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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL PORTOGALLO IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 6 luglio 1987

 

Amati e venerabili fratelli vescovi del Portogallo.

1. Ringrazio per i sentimenti che ha appena espresso il signor card. patriarca di Lisbona, don Antonio Ribeiro, in qualità di presidente della Conferenza episcopale, interpretando ciò che voi sentite nel vostro cuore e che, negli scorsi incontri, alcuni di voi ebbero già l’occasione di manifestare. Grazie di cuore!

In questo incontro che vivo come uno dei compiti più importanti e più belli dei miei doveri come successore di Pietro, riaffermo nuovamente anche il “vivo affetto” con cui sempre vi accompagno e con cui oggi vi ricevo, animato dal desiderio, come diceva l’Apostolo, di “condividere con voi non solo il Vangelo di Dio, ma anche la vita stessa” (cf. 1 Ts 2, 8). Ed è di comunione il momento della vostra visita “ad limina Apostolorum”, più ancora che una semplice esperienza di collegialità episcopale: comunione di menti, di cuori in un solo Spirito, che ha il proprio punto culminante nella concelebrazione dell’Eucaristia.

Con pochi cambiamenti - se non i tre nuovi fratelli che si sono aggiunti a noi - questo nostro gruppo si era già riunito a Fatima, in occasione del mio indimenticabile pellegrinaggio e, dopo un anno, si ritrovò ancora qui, durante la precedente visita “ad limina”. Il tempo passa rapidamente; ma i ricordi graditi restano. Sì: rimane in me, vivo, il ricordo del mio incontro con la Chiesa del Portogallo, anche oggi qui presente, da voi rappresentata. Salutandovi come pastori, saluto le vostre comunità - i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli - grazie a Dio, la maggioranza del popolo portoghese. Secondo la linea di continuità degli incontri precedenti, faccio alcune brevi considerazioni, mantengo ancora vivo il duplice voto della recente solennità degli apostoli Pietro e Paolo, perenne voto di Roma: l’unità di tutti i vescovi nella comunione con il successore di Pietro, e l’“ansia sollecita per tutte le Chiese” (cf. 2 Cor 11, 28).

2. Un anno dopo la mia visita pastorale, pubblicaste una prima lettera pastorale congiunta in cui, anticipando per qualche aspetto la più recente assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, scrivevate: “Sta al nostro spirito dare un nuovo impulso al movimento di rinnovamento delle nostre diocesi”. Contemporaneamente iniziavate un’inchiesta, volendo ascoltare il popolo di Dio a livello nazionale, sulle “deficienze e urgenze notate o sentite nella Chiesa del Portogallo”. Dai risultati raggiunti nacque l’idea di “una sola linea di forza . . . dell’azione pastorale fino al Duemila”, espressa in una nuova lettera pastorale congiunta con il fortunato binomio: “Evangelizzare e rinnovare la fede del popolo di Dio, secondo le esigenze del Concilio e del nostro tempo”.

Non posso non congratularmi con voi per tutto questo, indice di attenzione e di grande sforzo. Fu un deciso passo in avanti per consapevolizzare e animare responsabilità comuni, sulla base sicura dell’unità e della fedeltà, senza ignorare la diversità delle situazioni, dei mezzi e persone di cui si dispone, in diocesi tanto differenti come sono quelle portoghesi. Perciò spettava ad ogni vescovo, singolarmente considerato, l’orientamento del movimento evangelizzatore e rinnovatore nella propria circoscrizione diocesana.

3. Purtroppo il tempo non ci permette di intrattenerci sull’analisi della situazione della Chiesa in Portogallo, in questa fase di presa di coscienza, ben individuata nelle ampie e ben elaborate relazioni, che avete preparato con cura. Con consolatorie attestazioni di questo ricupero di coscienza delle numerose indicazioni concrete di vitalità e impegno ecclesiale, non mancano alcune dettagliate relazioni riguardanti lacune, pericoli e difficoltà che in questo momento si presentano alla Chiesa che è in cammino e continua la sua peregrinazione “nel mezzo delle persecuzioni del mondo e delle consolazioni di Dio, annunciando la Pasqua del Signore, fino a quando egli verrà” (Lumen Gentium, 8). Intanto il Buon Pastore continua a dirci: “Fatevi coraggio! Io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33).

Ciononostante prevalgono motivi di ottimismo e speranza, dato che la Chiesa in Portogallo dà l’impressione di essere sufficientemente solida, con la sicurezza di coscienza e la capacità di intervento, senza complessi, nonostante le difficoltà che comunque sussistono. E, in questo momento, sembra che prevalgano non solo fattori transitori, ma prevalentemente storici e strutturali, legati alla sorte del popolo e della nazione in generale, insieme a fenomeni di assestamento, conseguenza di un repentino cambiamento nel suo cammino storico, che ha causato mutamenti profondi.

Particolarmente di ciò si sono occupate le vostre perspicaci riflessioni congiunte, analizzando gli eventi e le situazioni, come la conosciuta evoluzione politica e la decolonizzazione; e, a livello ecclesiale, l’impatto col rinnovamento conciliare e con alcune “letture” poco esatte del Concilio stesso. Avete scritto recentemente: “In una epoca in cui per varie circostanze, ci vediamo integrati nella Comunità Economica Europea, dobbiamo preoccuparci di affermare la nostra coscienza collettiva, che non può ridursi a termini di mercato. Possiede un patrimonio da preservare. Di questo fa parte la fede cristiana . . . Mantiene un’aspettativa depositata nel carattere specifico del nostro contributo, che si fonda necessariamente sui nostri valori spirituali e religiosi”. Fate poi ancora un riferimento che è un appello, e che desidero sottolineare qui con voi, ai cari emigranti portoghesi: costoro, “sia nei Paesi europei, sia nei Paesi degli altri continenti, hanno contribuito a rendere presente e vivo fra gli altri popoli il patrimonio di matrice cristiana” che hanno portato con sé dalla madre patria (Nota Pastorale, 17 maggio 1987).

4. “Evangelizzare e rinnovare la fede del popolo di Dio”: mi piacerebbe aver il tempo per meditare con voi sul contenuto dell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi e altri ulteriori chiarimenti e applicazioni che ho ricavato dalle luminose prospettive del documento del mio venerato predecessore Paolo VI. Presupponendo ciò, mi limiterò a porre l’accento sul fatto che non si curasse come priorità assoluta questa “novità” della fede pasquale del popolo di Dio, segreto della perenne gioventù della Chiesa (cf. Ef 5, 27), con un altro spirito si correrebbe il rischio di mettere un pezzo di panno nuovo a un vestito vecchio” (cf. Mt 9, 16).

La fede del popolo di Dio ha bisogno di essere vivificata e alimentata di continuo nell’obbedienza al Vangelo, con il procedimento descritto dall’Apostolo: missione, annuncio, accoglienza e adesione personale impegnata (cf. Rm 10, 14-16); ha bisogno di essere animata dalla “novità” di Gesù Cristo. Con lui è nato l’“uomo nuovo”, chiamato a vivere in famiglia con tutti gli uomini, attraverso la santità e la grazia tradotte in verità e vita, nell’edificazione della giustizia, dell’amore e della pace. Ed è grazie a “uomini nuovi” che deve nascere una società nuova, in un clima di solidarietà e fraternità, illuminata dal sole della carità e continuamente purificata e rinfrescata dalla dolce brezza della pratica delle beatitudini.

5. Con queste basi, passo ora all’accento di alcuni punti più volte ripetuti nel corso delle venti relazioni. Primo fra questi, quello dei mezzi e degli operai dell’evangelizzazione, o della centralità della problematica delle risorse, soprattutto delle risorse umane: invilimento dei presbiteri, insufficienza delle vocazioni sacerdotali e religiose, limitazione nell’adeguata formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita consacrata. Sembra che questo sia preoccupante e faticoso, nonostante i progressi, in numero e qualità, che avete segnalato in questi campi. Desidero rafforzare la vostra speranza e stimolare la vostra attenzione e il vostro intervento, proponendovi come mezzi per accelerare l’inversione di tendenza che, grazie a Dio, comincia a manifestarsi:

1) l’insistere sulla “valorizzazione” dell’“argento di casa” che nonostante tutto - come voi avete sottolineato - è di valore; disponendo di un buon clero, cioè guardare ai “modelli” da presentare alle nuove generazioni, mostrando principalmente fiducia nell’accrescere la fiducia, affinché tutti i sacerdoti cerchino sempre di rendersi raccomandabili come ministri di Dio (cf. 2 Cor 6, 3ss.);

2) siano buone piste i “suggerimenti” della recente assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, per quanto riguarda la formazione nei seminari e nelle case religiose (cf. Relazione finale, 11, A, 5);

3) l’incrementare l’apostolato o promuovere le vocazioni, ravvivando continuamente le corresponsabilità, nel campo umano e cristiano; ma soprattutto il pregare e il fare pregare intensamente: lo Spirito Santo può suscitare il sospirato rinnovamento, imprevedibile però dal punto di vista umano; perciò è necessario implorare con fede il “Signore della messe”.

In questa linea, è risaputo il posto che occupano le persone consacrate: non solo con la disponibilità, la competenza e lo zelo che sono loro propri, per rendere presente la Chiesa in diversi campi; ma in questo tempo così bisognoso di preghiera e a volte omesso nella preghiera al Signore, c’è un grande bisogno di persone che si dedichino alla preghiera, che preghino per coloro che non possono da soli, come risulta anche dall’esemplarità della croce.

6. L’aumento del numero degli studenti e dei docenti nei livelli di insegnamento secondario, superiore e universitario, in Portogallo, è un’altra realtà, di per sé consolatrice, che è stata da voi segnalata come un’urgenza per l’attenzione della Chiesa, per ciò che significa nel presente e nel futuro cristiano e nella vita sociale del Paese. È una moltitudine esposta e scossa del vento, di “dottrine molteplici e strane”, in cui l’insegnamento si professa neutro religiosamente. È una “massa” enorme da “maturare”. È il “fermento” deve produrre “uomini nuovi” - a questo punto faccio un appello ai laici della vostra patria - affinché sappiano mantenere e rafforzare continuamente la propria identità cristiana, coscienti del fatto che “è buona cosa irrobustire il cuore con la grazia” (Eb 13, 9; cf. Ef 4, 14), al fine di dare testimonianza di fede senza ombre, speranza trascendente e amore tradotto in vita dalle esigenze etiche, come persone motivate, sicure e che rispettano gli altri.

Tale rispetto non ha nulla a che vedere con l’indifferenza. È un’attitudine responsabile, dettata dalla coscienza autentica, che porta a riconoscere in se stessi e negli altri l’uomo in tutte le sue dimensioni come creatura meravigliosa, con “diritti d’autore”: la persona umana. In questo ha il suo fondamento il rispetto del Creatore e un amore dell’uomo che va al di là delle categorie delle quantità e dei fatti.

7. In questo momento desidero dire una gradita parola che serva da stimolo, voti propizi e un appello per l’Università Cattolica Portoghese - di iniziativa della vostra Conferenza episcopale - e per le sue estensioni universitarie, che sono realtà oggi, in varie città. Il suo prestigio, riconosciuto all’unanimità come hanno dimostrato le diverse relazioni - deve essere mantenuto realizzando sempre più come servizio la missione evangelizzatrice della Chiesa, contribuendo perché siano assimilati e modificati “dalla forza del Vangelo”, i criteri di giudizio, i valori che contano, i centri di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’uomo che siano in contrasto con la parola di Dio e con il suo disegno di salvezza” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 19). So che fate tutto ciò che vi è possibile affinché si conservi questo prestigio e per renderlo evangelizzatore. Che Dio aiuti e illumini sempre voi e tutti coloro che sono impegnati in questa causa.

Ma si impone alla vostra sollecitudine e generosità di pastore un’attenzione più allargata a tutto il mondo della cultura, come si impone a tutti gli “uomini nuovi” per la novità di Cristo. È un compito arduo, ma che promette buoni frutti, a corta e a lunga scadenza. Il cristianesimo è una parte molto importante del patrimonio culturale portoghese. Avete riferito che fra voi numerosi sacerdoti si dedicano all’insegnamento e non solo della disciplina della “religione e morale”. Tutti desideriamo che siano degli esimi professionisti, i migliori fra i migliori. Ma i sacerdoti sono impegnati, prima di tutto, con Cristo e con la sua Verità; e saranno felici solo nella consonanza e nell’armonia di tutto il proprio essere e agire con la condizione di “ministro di Cristo” in accordo con la Chiesa: con la Chiesa universale e con la sua Chiesa locale; e ancora, mettendo in pratica l’esemplarità di “luce e sale” che gli altri hanno il diritto di vedere in loro, come quando, paradossalmente, li incitano a “emigrare” dalla loro scelta di vita fondamentale. Per essere completamente felici pregate, pregate molto, coltivando l’unione con Cristo, dato che da ciò dipende il frutto della sua attività (cf. Gv 15, 5): dipende la salvezza di molti fratelli.

8. Mi avete confidato inoltre gioia e apprensione per ciò che riguarda il culto liturgico, devozione e tradizioni, vissute nelle feste e nei pellegrinaggi, tipici della vostra terra. Ha causato in me profonda soddisfazione constatare nella maggioranza delle relazioni l’aumento della devozione per la santissima Eucaristia, anche al di fuori della messa, grazie ai ministri straordinari del Sacramento. L’Eucaristia, lo sappiamo, è legata alla promessa della vita eterna, e perciò resta “il centro e l’apice di tutta la vita cristiana”.

Per quanto riguarda tutto il resto, con prospettive positive, ci sono questioni ancora aperte, a cui va dedicata la più grande attenzione, sapendo approfittare e valorizzare la profonda religiosità della vostra gente. Vi lascio come suggerimenti volti ad incoraggiare il vostro zelo, impegno e fermezza in questo immenso campo: il dialogare e maturare attraverso il giudizio critico, la purificazione del senso del sacro e dell’imperativa adorazione di Dio, molte volte sopravvissuti ai disvalori, agli errori; fare tutto il possibile affinché sia ripresa la celebrazione-incontro dell’Eucaristica domenicale, e affinché quest’ultima corrisponda alla necessità di festeggiare, comunicare e sentire farsi realtà la “legge di Cristo” che implica il “sopportare gli uni i pesi degli altri” e il “piangere con chi piange” quando necessario, ma anche il “gioire con chi gioisce” (cf. Gal 6, 2; Rm 12, 15): il trattarci gli uni gli altri come fratelli.

9. Pertanto, occorre vivere e crescere nella coscienza di figli di Dio nella grazia (cf. Ef 5, 1), “ognuno deve esaminare se stesso” e compiere il dovuto discernimento, per capire qual è la volontà del Padre celeste, quale il vero bene che gli piace e ciò che è perfetto (cf. Rm 12, 1-2). Qui si inserisce l’appello alla riconciliazione; l’appello alla conversione, all’impegno personale. Celebrare la Penitenza, per la liberazione dal peccato, diviene tanto più imperativo quanto più i cristiani sapranno percorrere i cammini indicati dalla Signora del Messaggio a Fatima: i cammini della preghiera personale, familiare e comunitaria; e il cammino della conversione al Vangelo, dirigendosi verso Dio e facendo della vita una preghiera e nella preghiera inquadrare il quotidiano. E in questo nostro tempo, quando diventa ancora più minacciosa la perdita del senso del peccato e in cui tante persone sentono il vuoto interiore e la crisi spirituale, “la Chiesa deve mantenere e promuovere con energia il senso della penitenza, della preghiera, dell’adorazione, del sacrificio, della dimenticanza di se stessi, della carità e della giustizia” (Sinodo straordinario dei vescovi 1985, Relazione finale, II, A, 4). Infine esorto voi, amati fratelli, a continuare con quella serena fermezza che traspare dalle vostre relazioni e ai vostri documenti congiunti, ad orientare, incentivare e proteggere con tempestivi interventi - là dove necessario - la testimonianza collettiva e la peregrinazione nella fede della Chiesa in Portogallo. Quanto più si manifestano le tendenze che vogliono preporre la quantità e i fatti, o semplicemente la demagogia, alla spiritualità, e che arrivano a mettere in questione, a livello di società o di Stato, i valori morali fondamentali perché possa sopravvivere la dignità della persona, tanto più i cristiani devono sentirsi forti, compatti e solidali per chiamare errore e peccato quello che lo è, perché in contrasto con il Creatore e la sua creazione. Cristo, ieri come oggi e per sempre, è “via, verità e vita”, per l’autentica felicità dell’uomo.

10. Per quanto riguarda gli altri campi della vostra attività di pastori, mi sono rimaste nel cuore e occupano il primo posto nelle mie preghiere, le vostre confidenze, speranze e preoccupazioni. Come:

1) la famiglia: la famiglia secondo Dio, le sane famiglie portoghesi tradizionali, che cominciano ad essere rimpiante, e le famiglie di oggi; intanto il futuro dell’uomo continua ad essere deciso all’interno della famiglia; quest’ultima continua ad essere la speranza per l’equilibrio delle persone e l’armonia della società;

2) il mondo del lavoro, dei disoccupati e di coloro che soffrono per le ingiustizie, disparità e insidie che lo minacciano, quando invece il lavoro deve essere cammino di fedeltà a Dio e all’uomo-fratello;

3) i mass-media, con le loro immense possibilità e con la loro problematicità, a cui è importante dare delle risposte desunte dal Vangelo;

4) la carenza e l’inadeguatezza delle strutture ecclesiastiche e laiche che dovrebbero preparare i cristiani alla partecipazione, alla promozione sociale e all’impegno nell’apostolato, che sia più efficace e sicuro; e in relazione alla prossima esperienza dei diaconi permanenti;

5) la propaganda a cui non sempre è possibile far fronte, di stampo materialista, atea o antiecclesiastica, volta ad allargare lo spazio per il secolarismo, il permissivismo morale, per il consumismo e l’edonismo, fino ai mondi illusori dell’alienazione totale della persona;

6) il mondo dei giovani, dei cari giovani portoghesi, desideriamo tutti che non venga distrutto il loro patrimonio culturale; che siano liberi sì, ma nell’amore che sa discernere e sacrificarsi per nobili ideali, per essere i migliori cittadini della propria patria, dando ampi spazi alla generosità dei loro cuori per abbracciare il mondo, con ciò che ha di bello, nobile e in accordo con il progetto di Dio.

11. Cari fratelli nell’episcopato: “Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo”.

Evangelizzare e rinnovare la fede del popolo di Dio, secondo le esigenze del Concilio e del nostro tempo, è un compito immenso; ma non è qualcosa di supplementare o facoltativo nella nostra missione di pastori e nella missione della Chiesa. Molti fattori incidono sulla vitalità cristiana e sulla fecondità apostolica delle comunità e possono indebolirle. L’opera che deve essere costante contro la mancanza di una guida, sarà tanto più efficace e convincente quanto più gli agenti pastorali e tutti i discepoli di Cristo sapranno stare uniti e parlare lo stesso linguaggio: saranno “un solo cuore e una sola anima” solidamente radicati nella carità divina: “perché il mondo creda” (cf. Gv 17, 21). Tutti i cristiani portoghesi hanno in ciò una propria parte, ciascuno secondo la propria condizione.

A noi, pastori, il Signore ha affidato l’incarico di articolare le diverse forme di corresponsabilità e di impegno. Con i sentimenti di “buon pastore” e come testimoni dobbiamo garantire soprattutto la compattezza, la comunicazione profonda e fruttuosa fra i fedeli, le diverse comunità, fra le diocesi, le circoscrizioni pastorali, infine, fra le forze vive del popolo di Dio e tutte queste con la Chiesa universale.

In questo Anno mariano, per implorare l’intercessione della Madre del Redentore - modello e presenza materna nella vita della Chiesa che è in cammino - con voi mi sento con lo spirito a Fatima: che l’Altissimo faccia scendere su di voi e sulle vostre comunità diocesane, i doni del suo amore, per incamminarvi, con gioiosa speranza, ogni giorno più “evangelizzati e rinnovati” nella peregrinazione di fede. Imploro su di voi e su tutta la Chiesa da voi rappresentata, la benedizione del Signore.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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