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VISITA PASTORALE A CIVITAVECCHIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI LAVORATORI DELL'ENEL E DELLE
ALTRE IMPRESE CITTADINE

Giovedì, 19 marzo 1987

 

Carissimi fratelli e sorelle, lavoratori e lavoratrici di Civitavecchia!

1. Vi ringrazio per l’accoglienza, e vi esprimo tutta la mia gioia per questo incontro nella vostra città, qui dove i problemi sociali e tecnologici impegnano la vostra intelligenza e la vostra operosità, a diretto contatto con l’ambiente fisico e umano di una delle più grandi centrali termoelettriche d’Europa.

Vi saluto tutti, e vorrei con amicizia incontrarvi ad uno ad uno, per scambiare una parola cordiale, sui problemi che vi assillano.

Ringrazio di cuore per gli indirizzi che mi sono stati rivolti: nelle parole dei vostri rappresentanti ho sentito vibrare le attese e le preoccupazioni di tutti voi, come pure la volontà di continuare a difendere e promuovere il lavoro e la sua dignità.

Desidero esprimere la mia simpatia a tutti gli operai delle tre grandi centrali termoelettriche di Fiumaretta, di Torre Valdaliga Nord e Sud. Mi è gradito rivolgere un saluto beneaugurante al Presidente dell’ENEL, l’ente pubblico che ha realizzato questa centrale.

Vorrei stringere la mano anche a tutti gli altri lavoratori dell’industria, grande e piccola, dell’artigianato, del commercio, dei trasporti, delle pubbliche amministrazioni, dell’agricoltura; in una parola, a tutte le categorie di persone che qualificano la geniale, attiva, fervida popolazione di Civitavecchia.

Voglio accogliere tutti in un ideale e fraterno abbraccio, consapevole come sono dei vostri problemi, delle vostre ansie, ma anche della vostra fierezza per la dignità che vi compete nei vari ruoli della vostra attività. Ogni lavoratore, infatti, è testimone del valore che ha il suo lavoro, poiché esso è una realtà strettamente legata all’uomo e alla sua identità. Il lavoro consente ad ogni persona di essere se stessa, perché affranca dalla miseria, garantisce in maniera più sicura la sussistenza, permette e favorisce una partecipazione valida e consapevole alle responsabilità sociali, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da situazioni che offendono la dignità; nel lavoro si sviluppa una cultura, vale a dire l’autocoscienza di essere responsabilmente inseriti nella sfera dei valori materiali e spirituali, con la possibilità ed il vantaggio di avere di più per poter essere di più.

Desidero affermare questo proprio nella festa di san Giuseppe, di colui che ha lavorato accanto a Gesù per tanti anni, accomunato nello stesso mestiere al figlio di Dio fattosi uomo, testimone dell’umiltà e della fatica fisica di Gesù tra le pareti della casa di Nazaret. Giuseppe per primo raccolse dalla diretta testimonianza del Signore la sostanza ed il vertice del “vangelo del lavoro” e poté quindi leggere nell’operosità di Gesù il significato umano, religioso e redentivo della quotidiana fatica. “Gesù figlio di Dio, incarnato, redentore di tutti gli uomini, per tanti anni della sua vita è stato un lavoratore. Il lavoro di Gesù operaio appartiene così all’opera della redenzione dell’uomo, della redenzione divina dell’uomo” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 1906).

2. Nella luce di Cristo, redentore dell’uomo e del lavoro umano, avendo davanti agli occhi l’esempio di san Giuseppe l’umile carpentiere che nella quotidiana fatica ha realizzato appieno la propria dignità di essere libero e responsabile, il Papa oggi vi parla, lavoratrici e lavoratori, per dirvi tutta la stima che la Chiesa ha per voi e per il contributo che voi recate al benessere sociale. La Chiesa, nel suo dialogo col mondo del lavoro, sente come propria missione, oggi particolarmente urgente, quella di affermare in maniera forte e chiara la dignità e centralità dei valori della persona. Essa perciò mette in guardia contro ogni tentativo di ridurre l’uomo ad un semplice ingranaggio della grande macchina della produzione. L’uomo è inserito nel processo produttivo, ma non si riduce ad esso: lo trascende, perché l’uomo non è solo materia, ma è anche spirito e, come tale, è portatore di un destino che lo proietta, oltre l’orizzonte del tempo, verso l’eterno.

È perciò con viva speranza che la Chiesa riscontra, oggi, in tutti i settori della vita umana, anche in quello del lavoro, numerosi segni di una nuova fame e sete di trascendenza e di divino. Il mondo del lavoro sembra scoprire ogni giorno di più l’importanza del posto di Dio nella vita, e tende a divenire una comunità fondata sulla solidarietà e sull’amore fraterno.

3. Solo se il mondo del lavoro recupererà appieno la dimensione verticale dell’uomo potrà affermare fino in fondo la dignità del lavoro e difenderla contro gli attacchi che la insidiano. La dignità del lavoro non dipende dall’attività in cui esso si esprime, ma dal soggetto che tale attività svolge, in essa consegnando qualcosa di sé, della propria intelligenza e creatività. La dignità del lavoro si difende, perciò, difendendo la dignità dell’uomo. E la dignità dell’uomo ha il suo fondamento nell’essere egli costituito “ad immagine e somiglianza di Dio”. Riconoscere tale riflesso divino, che brilla in ogni essere umano significa porre il germe di tutte le rivendicazioni sociali che la tutela dei diritti del lavoratore rende necessarie.

Uomini e donne del mondo del lavoro, io vi parlo con grande franchezza: Dio sta dalla vostra parte! La fede in lui non soffoca le vostre giuste rivendicazioni, ma anzi le fonda, le orienta, le sostiene. E Dio resta il supremo garante dei vostri diritti. Davanti al suo tribunale ogni uomo si troverà un giorno per rispondere delle ingiustizie commesse verso i suoi simili.

Già ora, perciò, chi crede in Dio accetta di mettere in questione se stesso e il proprio modo di entrare in rapporto con gli altri, in ogni campo ma particolarmente nel campo del lavoro. La fede non addormenta la coscienza: mette piuttosto in essa l’assillo della continua ricerca delle condizioni più rispondenti alla nativa dignità di un essere dotato di intelligenza e di libertà, capace perciò di gestire responsabilmente se stesso.

Questa nativa dignità dell’uomo deve esprimersi principalmente nel lavoro. Questo va detto con forza specialmente oggi, quando il sempre più rapido progresso tecnologico rischia di sopraffare il lavoratore, isolandolo ed emarginandolo. Si profila all’orizzonte il pericolo di una nuova schiavitù del lavoro, come conseguenza di una struttura produttiva in cui è sempre meno coinvolta la persona con la sua capacità di iniziativa e di responsabilità. La soluzione di tale problematica tensione non va cercata in un rallentamento o addirittura nell’arresto dello sviluppo tecnologico. Essa scaturirà piuttosto dal continuo impegno di riqualificazione del lavoratore e dalla creazione di spazi sempre maggiori al suo intervento cosciente e responsabile nella gestione dell’azienda.

In questa battaglia per la tutela della dignità del lavoratore i credenti devono essere in prima fila, essi che riconoscono il disegno primordiale di Dio nei confronti dell’uomo, non sta forse scritta nella prima pagina della Bibbia l’impegnativa consegna di “riempire la terra e soggiogarla”? L’uomo è chiamato ad essere il collaboratore di Dio nell’opera della creazione. Ogni attività produttiva deve dunque essere strutturata in modo da essere degna di un “collaboratore di Dio”!

4. Tra i problemi che oggi assillano l’uomo, qui a Civitavecchia si avverte in modo particolarmente vivo quello dell’approvvigionamento energetico. Ci troviamo di fronte ad una costante dilatazione della domanda di energia, suscitata dal crescere dell’industrializzazione e da un maggior consumo pro-capite connesso con la espansione demografica e il miglioramento del livello di vita. È un problema che investe direttamente la responsabilità delle autorità pubbliche ed impegna, al tempo stesso, il campo della ricerca scientifica.

A me spetta di sottolineare il dovere - che tutti ci tocca - di avere rispetto per i beni che Dio ha creato ed ha voluto mettere a disposizione di tutti. Il dato di fatto è, invece, che si sono raggiunte punte d’inquinamento dell’ambiente naturale davvero paurose e preoccupanti. Tale situazione, che riguarda ovviamente tutto il mondo, rischia di fare proprio tra i lavoratori le prime sue vittime. Occorre dare vita ad un nuovo tipo di collaborazione tra i responsabili della produzione ed i cultori della scienza al fine di non procedere verso uno sviluppo a senso unico che si rivelerebbe alla fine mortalmente rischioso per tutti. Il nostro pianeta risulterebbe infatti ben presto inabitabile qualora si rinunciasse a cercare con assiduità gli strumenti che possono correggere gli effetti negativi delle varie tecnologie. Bisogna rispondere agli interrogativi circa la sicurezza con un impegno pari a quello espresso finora nella promozione degli interessi energetici e produttivi, al fine di garantire il rispetto e la conservazione di tutte le possibilità e bellezze dell’universo.

Noi siamo inseriti in un mondo che va apprezzato e rispettato, e non dobbiamo cedere alla tentazione di alterarne gli equilibri. Studiosi e scienziati d’ogni parte e tendenza si sentano perciò fondamentalmente impegnati per la crescente domanda di energia che il fabbisogno della società moderna pone in termini di urgenza; ma tengano conto anche della vitale esigenza che non venga turbato l’essenziale equilibrio della natura, essendo questa la prima condizione per garantire la costruzione di un mondo di giustizia e di pace, in cui l’uomo sia consapevole soggetto e artefice del progresso tecnologico in armonico rapporto con il cosmo.

5. Ogni operaio, ogni lavoratore dell’industria e della produzione energetica è anche un uomo continuamente a contatto con la realtà della creazione e con le sue leggi. Il mondo che ci circonda e su cui noi agiamo col nostro lavoro, insieme con le imponenti energie insite nella natura, ci svela continuamente l’ordine meraviglioso voluto da Dio. Da questo contatto quotidiano, sia pure nella dura fatica, l’uomo conosce il mondo fisico ma è portato a meditare, altresì, sul rapporto che esso ha con Dio e a riconoscere l’infinita potenza del Creatore e Legislatore dell’universo. Ogni lavoratore può così sentirsi partecipe di un disegno divino ed accogliere con riconoscenza la sublime missione di “soggiogare e dominare il creato” per ricondurre tutte le ricchezze del cosmo a vantaggio dell’uomo. Possiamo dire che qui si dispiega un contesto religioso nel quale ogni lavoratore scopre la presenza ed il valore di un impegno morale serio e vincolante: l’impegno di far convergere tutte le tecniche e le scoperte verso il maggior bene dell’umanità. Nel contatto con le forze dell’universo che si rivelano sempre più sorprendenti e preziose, ogni lavoratore sente quanto sia grande la responsabilità di tutti nell’operare secondo l’ordine stabilito da Dio.

Il lavoro è un dovere dato da Dio ed una necessità imposta dalle molteplici necessità dell’esistenza; esso però è anche un modo di compiere insieme un cammino, collaborando con amore e rispetto al bene di tutti.

Lavoratori e lavoratrici di Civitavecchia, aprite il vostro cuore alla fraternità e alla solidarietà, seguendo il modello di Cristo!

Accettate il messaggio che le pagine del Vangelo continuamente vi rivolgono!

La parola di Cristo è fonte di dignità, è annuncio di liberazione, è motivo di impegno per mete sempre migliori nel comune cammino verso la promozione dell’uomo. Essa vi propone una nuova ricchezza di forze morali, capaci di redimere il lavoro talvolta duro e monotono, e di renderlo più attraente ed umano. Il Signore vi doni sempre nuove energie perché possiate ogni giorno guidare, con costanza e tenacia, il mondo della tecnica verso il maggior bene della comunità dei lavoratori, della società intera, di ogni uomo. In questo impegno Cristo vi è a fianco. Egli cammina con voi come, sulla strada di Emmaus, camminava a fianco dei due discepoli, frastornati per i fatti accaduti in quei giorni a Gerusalemme. Il rischio è, oggi come allora, di non riconoscerlo e di restare perciò sotto il peso della delusione e dello sconforto. È scritto nel Vangelo che i due discepoli, alla fine, “lo riconobbero nello spezzare il pane” (cf. Lc 24, 35). È chiaro l’accenno all’Eucaristia. Anche oggi la comunità cristiana “spezza il pane eucaristico” quando, la domenica, si raccoglie per la celebrazione della Messa, memoriale della passione, morte e risurrezione del Signore.

Cari fratelli e sorelle, io vi auguro di riscoprire la gioia della partecipazione alla Messa nel giorno festivo. Lì, nell’ascolto della parola di Dio e nella condivisione del pane eucaristico, ciascuno di voi potrà fare ogni volta la rinnovata esperienza della presenza rasserenante del Signore risorto, in lui trovando la conferma di quei valori che danno senso al lavoro di ogni giorno e alla stessa vita. A lui io affido i vostri problemi, le vostre preoccupazioni, le vostre speranze. Egli cammini sempre con voi, perché i vostri passi possano condurvi verso mete di giustizia, di solidarietà, di pace.

Lavoratrici e lavoratori, Cristo è con voi, la Chiesa è con voi! Essa vuole servire la causa della vostra vera dignità: una dignità che trova in Gesù, chino a Nazaret sul banco del lavoro di carpentiere accanto a Giuseppe, suo padre putativo, e a Maria, intenta al disbrigo delle faccende domestiche, un esempio sublime e straordinariamente eloquente.

Alla Santa famiglia di Nazaret io rivolgo la mia preghiera per voi e per le vostre famiglie, soprattutto per i giovani in cerca della prima occupazione, perché a tutti siano dati giorni sereni e lieti nel contesto di una società che cammini verso un futuro sempre più giusto ed umano.


Prima di terminare vorrei ancora una volta ringraziare tutti i vostri rappresentanti che hanno parlato prima di me. Hanno dato l’idea d’insieme di una problematica che hanno presentato alla nostra riflessione comune. Devo confessarvi che questo per me è un momento molto prezioso, il momento in cui posso ascoltare le vostre testimonianze, le vostre analisi della situazione del lavoro nel vostro ambiente e nella vostra patria, in Italia o altrove, perché, il mondo del lavoro, è una grande comunità che non si limita ad un solo paese ma abbraccia tutte le nazioni.

E con grande interesse e profonda partecipazione ho ascoltato le vostre testimonianze e le vostre analisi e questo è un po’ il privilegio della giornata di San Giuseppe, perché posso trovarmi in un ambiente di lavoro, come oggi a Civitavecchia, ad ascoltare queste testimonianze e sentire tramite esse anche quella che è la responsabilità della Chiesa e la sua missione, perché essa esiste per gli uomini e per l’umanità. Il figlio di Dio si è fatto uomo per noi uomini, come recitiamo nel “Credo”, per noi uomini e per la nostra salvezza. La Chiesa ha dunque ricevuto questa missione da lui, così è importante questo incontro e molto prezioso per me. Il giorno di San Giuseppe, infatti, ogni anno posso visitare un ambiente di lavoro in Italia e così rendermi più consapevole dei vostri problemi, del problema che sembra mettersi sempre più al primo posto, cioè l’occupazione. Questo è un problema che mi travaglia e mi preoccupa perché è un problema delle persone: i giovani se non incontrano all’inizio della loro vita da adulti la possibilità di lavoro diventano infelici e questo incide per il futuro della loro vita. Devo confessarvi che questa vostra preoccupazione è anche profondamente una preoccupazione mia e della Chiesa di Roma, dell’Italia e del mondo.

Vi ringrazio per la vostra attenzione.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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