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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI PIEMONTESI IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 31 gennaio 1987

 

Signor cardinale,
carissimi fratelli nell’episcopato!

1. Con grande gioia vi accolgo in questo incontro collettivo della vostra visita “ad limina Apostolorum”, che conclude il ciclo delle conferenze episcopali regionali dell’Italia. Porgo il mio saluto più cordiale a voi e nelle vostre persone intendo abbracciare tutti i fedeli delle diocesi, che voi reggete con tanto amore e generosità.

Il primo sentimento che sgorga spontaneo dal mio animo è quello del compiacimento per quanto avete compiuto nelle comunità ecclesiali a voi affidate. È un sentimento doveroso, che raggiunge anche tutti i vostri collaboratori, sacerdoti, religiosi e laici. Ringraziamo insieme il Signore per l’abbondanza dei doni elargiti: ho appreso con particolare gioia che alcuni seminari minori e maggiori registrano una chiara ripresa; c’è un incremento anche nelle vocazioni religiose, un numero crescente di laici si inserisce con convinzione nell’apostolato, il popolo di Dio sente la responsabilità di una coerente testimonianza cristiana.

Questo mi spinge a esortarvi a perseverare con instancabile sollecitudine in questo vostro compito di pastori, di maestri e di guide.

2. Nelle vostre diocesi, note anche per i loro santuari mariani, in quel Piemonte che ha dato molte figure di santi sacerdoti, la fede cristiana si esprime con una spiritualità profondamente eucaristica e mariana, formativa e caritativa. Di tale spiritualità sono manifestazione la vita e le opere di quella fioritura di santi che ha caratterizzato soprattutto il secolo scorso, fra i quali vorrei menzionare san Giovanni Bosco, che oggi ricordiamo nella liturgia e che la diocesi di Torino, insieme con la Società Salesiana, si accinge a celebrare con particolare solennità in occasione del centenario della morte.

Sull’esempio di tante luminose figure, non stancatevi di approfondire fra le vostre popolazioni questa spiritualità intensa e robusta. Oggi, certamente, l’azione pastorale incontra molte difficoltà. Paolo VI, nell’ultimo incontro avuto con voi, un anno prima della sua morte, individuava la maggiore delle difficoltà, quella che in qualche modo riassume tutte le altre, nell’evoluzione materialistica della società. Io stesso nell’ultima enciclica Dominum et Vivificantem ho affermato che la resistenza allo Spirito Santo “trova la sua massima espressione nel materialismo, sia nella sua forma teorica, come sistema di pensiero, sia nella forma pratica, come metodo di lettura e di valutazione dei fatti e come programma altresì di condotta corrispondente” (Ioannis Pauli PP. II, Dominum et Vivificantem, 56).

Bisogna perciò con costante sollecitudine annunziare e vivere la fede cristiana, offrendo profonde convinzioni personali nella formazione delle singole coscienze.

3. Voi stessi avete segnalato quattro ambiti della vita odierna, che esigono un impegno pastorale sempre più attento e intenso: il fenomeno dell’emarginazione, causato dalla società della tecnica e del benessere; il pericolo della scristianizzazione, che mette in evidenza una rottura sempre più profonda tra fede cristiana e vita quotidiana, particolarmente minacciosa nelle grandi aree urbane o suburbane; la nuova cultura tecnologica, che esige un annuncio del messaggio evangelico più sensibile alla mentalità critica dei nostri tempi, e infine il problema della famiglia, che implica l’educazione e la formazione all’amore autentico nell’ambito del matrimonio inteso come “sacramento”.

Questa segnalazione è di fondamentale importanza, tanto più che non riguarda solo le diocesi del Piemonte, ma tutta la Chiesa in generale. Da parte mia desidero suggerirvi prima di tutto alcune indicazioni di ordine pratico:

- Curate la catechesi di tutte le categorie di persone, mediante incontri di cultura religiosa, corsi metodici di insegnamento dottrinale, scuole di teologia per laici, giornate di studio. Per l’efficacia formativa di tale catechesi è necessaria l’unità di fede, basata sulla rivelazione e sul magistero autentico della Chiesa, e l’aggiornamento culturale.

- Sensibilizzate sempre più lo spirito caritativo. Oggi specialmente è tempo di carità, di bontà, di comprensione, di compassione, di dedizione, di amore. Il fenomeno del volontariato indica che gli uomini di oggi, e specialmente i giovani, sono più sensibili verso le necessità umane. -

Responsabilizzate ogni fedele del “popolo di Dio”, in modo che ogni cristiano nella famiglia, nella parrocchia, nella diocesi, come pure negli ambiti della vita civile si senta impegnato a partecipare in modo costruttivo al disegno salvifico di Dio.

- Per quanto riguarda l’attività pastorale a favore della gioventù, rivolgendo un cordiale saluto all’ordinario militare, qui presente, vorrei ricordare l’importanza dell’apostolato tra coloro che compiono il servizio militare.

Oltre ad essere un ministero a favore di quanti, in adempimento di un dovere civile, garantiscono la sicurezza della patria nel contesto di un impegno per la pace e la solidarietà tra i popoli - evitando forme di un pacifismo unilaterale, non sufficientemente attento alle complessive esigenze della vita associativa - costituisce anche la preziosa occasione di completare l’educazione morale e cristiana per tanta parte della gioventù in un momento cruciale della vita, illuminandola con la luce del Vangelo.

4. Desidero, inoltre, amati confratelli della regione piemontese, che esercitate la vostra attività pastorale in una delle zone più industrializzate d’Italia, toccare alcuni aspetti della pastorale del lavoro nell’attuale società tecnologica. La Chiesa sente il dovere e il bisogno di camminare al fianco dell’uomo singolo e della società, per illuminare e guidare, nella prospettiva del giusto progresso e dell’autentico benessere.

Mi limito a qualche rilievo, su questo argomento che ho già avuto occasione di affrontare anche recentemente nel convegno promosso dalla Commissione della CEI per il mondo del lavoro.

a) Una prima considerazione riguarda la situazione di fatto della società attuale.

Come è noto in due secoli si è passati dalla “società agricola” a quella “industriale”, ma in poco meno di un mezzo secolo si sta passando a una nuova forma di società tecnologicamente più avanzata. Sta avvenendo sotto i nostri occhi una svolta che non sappiamo dove porterà e quando si concluderà.

La tecnica si è inserita in modo spettacolare tra la natura, per manipolarla e asservirla, e la società, per svilupparla e soddisfarla. La tecnica incide ormai potentemente sull’economia e l’economia, diventata una scienza anch’essa, rivendica l’autonomia dalla politica e dall’etica. La certezza di base diventa la massima efficienza della produzione con minimo sforzo. Mediante i ritrovati della tecnica, telematica, informatica, robotica, il ruolo della persona sembra diventare in gran parte superfluo, secondario: nello stesso tempo però si valuta più l’intelligenza che la forza fisica.

Emerge così il problema della “disoccupazione tecnologica”: è la disoccupazione di coloro che, soppiantati dalle macchine, sono senza lavoro e si sentono emarginati e senza scopo, ma anche il problema di quanti si trovano a lavorare di meno, hanno maggior tempo a disposizione e devono in qualche modo impiegarlo e riempirlo.

In tale contesto, il lavoro rimane senza dubbio un valore, ma accanto ad altri valori, come lo sviluppo dell’intelligenza, la promozione della cultura, l’impegno del tempo libero nel servizio umanitario, nel volontariato, nella ricerca religiosa, nella contemplazione, nello spettacolo, nella lettura, nel turismo.

Bastano questi cenni per rendersi conto come la società moderna è densa di problemi e di difficoltà sia nel campo strettamente economico sia soprattutto nel campo pastorale.

b) La seconda considerazione riguarda perciò l’atteggiamento che si deve assumere di fronte alla società di oggi.

L’attuale sviluppo tecnologico ha certamente un significato e un ruolo positivo nella progressiva vicenda della storia umana e perciò della “storia della salvezza”. Ci convincono e ci confortano le parole di san Paolo: “Tutto è vostro . . . il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio!” (1 Cor 3, 21-22). Bisogna portare l’umanità verso la giusta pienezza del suo sviluppo; bisogna capire la nostra epoca, accettarla, orientarla. Nell’enciclica Laborem Exercens ho voluto sottolineare questa visione positiva e costruttiva della società moderna quando ho detto che “lo sviluppo dell’industria e dei diversi settori con essa connessi fino alle più moderne tecnologie dell’elettronica, specialmente nel campo della miniaturizzazione, dell’informatica, della telematica e altri, indica quale immenso ruolo assume, nell’interazione tra il soggetto e l’oggetto del lavoro proprio questa alleata del lavoro, generata dal pensiero umano, che è la tecnica. Intesa in questo caso non come una capacità o un’attitudine al lavoro, ma come un insieme di strumenti dei quali l’uomo si serve nel proprio lavoro, la tecnica è indubbiamente un’alleata dell’uomo. Essa gli facilita il lavoro, lo perfeziona, lo accelera e lo moltiplica. Essa favorisce l’aumento dei prodotti del lavoro e di molti perfeziona anche la qualità” (Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, n. 5).

c) Infine, un’ultima considerazione riguarda in particolare le direttive che passiamo e dobbiamo dare nella svolta in corso.

Bisogna educare, prima di tutto, ad accettare di vivere in questa società complessa e difficile, per diventarne l’anima con vigile allenamento all’ascetica, e con prontezza di spirito di sacrificio.

Bisogna educare al senso della solidarietà, che è la carità cristiana com’è voluta dal Vangelo. È necessaria questa mentalità di solidarietà fraterna, perché pur tra tante conquiste tecniche, non mancano gravi traumi: insicurezza del posto di lavoro, individualismo, egoismo, solitudine, emarginazione. Occorre favorire e stimolare un comportamento più solidale, umano, cristiano. Bisogna formare persone coraggiosamente aperte alle novità tecnologiche e sociali, sensibili alla voce della propria coscienza cristiana, disposte alla condivisione e all’impegno sociale, e quindi necessariamente umili e prudenti, convinte della necessità della grazia e dell’aiuto divino. Per quanto è possibile, tenuto conto del contesto particolare, è necessario anche stimolare i responsabili della vita sociale e politica, in modo che tutti si sentano unicamente a servizio dell’uomo, della famiglia, della società.

Infine, occorre educare alla fiducia e alla speranza, specialmente i giovani. L’azione pastorale deve infondere fiducia e promuovere la comune corresponsabilità, poiché tutti facciamo parte di un disegno di amore e abbiamo una missione da compiere.

Concludendo questi accenni, vorrei rinnovare l’auspicio di una ripresa delle “Settimane sociali”, in cui, attraverso lo studio della dottrina della Chiesa e la testimonianza di persone qualificate e responsabili, sia possibile individuare soluzioni concrete ai difficili problemi dell’epoca moderna, in modo che siano sempre - in nome di Cristo - salvaguardate la dignità della persona e la giustizia sociale.

5. Carissimi confratelli!

Proprio verso il termine della sua vita, il santo di Torino, don Giuseppe Benedetto Cottolengo, così diceva: “Ricordatevi di non dubitare nemmeno per un istante della divina Provvidenza, sia nello spirituale che nel temporale, fareste un gran torto a Dio . . . Nelle necessità, dubbi e malinconie non state a gemere e sospirare, ma portatevi avanti al Santissimo Sacramento . . . Sfogate il vostro cuore ivi”.

È un programma di vita che vale per tutti, e che vi lascio come ricordo, stimolo e conforto.

La Vergine santissima, Maria Ausiliatrice e Consolatrice, invocata e venerata con tanto amore in celebri santuari come a Torino, a Oropa, a Vicoforte Mondovì e sul Sacro Monte di Crea e di Varallo Sesia, ispiri e sostenga sempre il vostro ministero episcopale, a gloria di Dio e per la salvezza delle anime! Con la mia benedizione.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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