti i battezzati vi sono legati, anche se altri gruppi o movimenti assicurano delle missioni indispensabili. Molti di voi reagiscono a una certa disistima della parrocchia, attitudine fortunatamente meno diffusa oggi.

È vero che sono intervenuti cambiamenti considerevoli. Le parrocchie sono molto numerose nelle vostre regioni, molte tra di esse hanno visto la loro popolazione ridotta e invecchiata; alla diminuzione della pratica religiosa si aggiunge la rarefazione dei sacerdoti, da alcuni anni molte parrocchie sono prive di un sacerdote residente. Voi siete stati spinti, non senza difficoltà, e grazie alla partecipazione generosa e fattiva di tutta la diocesi, a fondare delle parrocchie nelle città o nei quartieri nuovi che altrimenti sarebbero rimasti dei deserti spirituali. Noto anche che la maggiore mobilità delle persone, molto spesso sradicate nel corso della loro vita, obbliga gli uni e gli altri a sviluppare le loro facoltà di adattamento e le loro qualità di accoglienza fraterna.

In mezzo a tante difficoltà, e spesso in una povertà profonda, i curati e i vicari hanno saputo mantenere una reale vitalità delle loro parrocchie, anche quando non erano sempre sostenuti dall’effettiva collaborazione da parte dei fedeli. Vorrei, come ho fatto ad Ars, rendere omaggio a tutti i sacerdoti che assicurano un ministero parrocchiale faticoso, spesso in più località, a costo di una rude solitudine per gli uni, nell’esigenza di una vita di gruppo per gli altri. Nonostante l’avanzare dell’età, di fronte a una sostituzione incerta, essi rimangono gli intendenti zelanti dei misteri di Dio, predicatori instancabili della parola di Dio, consiglieri saggi e prudenti, fratelli che praticano la misericordia. Direte loro quanto il Papa è loro vicino e li incoraggi.

3. La parrocchia resta un luogo naturale dove la Chiesa è visibile, intorno al santuario. C’è chi presenta la parrocchia come una sorta di “servizio pubblico”, concepito per rispondere alla domanda religiosa di un popolo. Noi sappiamo che non possiamo riconoscere in questa presentazione la natura profonda di una comunità ecclesiale locale, centrata sulla realtà fondamentale dell’Eucaristia, la parrocchia ha per prima ragion d’essere la comunione nella fede e nella vita di Cristo di tutti: battezzati destinati a formare il suo corpo vivente. Questa comunità parrocchiale, radunata attorno a un membro del presbiterio, vive in modo concreto localmente, la realtà della Chiesa diocesana costituita attorno a ciascun vescovo.

4. È nella propria parrocchia che ogni cristiano vede segnate dai sacramenti le tappe della vita. Riceve il catechismo. Nel corso dei giorni, il tempo è ritmato dalla celebrazione comunitaria del ciclo liturgico. In un insieme di taglio umano e familiare, il dono della riconciliazione assume tutto il suo senso. Fraternamente la sofferenza degli uni è accompagnata dall’amicizia e dall’aiuto degli altri. Al momento della morte, è ancora nella chiesa parrocchiale che possono essere pronunciate parole di speranza e portare conforto nella pena. È vero che l’evoluzione della società tende a sovrapporre ai ritmi cristiani delle costrizioni differenti; l’organizzazione del lavoro e del tempo libero provoca degli spostamenti che rendono meno coerente la vita parrocchiale. Bisogna che ciò non diminuisca l’impegno dei pastori e dei fedeli, che ciascuno possa trovare naturalmente il suo posto nella comunità d’accoglienza e proseguire in ciò che ha incominciato a vivere in un altro luogo. Le parrocchie non sono degli insiemi chiusi, ma dei luoghi di comunione aperta.

5. Uno dei caratteri più preziosi della parrocchia come voi stessi sottolineate, è la diversità di coloro che vi si ritrovano. Di ambienti e cultura diversi gli uomini e le donne contribuiscono seguendo i loro doni, all’unità. La diversità delle generazioni, l’attività di molteplici gruppi, di gruppi e di comunità particolari, non ostacola il dinamismo della parrocchia nel suo insieme, ma piuttosto l’arricchisce, se c’è una reale convergenza è nell’Eucaristia domenicale. Costituire un vero segno di unità nel mondo frantumato di oggi è una condizione per una testimonianza credibile e perché la fede possa essere trasmessa.

6. Una comunità può adempiere alla sua missione di Chiesa solo a condizione che i suoi membri collaborino in tutta chiarezza. Uno dei vostri rapporti diocesani constata che “sacerdoti, religiosi e laici fanno esperienza di una vera appartenenza alla Chiesa”. Riprendendo questa formula, penso in particolare ai consigli pastorali che si sviluppano e che sono già numerosi in alcune delle vostre diocesi. Il loro ruolo è di esprimere e di prolungare ciò che è vissuto sacramentalmente nell’assemblea eucaristica. Sacerdoti e laici si riconoscono reciprocamente nelle loro vocazioni specifiche. In molti casi la rarefazione dei preti ha portato i laici ad assumere maggiori responsabilità, ma la ragion d’essere essenziale della loro collaborazione non è una supplenza, è una presa d’impegno comune. E so che spesso questa esperienza porta i laici non solo ad attuare pienamente ciò per il quale il loro battesimo li abilita, ma anche a comprendere meglio il carattere del ministero sacerdotale, reciprocamente nel dialogo con i laici responsabili il prete stesso vive più pienamente il suo sacerdozio e lo esercita in modo più dinamico e più felice del suo impegno pastorale. Gli uni e gli altri non sono a confronto ma in comunione. Non c’è edificazione ecclesiale non c’è riconoscenza di impegni ecclesiali senza un’articolazione necessaria al ministero ordinato, grazie al quale le risorse del popolo di Dio possono essere attuate in modo efficace e armonioso.

7. In molte delle vostre diocesi il numero dei preti resta relativamente elevato. Tuttavia non sono più sufficienti ad assicurare una presenza sacerdotale in tutte le parrocchie. In altre regioni del vostro paese questo fenomeno è ancor più evidente. I vescovi sono stati costretti a raggruppare o a unire delle parrocchie con modalità varie, e i settori pastorali devono rispettare per quanto possibile la permanenza delle comunità locali anche relativamente piccole. È necessario trovare l’organizzazione che permetta alle comunità senza sacerdote di vivere, di assicurare con il ritmo che sarà possibile, la celebrazione dell’Eucaristia. Quando la comunità è abbastanza consistente, se il vescovo lo ritiene opportuno, una celebrazione domenicale in assenza, o meglio “in attesa” di un sacerdote, riserva alcune ricchezze: permette di mantenere, a livello della preghiera, la solidarietà cristiana fondamentale fondata sul battesimo. So che avete cura di non lasciare alcuna comunità nell’isolamento. Una simile pastorale presuppone che si eviti qualsiasi confusione: l’obiettivo è sempre l’Eucaristia, condizione necessaria alla diffusione della vita evangelica. Il vero digiuno al quale sono costretti numerosi cristiani in rapporto alla Messa, sarà, speriamolo, un motivo supplementare per favorire la pastorale delle vocazioni.

8. Dicevo che la parrocchia non è l’unico polo di ritrovo dei cristiani, conviene aggiungere che essa non può rispondere pienamente alla sua vocazione se non rimane aperta agli apporti di altre istanze, attraverso i suoi membri impegnati personalmente nei movimenti, attaccati ad alcune correnti spirituali o dediti a servizi precisi. So che è anche vostra sollecitudine sviluppare nel quadro diocesano, istituzioni complementari per rispondere ai bisogni che non possono essere soddisfatti localmente, per la formazione degli animatori liturgici o quella dei catechisti per il raggruppamento dei giovani, per fare qualche esempio.

Da un altro punto di vista ho notato anche nei vostri rapporti che favorite sempre più il legame delle comunità di taglia ridotta con l’insieme della Chiesa diocesana. I raduni festivi hanno la loro importanza, permettono a ciascuno di provare più concretamente i suoi legami profondi con il corpo ecclesiale, la formazione di un consiglio pastorale diocesano contribuisce notevolmente a far maturare le iniziative in una collaborazione costruttiva col vescovo (cf. Codex Iuris Canonici, can. 511). In molti casi l’orientamento verso un Sinodo diocesano ha favorito la mobilitazione di molte energie in una prospettiva forse più coordinata che in passato. Anche gli scambi con altre Chiese hanno la loro importanza. La situazione della nostra regione alle frontiere del vostro paese, portò ad avere, voi lo sottolineate, delle relazioni arricchenti con le diocesi dei paesi vicini e a sviluppare una vocazione europea il cui aspetto spirituale non è minimo.

9. Prima di concludere vorrei ricordare un altro aspetto significativo: le vostre relazioni quotidiane con i cristiani appartenenti alle comunità ecclesiali uscite dalla Riforma, particolarmente numerose in Alsazia–Lorena e nei paesi del Montbéliard. L’ultimo Sinodo dava questo orientamento: “La comunione tra i cattolici e gli altri cristiani, anche se ancora incompleta, ci chiama a collaborare in molteplici campi e rende anche possibile una certa testimonianza comune dell’amore salvifico di Dio verso il mondo che ha bisogno di salvezza” (Synodi Extraordinariae Episcoporum 1985, Relatio finalis, C, 7).

Questa testimonianza come anche il dialogo teologico o pastorale nei gruppi locali o di altri livelli non possono portare frutti se non sono vivificati continuamente dall’ecumenismo della preghiera e della conversione del cuore (cf. Ioannis Pauli PP. II, Allocutio in amphiteatro v.d. «des Trois Gaules» in urbe «Lyon» habita, 3-4, die 4 oct. 1986:  Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 800ss.).

Vorrei ricordare in particolare le coppie nelle quali i due coniugi non abbiano la stessa appartenenza ecclesiale. È un dramma per queste famiglie fondate sul sacramento del matrimonio, di non potere nutrire la loro vita coniugale partecipando insieme all’Eucaristia. Portando in essi la sofferenza della separazione tra i cristiani, questi sposi possono, nonostante tutto, essere dei testimoni della speranza dell’unità. Essi hanno bisogno di un vero sostegno spirituale e pastorale.

10. Senza entrare in tutti gli aspetti della vita ecclesiale delle vostre diocesi, ho voluto sottolineare alcuni obiettivi essenziali perché la Chiesa costituisca un segno visibile in un mondo nel quale molti uomini e donne restano indifferenti o estranei alla fede. Allo stato attuale della parrocchia, come nelle istanze diocesane, bisogna incoraggiare la vocazione di tutti coloro che portano testimonianza insieme. Il vostro ministero episcopale è consacrato a dare gli impulsi necessari a coordinare le iniziative, a illuminare coloro che cercano di rispondere alle esigenze del Vangelo, a celebrare la presenza di Cristo Salvatore nel suo corpo che è la Chiesa. Nell’esercizio delle vostre responsabilità, pesanti ed esaltanti a un tempo, potete contare sulla mia sollecitudine e sulla mia preghiera. Che Dio vi benedica insieme a tutti i vostri collaboratori e tutti i vostri diocesani.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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