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VISITA PASTORALE NELLA DIOCESI DI BELLUNO-FELTRE
SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA
POPOLAZIONE DI LORENZAGO
Lorenzago di Cadore (Belluno) Domenica, 12 luglio 1987
Carissimi!
1. Ringrazio anzitutto il vostro parroco per le amabili parole che, anche a nome
di tutti voi, ha voluto rivolgermi in questo nostro incontro: egli ha saputo
dare forma ai molteplici sentimenti, che provate in questi momenti, attestando
altresì quella fede che anima e dirige la vostra vita in tutti i ritmi e in
tutte le sue manifestazioni.
Un deferente saluto porgo al signor sindaco, a tutte le autorità civili,
politiche e militari e a voi tutti, abitanti di Lorenzago, questa ridente
cittadina operosa e serena. Saluto le famiglie, i padri e le madri, e tutta la
gioventù, che è la vostra e nostra speranza. Un particolare saluto desidero
porgere agli anziani, che nella loro vita hanno dato un fattivo contributo di
lavoro, di esempio, di onestà; e, inoltre, a tutte le persone inferme, che con
la loro sofferenza sono unite a Cristo crocifisso, fortificando, con la loro
debolezza fisica, la Chiesa di Dio.
A voi tutti il mio affettuoso pensiero!
2. La mia presenza qui oggi in mezzo a voi coincide con una celebrazione
religiosa particolarmente importante per la vostra vita di cristiani: oggi 12
luglio è la festa solenne dei vostri patroni, i santi Ermagora, vescovo, e
Fortunato, diacono, martirizzati per la fede in Cristo.
Come è noto, sant’Ermagora è stato il primo vescovo di Aquileia. Secondo una pia
tradizione, san Marco, inviato da san Pietro a evangelizzare l’Italia
settentrionale, giunto ad Aquileia incontrò Ermagora e, convertitolo dal
paganesimo al messaggio di Gesù, lo consacrò vescovo, o - secondo un’altra
tradizione - lo condusse a Roma, dove san Pietro personalmente lo ordinò
vescovo. Ritornato ad Aquileia, Ermagora fu un instancabile pastore, convertì
molti pagani al cristianesimo e concluse la sua missione con il martirio,
insieme al suo diacono Fortunato, durante la persecuzione di Nerone.
Le figure dei vostri patroni sono indubbiamente emblematiche per la vostra vita
religiosa: attraverso le loro persone, la loro testimonianza di fede e di
martirio, voi siete collegati agli inizi stessi della storia del cristianesimo
e, in particolare, nella persona del vescovo Ermagora, voi siete uniti a Pietro,
e mediante Pietro a Cristo: sant’Ermagora è uno degli anelli e dei più
importanti che vi saldano in stretto vincolo con Gesù Cristo, Salvatore,
Redentore, Figlio di Dio, Capo della Chiesa. In forza di questo speciale legame
voi proclamate nel simbolo di fede: “Credo la Chiesa una, santa, cattolica,
apostolica!”.
3. Siate pertanto legittimamente fieri di essere figli spirituali di questi
santi, che hanno dato a Cristo, alla sua opera, al suo messaggio un’adesione
totale, portata fino alle estreme conseguenze: la donazione della propria vita e
del proprio sangue! Siate quindi sempre degni di loro, del loro esempio, dei
loro ideali!
So quanto è viva e profonda la vostra fede cristiana! So con quanta cura
conservate gelosamente questo straordinario tesoro, consegnatovi e tramandatovi
dai Padri! So con quanto amore e delicatezza lo avete trasmesso e lo trasmettete
ai vostri figli!
Continuate con rinnovato impegno in questa limpida, serena e forte
professione della fede cristiana, senza rispetto umano alcuno di fronte a
tutte le ideologie che tentano di offuscarla! Siate sempre fedeli a Cristo!
Fedeli alla Chiesa! Fedeli alla Sede di Pietro!
E con queste parole vi auguro di essere sempre una Chiesa veramente apostolica,
perché noi siamo la Chiesa apostolica non solamente grazie alla trasmissione,
alla successione degli apostoli - cosa tanto marcata nella vostra tradizione
dell’antica chiesa di Aquileia -, ma noi siamo Chiesa apostolica quando viviamo
lo spirito degli apostoli, sono i due significati di quella parola “apostolica”:
la successione e la vita. E questa vita apostolica, quell’apostolato della vita
cristiana deve distinguere non solamente i successori degli apostoli che sono i
vescovi, ma deve distinguere tutti i cristiani; non solamente i sacerdoti, non
solamente religiosi e religiose, ma anche tutti i laici. Si parla tanto
dell’apostolato dei laici. Il Concilio Vaticano II ci dice che la vocazione
cristiana è sempre e dappertutto una vocazione all’apostolato. Cosa vuol dire
essere apostolo? Essere un inviato da Cristo, portare in sé il suo messaggio e
portare nella propria vita, nella propria consapevolezza, nelle proprie opere la
responsabilità di quel messaggio, di quel tesoro che è la rivelazione, che è la
fede, che è la grazia offertaci da Dio Padre nel suo Figlio e trasmessa, sempre
in modo invisibile, dallo Spirito Santo che Gesù ci ha promesso: ha promesso
agli apostoli, ha promesso alla Chiesa intera e a tutti noi in tutte le
generazioni lo Spirito Santo che deve portare la prima, la divina testimonianza
di Gesù Cristo quando noi, i successori degli apostoli, la Chiesa apostolica,
dobbiamo portare la stessa testimonianza operando con la luce e nella forza
dello Spirito Santo. Ecco questo vuol dire essere Chiesa apostolica, questo vuol
dire apostolato dei vescovi, naturalmente apostolato dei sacerdoti, delle
persone consacrate, apostolato dei laici, tutto quello vuol dire apostolato.
Apostolato della Chiesa, la Chiesa deve essere apostolica perché devono fiorire
nella Chiesa i diversi apostolati tutti uniti in un solo apostolato, quello
della Chiesa apostolica. Questo è l’augurio che voglio lasciare a voi tutti e
soprattutto al vostro parroco che ha espresso quel suo più grande desiderio:
quel desiderio non è di scalare ancora una volta una di queste vette
dolomitiche, tante ne ha scalate, ma questo desiderio è portare al Signore,
nella forza dello Spirito Santo, quella sua Chiesa, quella sua porzione della
Chiesa bellunese, portare a Cristo, all’eterno Pastore. Questo è il suo
desiderio e io auguro che esso possa essere realizzato nella sua vita qui sulla
terra e poi rivelato nell’eternità.
Mi ha accompagnato durante il mio soggiorno qui a Lorenzago il suono delle
vostre campana. Dalla vostra parrocchia e da tante altre chiese nei dintorni
ieri ho potuto sentire quasi un concerto a mezzogiorno per l’“Angelus Domini”
delle campane dolomitiche.
Voglio ringraziarvi anche per l’ospitalità che voi, la chiesa di Belluno e il
vostro vescovo mons. Antonio Mistrorigo, vescovo di Treviso, avete offerto a un
altro vescovo. Questa ospitalità si esprime nei boschi dove c’è il castello,
dove vengono ospitati i seminaristi, si esprime anche in questa casa dove io ho
trovato, per alcuni giorni, l’ospitalità dei due vescovi e delle due diocesi e
specialmente della parrocchia di Lorenzago. Allora si può dire che il bene
genera il bene, l’ospitalità genera ospitalità. E così io voglio anche augurare
a questi miei carissimi fratelli nell’episcopato, a quello di Belluno-Feltre e a
quello di Treviso, ogni bene per la loro missione e per la loro vocazione
insieme col successore di Pietro. Sono molto grato per questo invito tanto
cordiale, che esprime quella che si chiama, nel linguaggio postconciliare,
collegialità affettiva. Ringrazio vivamente. E se qualcuno, forse a Roma o - non
so dove, dirà al Papa: “Ma che cosa fai? Devi stare a Roma. Durante le vacanze
se vuoi, puoi andare a Castel Gandolfo, ma non andare a Lorenzago!”; se mi
diranno così io risponderò: “Non faccio altro che praticare la collegialità
affettiva”.
Ringrazio le persone qui convenute, tutti i partecipanti a quest’incontro, tutti
gli abitanti della regione che mi hanno ospitato in questi giorni e per ancora
qualche altro giorno. Con voi tutti ringrazio Iddio creatore per queste bellezze
delle montagne e dei boschi, che portano in sé la visibilità dell’invisibile.
Questo è il mistero della natura. E auguro a tutti di essere portati, come
cantiamo in occasione del Santo Natale, tramite queste cose visibili, tanto
splendide, a quello che è invisibile.
Affido questi miei voti all’intercessione della Vergine santissima e dei vostri
santi patroni, mentre a conferma del mio affetto vi imparto di cuore
l’apostolica benedizione perché vi accompagni sempre!
© Copyright 1987 -
Libreria Editrice Vaticana
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