VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI
GIOVANI DI CRACOVIA
Cattedrale di Wavel - Mercoledì, 10 giugno 1987
1. “Prendici con te”. Ovviamente non ho per voi né un biglietto aereo, né di
altro genere, ma, fin dall’inizio, fin dal 1978, vi ho preso con me e vi ho con
me là dove sono. Non c’è giorno in cui non siate insieme a me. Del resto, in
tutto il mondo, i giovani hanno preso l’abitudine, e probabilmente gliel’avete
insegnato voi, di farsi avanti per primi là dove va il Papa. Io ne sono molto
contento, e questo è come un proseguimento di quel “prendici con te”. Se non
avessi imparato ad essere con voi - tanto, tanto tempo fa, ma è una cosa che non
si può dimenticare - se non avessi imparato che cosa vuol dire esser e giovani,
come è bello e come è difficile, molto probabilmente non ne sarei capace e non
mi tirerebbero per la tonaca dappertutto come fanno: “vieni”, “rimani con noi”.
Io l’ho imparato qui in Polonia da voi. Non da voi, perché allora eravate troppo
piccoli, ma da altri giovani come voi, che allora avevano la vostra età, che
oggi non sono più giovani. Quindi, ho imparato dai giovani la problematica di
questa giovinezza che è un grande dono di Dio, che è bella e difficile. Forse è
bella proprio perché è difficile; di questa giovinezza da cui non si può
sfuggire, perché, per forza di cosa, introduce a un certo momento l’uomo nella
vita. La si può soltanto giocare, è come quei talenti di cui parla il Vangelo.
Anche se, in realtà, essa non si lascia sotterrare, non può essere nascosta
sotto terra, essa si sviluppa. Si può soltanto giocare bene oppure male. E non
importa dove siamo.
Non pensate che qui la situazione sia la più difficile. È
difficile anche là. I problemi dei giovani sono molto simili dovunque e
dappertutto bisogna trovare più o meno le stesse risposte. Questa risposta è in
noi. Del resto è proprio qui il fascino della giovinezza. Il fascino della
giovinezza è la scoperta del mondo interiore, del mio intimo “io”. Questo “io”
interiore è molto ricco, ricco di possibilità nell’una o nell’altra direzione,
nella direzione del bene e in quella del male. Nell’una e nell’altra. Ed è qui
che si gioca la scelta per tutta la vita. Ovviamente influiscono su questa
scelta anche le cosiddette condizioni esterne che sono indispensabili, che ci
devono essere. Se una società pensa al proprio futuro, deve pensare alle
condizioni di vita dei propri giovani. Io qui non voglio insegnare a nessuno, ma
questo fa parte della gerarchia delle cose, e forse se non è al primo posto, è
comunque a uno dei primi. Le condizioni di vita per i giovani, le condizioni di
vita, le condizioni per il loro sviluppo.
Allo stesso tempo, questo non è ancora
tutto, perché ci possono essere le condizioni migliori e non venirne fuori
niente. A volte addirittura succede che quanto più le condizioni sono buone,
tanto più, invece di essere di aiuto, sono di disturbo. Le condizioni devono
essere giuste, tali da permettere all’uomo di svilupparsi. Tali per cui l’uomo
debba impegnarsi con tutto se stesso, per cui possa e debba farlo. Quando dico
“possa”, significa: abbia le condizioni necessarie; quando dico “debba” penso ad
un dovere interiore. Un giovane dovrebbe avere dall’esterno condizioni tali da
far scattare in lui il dovere di crescere, di svilupparsi, di progredire, cioè
devono dargli una prospettiva. Questa prospettiva è creata contemporaneamente
dalle condizioni esterne e da me stesso. E a volte io devo essere più forte
delle condizioni esterne. Non so se proprio questo non sia oggi il problema più
grave dei giovani non solo qui, ma dovunque: un giovane deve essere più forte
delle condizioni esterne, perché, ad esempio, anche in Italia ci sono condizioni
sfavorevoli. In Italia, dovunque vada, con qualsiasi ambiente mi incontri,
sempre viene sollevato il problema della mancanza di lavoro per i giovani, della
disoccupazione giovanile.
Quindi, c’è un problema simile, e ci sono problemi
simili in diverse parti del mondo, in diverse zone del globo. E adesso torniamo
al problema di come l’uomo, soprattutto un giovane, possa essere più forte delle
condizioni esterne. Nessuna condizione è in grado di farlo cadere, egli riesce a
sfondare queste condizioni, come ha scritto uno dei più illustri cappellani
universitari, che ha lavorato qui a Cracovia presso i domenicani, padre Tomasz
Pawlowski. Ha scritto: “forza di sfondamento”. So che questa “forza di
sfondamento” a volte viene intesa come capacità di arrangiarsi, ma c’è una forza
di sfondamento che si radica nell’uomo e nasce dai suoi valori e di fronte alla
quale tutti devono chiudere la bocca. C’è questa forza, questa forza di
sfondamento! E io credo che, parlando in generale, ci sia già un’atmosfera tale
per cui questa forza, questo genere di forza porti frutto. E dirò di più, in
questo genere di forza ognuno di voi deve essere creativo e tutti insieme dovete
essere solidali!
2. Mi ricollego a ciò che mi ha portato qui in Polonia. Sono
stato invitato al Congresso Eucaristico, che si svolge in tutta la Polonia.
Passo di città in città, incontro grandi folle. È stato così a Lublino, è stato
così oggi a Tarnów. Domani andrò al nord. Sono grandi incontri. Tutti
riflettiamo sul mistero dell’Eucaristia concentrandoci sulle parole che scrisse
san Giovanni evangelista a proposito di Gesù: “amati i suoi, li amò sino alla
fine”. Direi, per ricollegarmi a quanto ho detto prima, che proprio attraverso
questo amore e questo sacramento, che lo esprime, Cristo ci dà dall’interno lo
strumento più potente di quella “forza di sfondamento”, che è tanto necessaria
ai giovani, perché non si tirino indietro prima del tempo, perché non fuggano,
non si spezzino, non perdano la prospettiva. Non si può vivere senza una
prospettiva! Nel corso di queste riflessioni, delle omelie sul cammino del
Congresso Eucaristico, mi vengono alla mente diverse definizioni
dell’Eucaristia. Non si tratta di definizioni dottrinali, bensì pastorali. Io
direi che l’Eucaristia è anche il “sacramento della forza di sfondamento”.
E
forse questa è la cosa più importante che vorrei dirvi. Non si tratta di
un’osservazione astratta, ma viene confermata dall’esperienza di intere
generazioni, anche qui, su questa terra, anche da quella della mia generazione
quando ero giovane, tre generazioni fa. Essa si trovava al cuore stesso
dell’esperienza di quella generazione. Se guardo alla mia giovinezza, a quella
giovinezza degli anni dell’occupazione, anni terribili un incubo, vedo che la
fonte della “forza di sfondamento” era proprio l’Eucaristia. E non solo per me,
ma per molti altri, e forse soprattutto per coloro a cui fu dato sfondare le
condizioni più difficili. Sono sempre di più i libri sui diversi campi di
concentramento, su alcune esperienze atroci della generazione passata della
nostra nazione. Questo sacramento è stato la forza di quella generazione. E
quindi, anche adesso è la “forza di sfondamento” delle condizioni in cui vi
trovate. È fonte di forza. Se volevo dirvi qualcosa dalla finestra, da questa
vetrina, penso che questa sia la cosa più importante. Non è una predica, è una
chiacchierata, perché siamo tra amici. Non è stata preparata, in un certo modo è
una cosa improvvisata, ma le improvvisazioni sono sempre le cose più preparate,
perché si può improvvisare solo ciò che si porta profondamente dentro di sé, ciò
che è stato più profondamente sperimentato.
E quindi, in questo incontro
nell’Anno Domini 1987 nel nono anno da quando sono andato via da qui vi auguro
appunto questa “forza di sfondamento”. Non c’è nessuna generazione di cristiani,
nessuna generazione dell’umanità cui Cristo non si comunichi. In ultima analisi
si tratta di far sì che l’uomo non perda la dimensione umana della propria vita
e proprio Cristo dona questa dimensione umana della sua vita, in quanto Figlio
di Dio. Questa è una straordinaria solidarietà con l’uomo. Voi riflettete su
questo sacramento. Il congresso è fatto apposta. Non solo per far venire il
Papa, per farlo passare tra la gente, per farvi urlare e cantare, questo va
molto bene, soprattutto se i canti sono belli, ma anche perché pensiate bene a
tutte queste cose, a che cosa significa tutto ciò, a che cosa vuol dire questa
solidarietà di Dio con l’uomo in quanto inizio di ogni solidarietà degli uomini
fra di loro. Come inizio di ogni solidarietà umana. Questa solidarietà di Dio
con l’uomo che giunge a donare se stesso. Questo è il vertice di ciò che può
essere dato all’uomo, il vertice del dono. E al tempo stesso è il vertice
dell’impegno, perché non sono buoni i doni che non generano un impegno. Questo è
molto pericoloso anche nella pratica sociale. È molto pericoloso comprare l’uomo
con i doni. No, no, Cristo non fa niente del genere! Niente del genere!
Mi ricordo che quando ero giovane come voi e leggevo il Vangelo, per me
l’argomento più forte a favore della veridicità di ciò che stavo leggendo era
che nel Vangelo non c’è nessuna segreta promessa, nessuna segreta promessa. Egli
ha detto ai suoi discepoli una verità assolutamente dura: non aspettatevi
niente, nessun regno di questo mondo, nessun posto alla destra o alla sinistra
nei ministeri di questo futuro regno messianico. Il Re messianico andrà sulla
croce e la verrà provato. Poi la resurrezione vi darà la forza, la potenza dello
Spirito Santo, per rendervi capaci di testimoniare al mondo questo Crocifisso.
Ma nessuna segreta promessa! Nel mondo sarete oppressi. Questo mi convinceva
molto, perché normalmente gli uomini cercano di attirare gli altri con delle
promesse. Con delle promesse, con la carriera, i guadagni: che cosa te ne verrà,
ne avrai questo, e quello e quello . . .
Ecco, si può anche fare così Cristo non fa niente del genere. Questo è il dono
più grande. Questo è il dono infinito: l’Eucaristia, Cristo. Allo stesso tempo è
il dono che impegna più profondamente, e in questo è la sua forza creativa, così
esso costruisce l’uomo, costruisce la nostra umanità, attraverso di esso ci
viene questa forza di sfondamento. Perché l’uomo è costruito in questo modo.
L’uomo è forte, forte della coscienza del fine, della coscienza del compito,
della coscienza del dovere e anche della coscienza di essere amato. Per poter
sfondare, devo essere certo di essere amato. L’Eucaristia è innanzitutto questa
coscienza: sono amato, io sono armato, io, così come sono. Ognuno nella sua
umanità più personale. Mi ama, mi “ha amato e ha dato se stesso”, come ha
scritto san Paolo. E lui sapeva quali debiti aveva verso colui che l’amava.
Ognuno di noi lo può ripetere a se stesso, ognuno di noi può allo stesso modo
fare i conti, dicendo “mi ha amato”.
Direi che questa
“forza di sfondamento”, di cui avete tanto bisogno, comincia da questa coscienza
di essere amati. Se qualcuno mi ama, sono forte. Un grande pericolo, di cui ho
sentito parlare, e non so se è proprio così, è che in Polonia la gente si ama di
meno, che sempre di più prevalgono gli egoismi, le rivalità. La gente non si
sopporta più, si combatte. Questo è un seme cattivo! Questo non è l’Eucarestia,
questo non viene da Cristo! E questo va cambiato. Penso che tra l’altro, e forse
prima di tutto, la funzione di questo Congresso Eucaristico sia proprio quella
di trasformare questo fondamentale clima, questa base della nostra vita
comunitaria. Nella coscienza di ciascuno di noi deve trovarsi al primo posto la
consapevolezza che c’è Qualcuno che ama senza riserve. Non si ritira mai da
quest’amore. Anche se io fossi il peggiore, anche se lo deludessi, anche se lo
tradissi, come lo tradì Pietro di cui sono il successore, egli non viene meno.
Si può sempre contare sul suo amore. E quindi, vi ho detto alcune delle cose che
mi vengono alla mente quando vi ascolto chiedermi di dirvi qualcosa, di parlare
con voi.
3. E dunque siete un’altra generazione di Polacchi che di nuovo si pone
di fronte al problema della libertà. E penso che questo sia un bene. Una volta
ho scritto che la libertà non può mai essere posseduta. È molto pericoloso
possederla. La libertà va sempre conquistata. La libertà è una caratteristica
dell’uomo, Dio l’ha creato libero. L’ha creato libero, gli ha dato una volontà
libera senza curarsi delle conseguenze. L’uomo ha usato male la libertà che Dio
gli aveva dato, ma Dio l’ha creato libero e non si ritira da questo. Ha pagato
per il suo dono, egli stesso ha pagato per il suo dono.
Ciò che sperimentiamo
nel Congresso Eucaristico, l’Eucarestia, ci ricorda continuamente come Dio ha
pagato per il suo dono, per il dono della libertà fatto all’uomo. Ma il dono non
è stato ritirato e non sarà ritirato. Quindi, la libertà è una dimensione
dell’essere dell’uomo, una dimensione dell’essere personale e dell’essere
comunitario. Penso che tutta l’attuale generazione di Polacchi, tutta, senza
eccezione, debba porsi di nuovo questo problema. Non lo si può sfuggire, non si
può pensare di averlo risolto. Bisogna porsi onestamente questo problema. Perché
Dio non ha fatto l’uomo libero per divertimento, anche questo è vero.
Noi Polacchi in passato, i nostri antenati, abbiamo sbagliato a proposito della
libertà. L’abbiamo chiamata “libertà aurea” e invece era corrosa! Ma sicuramente
questa generazione passata, che ha alle spalle il secolo diciannovesimo ed è
entrata nel secolo ventesimo, che ha vissuto l’inizio della nuova indipendenza,
verso la fine di questo secolo deve di nuovo porsi di fronte al problema della
libertà. E questo è un compito di fronte al quale non può tirarsi indietro
nessuno. È un compito che spetta a tutti per il fatto stesso di appartenere a
questa comunità, a questa nazione. E qui è necessaria una partecipazione molto
attiva della Chiesa, perché la Chiesa ha in questo campo una esperienza
particolare.
Ha una particolare coscienza di che cosa sia la libertà. La libertà è un dono di
Dio. Addirittura non è riducibile a qualche principio umano. L’uomo può porre
delle norme solo entro i limiti di ciò che è già dato nell’ordine creato da Dio
che l’uomo incontra. Quindi la Chiesa è esperta della libertà, così come è
esperta del peccato. Perché queste due cose vanno in coppia: libertà e peccato.
Dio ha rischiato, oso dire, Dio ha rischiato la libertà con le sue creature, con
gli uomini qui sulla terra, ha pagato per questo e proprio il fatto che Dio ha
pagato per la libertà di cui l’uomo ha abusato, conferma in modo straordinario
la dimensione della libertà dell’uomo. “Ha amato sino alla fine” significa
proprio questo.
Penso che il Congresso Eucaristico sia una sfida
anche per la Chiesa in Polonia affinché questo problema della libertà (che cosa
vuol dire che siamo liberi, come dobbiamo essere liberi, come vogliamo e
dobbiamo essere liberi) sia posto di fronte a questa generazione, e tutti coloro
che vi appartengono sono obbligati a prenderlo in considerazione. Nessuno vi può
rinunciare! Nessuno può dire “io ho già una ricetta”, “io sono già padrone della
situazione”. Questo non risolve il problema, perché la comunità della nazione è
composta dagli uomini e ciascuno ha la propria coscienza della libertà e
ciascuno deve assumersi la responsabilità della propria coscienza di libertà, e
ciascuno deve definire questa propria coscienza di libertà sia dal punto di
vista di ciò che possiede che da quello di ciò che gli è dato come compito. In
ogni caso, non ci può essere una società sana in modo diverso. Non ci può essere
una società sana, se in essa il problema della libertà, della libertà personale,
della libertà comunitaria, della libertà nazionale non è risolto fino in fondo,
onestamente, con piena responsabilità.
Per oggi basta con questa chiacchierata.
Sia lodato Gesù Cristo. Vi do la benedizione per la buona notte . . .
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