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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA REGIONE APOSTOLICA
CENTRO-EST IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 20 marzo 1987

 

Signor Cardinale,
Cari fratelli nell’episcopato
.

1. È una grande gioia anche per me ritrovarvi qui, con lo spirito ed il cuore pieni di ricordi dei nostri incontri a Lyon, a Paray-Le Monial, ad Ars, ad Annecy. Se il popolo cristiano delle vostre diocesi ha manifestato una accoglienza così positiva è in buona parte perché voi lo avete aiutato a preparare questa visita.

Ecco che ora anche voi vi trovate in pellegrinaggio presso la tomba degli apostoli che hanno fondato la Chiesa a Roma e divulgato in tutta la Chiesa la testimonianza della loro fede. Voi esprimete la vostra comunione con il successore di Pietro e i suoi collaboratori e, attraverso di essi, con tutta la Chiesa universale. Con essi vi rivolgete verso il Signore, che è l’autore, la guida e il sostegno della vostra missione. Ho notato che, ispirandovi a Francesco di Sales, avete concluso il vostro rapporto regionale con questo annuncio: “Che lo Spirito Santo ci ricarichi l’orologio . . . e lo faccia andare più giusto”!

Come dicevo a Lyon davanti al Cardinale Decourtray, il Papa ha il carisma del servizio alla Chiesa universale, voi avete il carisma per servire le vostre Chiese particolari e, alla luce della fede e della disciplina comuni a tutti, dovete mettere in atto i mezzi pastorali adatti al vostro popolo.

Riguardo a ciò mi avete da poco tempo chiesto le cinque linee più importanti su cui si orienta attualmente la vostra sollecitudine. Io vi incoraggio vivamente a continuarle. Non riprendo ciò che ho già espresso durante il mio viaggio con i vostri confratelli delle altre regioni. Del resto, nel 1982 avevamo trattato il problema dell’evangelizzazione del mondo operaio, un tema sempre importante a cui la beatificazione di padre Chevrier ci ha fatti accostare.

La mia fiducia e la mia preghiera vi accompagnino nel vostro difficile ministero, nel quale io vi auguro discernimento, coraggio e speranza. Che i vostri diocesani laici, religiosi e preti cooperino sempre con voi in serenità, fiducia e unità, elementi indispensabili al progresso del Popolo di Dio di cui voi siete pienamente responsabili!

Oggi ho ritenuto opportuno affrontare con voi il soggetto della catechesi che ha per voi e per tutti i Vescovi un’importanza primaria, vi aggiungerò alcune considerazioni sulla formazione cristiana degli adulti che evocano tutti i vostri rapporti diocesani, nonché sulla pastorale degli ambienti intellettuali.

2. Sì, voi avete ben ragione a consacrare molti sforzi per la catechesi dei bambini e dei giovani. A Lyon non ho fatto che ripetere una constatazione che ritorna in molti vostri rapporti: l’ignoranza religiosa si diffonde in maniera sconcertante, il bisogno di una proposta chiara e decisa della fede si fa sempre più sentire (cf. Ioannis Pauli PP. II, Homilia ad Beatificationem Servi Dei Antonii Chevrier, in urbe «Lyon» habita, 6, die 4 oct. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 816). Noi abbiamo insieme contemplato la figura del beato Antoine Chevrier che già al suo tempo voleva liberare i poveri dall’ignoranza religiosa e vedeva nella catechesi “la grande missione del prete d’oggi”.

In Francia avete cercato dopo lungo tempo di raccogliere questa sfida che non è più soltanto quella dell’ignoranza religiosa, ma di un’indifferenza religiosa largamente diffusa. Voi avete rinnovato la pratica della catechesi, nella prospettiva di una situazione missionaria. Io sottolineai questi sforzi nel 1982 con i Vescovi dell’Ile-de–France. La ricerca e le puntualizzazioni hanno presentato delle difficoltà, esse necessitano sempre del vostro impegno e della vostra vigilanza. Molti dei vostri catechisti, senza rinunciare allo zelo evangelizzatore molto apprezzabile che lo anima, hanno potuto in quell’occasione prendere coscienza delle diverse esigenze dell’annuncio evangelico, della trasmissione della fede. Il tempo, l’esame critico delle pratiche in un dialogo costruttivo tra tutti i collaboratori dell’educazione cristiana, le questioni poste dai pastori responsabili o dai dicasteri romani, il clima molto sereno che si era instaurato, hanno potuto essere l’occasione di una maturazione che permette di comprendere meglio i rapporti tra i contenuti ed i metodi, tra l’esperienza e la fede, di evangelizzare coloro che non hanno ricevuto un’educazione cristiana nel loro ambiente familiare e di avviare meglio ogni persona all’essenziale della fede della Chiesa con delle espressioni più precise o più complete, facendo appello alla libera adesione del cuore, alla memoria, alla testimonianza della comunità, e cercando i metodi lungo il cammino. In questo campo è sempre necessaria una grossa disponibilità; gli occhi devono essere fissi alla buona novella da proporsi nella sua interezza, con una pedagogia adatta agli uditori, senza “sacralizzare” un metodo. Non è questa la sede dove discutere nei dettagli gli strumenti catechistici che voi avete giudicato opportuno utilizzare nelle vostre diocesi e che vi preoccupate di migliorare. So che l’assemblea di Lourdes del 1986 ha demandato alle guide del cammino di “valorizzare” il contenuto dottrinale dei loro documenti e ha deciso di redigere un “esposto organico e completo della fede” destinato in primo luogo ai catechisti (cf. Resoconto della riunione del Consiglio permanente, 8-10 dicembre 1986).

Da parte sua, a livello di Chiesa universale, una commissione di Vescovi lavora con la Santa Sede per preparare un catechismo a compendio della dottrina cattolica sulla fede e la morale, in corrispondenza al voto del Sinodo straordinario del 1985.

I principi e gli orientamenti fondamentali in materia di catechesi sono stati chiaramente esposti nella Catechesi Tradendae. Mi limiterei dunque con voi a sottolineare alcuni punti pratici legati alle vostre preoccupazioni.

3. La catechesi conserva il suo specifico fine di far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo per mezzo di una conoscenza più approfondita e più sistematica della persona e del messaggio di Gesù Cristo (cf. Ioannis Pauli PP. II, Catechesi Tradendae, 19). Questo è un obiettivo fondamentale e complesso che è stato affidato alla vostra responsabilità perché voi ne studiate sempre di più le esigenze e lo mettiate progressivamente in opera. Ciò comporta spesso il dover sostituire un primo annuncio con uno nuovo e il risvegliare con diversi mezzi il senso di Dio e delle realtà spirituali alle quali l’ambiente familiare e scolastico è come estraneo. La fede deve allora essere suscitata e sostenuta incessantemente con la grazia di Dio.

Per permettere ai bambini ed ai giovani di essere saldi in una vita che è piena di cose estranee alla fede, nel momento in cui i loro studi si identificano, non bisogna avere paura di nutrirli con intelligenza dei doni centrali ed essenziali della fede. L’enunciazione della fede battesimale è il fulcro attorno al quale si articola la formazione cristiana. In un contesto pluri-religioso come quello della Francia il catechizzato deve diventare capace di rispondere della fede nella persona di Gesù Cristo e di superare un vago deismo. È innanzitutto necessario familiarizzarlo con il Dio creatore, secondo una riflessione propriamente cristiana che richiede anche un certo senso filosofico. In un mondo che tende nella sua ideologia e nelle sue realizzazioni tecnologiche a considerarsi esso stesso il creatore, la dottrina della Chiesa circa la creazione rimane un punto fermo per la fede e il comportamento morale; essa è una condizione per comprendere come Dio è anche salvatore e vita. In tutto ciò la catechesi si basa evidentemente sulla parola di Dio di cui essa dona il gusto, la parola di Dio come viene letta da due millenni dalla tradizione della Chiesa, che ne precisa la dimensione di salvezza.

La catechesi non può trovare il suo ancoraggio profondo e duraturo se non rivolgendosi all’intera persona del bambino: al suo spirito, alla sua volontà, alla sua sensibilità, al suo senso dei simboli dove il corpo ha la sua parte. Deve portare ad un’abitudine alla preghiera personale e comunitaria, a una celebrazione. Deve allo stesso tempo mantenere un comportamento coerente alla legge di amore di Gesù, che porta alla perfezione il Decalogo, in una prospettiva teologale. Essa deve integrare l’avvio e la partecipazione ai sacramenti e alla vita della comunità cristiana.

4. Per compiere quest’opera immensa fate ricorso ad un gran numero di catechisti: il rapporto della diocesi di Lione parla di 80.000 laici permanenti e di 15.000 volontari. Sono più di 200.000 in tutta la Francia. La maggior parte di essi è composta da laici; e alcuni ricevono una “missione” a questo fine. I religiosi e le religiose vi trovano evidentemente un terreno di scelta per il loro apostolato. Aggiungerei che il sacerdote deve vedervi una parte privilegiata del suo ministero, lui che è stato ordinato come ministro della parola di Dio per insegnarla lui stesso e per promuovere, coordinare e verificare la formazione dei catechisti.

Tutta questa organizzazione di benevolenza rappresenta una larga partecipazione delle comunità cristiane e dei genitori. Ha le sue ricchezze ma anche la sua fragilità. Il consiglio permanente della vostra conferenza episcopale lo sottolineava lo scorso dicembre. L’insegnamento della fede richiede una salda formazione teologica, accompagnata da un talento pedagogico il più possibile nutrito da un’esperienza spirituale di qualità. I catechisti sentono così l’esigenza per loro stessi di una vita di fede autentica. Devono padroneggiare l’uso degli strumenti catechistici per offrire prima di tutto la testimonianza della fede della Chiesa con la necessaria iniziativa: non possono accontentarsi di ripetere, e di attenersi a ciò che interessa o impressiona, né di ridurre la visione teologale ad una morale. Non è nemmeno questione di proiettare sui bambini le obiezioni, le paure o ancora gli obiettivi propri degli adulti. Vi incoraggio vivamente a continuare a mettere in opera tutti i mezzi per formare i catechisti: riunioni, sessioni, visita a case di formazione e di istituti, ruolo degli “animatori a turno” e soprattutto iniziazione personale alla vita della fede.

Comunque i genitori hanno più che di tutti gli altri il dovere di formare i loro figli alla fede con la fede e con l’esempio (CIC, can. 774 § 2); devono essere per quanto è possibile legati alla catechesi. Voi constatate con gioia che essi ne accolgono una immagine positiva e stanno loro stessi progredendo in una riscoperta della fede.

Infine, il fatto che diminuisca visibilmente il numero dei bambini catechizzati, anche in rapporto ai bambini battezzati richiede un nuovo sforzo dei pastori per trovare i mezzi per far prendere coscienza a tutti i genitori dell’importanza di una nuova catechesi precoce e seguita, richiesta dal battesimo già ricevuto o ancora da ricevere.

5. Vi preoccupate anche delle condizioni della catechesi del vostro paese. La questione dei ritmi scolastici è preoccupante, e io condivido la vostra istanza perché sia salvaguardato regolarmente un certo tempo per la catechesi, malgrado le difficoltà spiacevoli causate da un sistema scolastico che spesso occupa i bambini anche il mercoledì. Là dove i genitori sono stati motivati hanno potuto fare rispettare la loro libertà e il loro diritto ad un’istruzione religiosa per i loro bambini.

Ciò non impedisce certamente di inventare forme complementari di avvio dei bambini e dei giovani alla realtà cristiana: dai “club di informazione biblica” alla visita di chiese, passando da tutte le attività espressive e le risorse dei media. L’iniziativa per eccellenza è la partecipazione alla liturgia. Bisogna fare comunque di tutto per condurre una catechesi sistematica. In diversi paesi i cristiani, che hanno visto ridursi indebitamente su questo punto la loro libertà, hanno dovuto trovare delle nuove soluzioni. Da voi si tratta soprattutto di convincere i genitori e i bambini a compiere questa scelta nonostante le tentazioni di distrazione.

Ed anche i bambini più piccoli dovrebbero essere educati alla fede in famiglia affinché le loro capacità siano integrate in un rapporto vitale con Dio, grazie ad una presentazione semplice e vera del messaggio cristiano in un clima di preghiera.

Conosco la vostra preoccupazione, del resto, di accogliere i bambini che sfortunatamente si accostano tardivamente al ciclo del catechismo e devono pertanto approfittare dell’accoglienza fraterna degli altri. Voi desiderate che certi gruppi particolari siano seguiti nel loro ritmo: ritardati mentali, handicappati, bambini provenienti da ambienti particolari e coloro che si preparano al battesimo. Ma voi sapete anche che tutti devono incamminarsi verso gli stessi contenuti essenziali della fede e della pratica cristiana e verso l’integrazione nelle stesse comunità.

6. Se la catechesi dei bambini che frequentano la scuola elementare è essenziale non è meno importante che i giovani trovino durante il primo e il secondo ciclo della scuola secondaria i mezzi adatti ad un’educazione sistematica alla fede di una riflessione, di una vita di preghiera in comune, di un’azione cristiana al loro livello. È il ruolo che avete affidato alle cappellanie dei collegi e dei licei, con la collaborazione dei preti, dei religiosi, dei catechisti permanenti e dei genitori, sovente legati alle parrocchie. Incoraggio vivamente questa pastorale senza la quale tutta una generazione di giovani rischierebbe di vivere estranea alla Chiesa.

Le sedi di insegnamento cattolico hanno, rispetto a questo argomento le possibilità ed i doveri di cui ho parlato ai vostri confratelli dell’Ovest.

7. La formazione degli adulti è oramai un obiettivo cui ogni diocesi mira e cerca di realizzare. La competenza necessaria per assicurare la catechesi dei bambini ne è sovente l’occasione. Ma molti altri servizi della Chiesa richiedono questa formazione. E gli adulti sentono di nuovo il bisogno di approfondire una fede rimasta troppo infantile, troppo sommaria, troppo debole per far fronte a ciò che oggi è messo in discussione: si tratta di comunicare loro la capacità di rendersene conto, di trovare delle risposte adeguate ai nuovi problemi. In un periodo nel quale molte persone accettano volentieri l’idea di un cambiamento, è normale che i cristiani lo facciano per essere all’altezza della loro fede. Molte diocesi hanno indicato i mezzi concreti messi in atto: corsi, talvolta per corrispondenza, sessioni, dibattiti, moltiplicazione degli istituti di formazione, centri teologici.

Non si tratta solamente di acquisire una capacità di fare; si tratta piuttosto di lasciarsi penetrare dalla buona novella, di entrare in una visione più completa della Rivelazione, riferendosi ai dati delle Scritture, della storia della Chiesa, dell’etica fondamentale, della morale sociale. I riferimenti alla filosofia e alla teologia devono essere legati ad una antropologia rinnovata. La fede cristiana non potrebbe aggiungersi come elemento estrinseco ad una antropologia già elaborata su una base a-religiosa. Tutto l’insegnamento etico della Chiesa, il suo impegno a favore dei diritti dell’uomo perderebbero la loro radice teologale con questa distorsione.

Così i cristiani devono essere aiutati ad accettare l’intelligibilità e la credibilità degli insegnamenti della Chiesa per meglio aderirvi e per aiutare gli altri a farlo. È proprio ciò che implicano la fede a Cristo e l’adesione confidente a Maria, atteggiamenti primari che devono sempre precedere l’approfondimento intellettuale. La formazione permanente si inserisce nell’ambito della conversione permanente per meglio seguire Cristo. Essa è legata alla vita sacramentale, all’apostolato, alle diverse responsabilità già esercitate o che si vorrebbero esercitare.

8. A partire da quello che abbiamo appena detto, la pastorale degli ambienti universitari e scientifici presenta delle difficoltà particolari e sembra richiedere delle iniziative nuove.

Molti studiosi si considerano rispettosi della fede, altri la vivono in modo profondo, altri ancora se ne tengono distanti, più agnostici che atei. Come non guardare con ammirazione la loro appassionata ricerca per delineare, attraverso i metodi scientifici le leggi della natura, degli organismi viventi e dello sviluppo dell’uomo? Occorre dire che al livello della conoscenza non può esserci alcuna opposizione tra scienza e fede? Del resto gli studiosi hanno di solito la preoccupazione di dar prova, che le applicazioni delle scoperte sono un servizio dell’uomo.

Ma, attenendosi ad un semplice approccio scientifico e alle pure possibilità ad accogliere il dono di Dio nella fede e negli insegnamenti del magistero. Accade che dei presupposti ideologici legati alla pratica della scienza s’impongono agli spiriti. O molto semplicemente, ciò che è teologicamente possibile appare loro come ciò che bisogna realizzare, come se una pura possibilità tecnica potesse stare al posto di una qualificazione morale. Ma, grazie a Dio, un buon numero di studiosi si preoccupa di rispettare dei criteri morali per una pratica umana della scienza, soprattutto quando si tratta del rispetto della vita umana. Molto recentemente la Santa Sede ha dato a tutti gli uomini di buona volontà ed in particolare ai credenti i criteri che devono assolutamente orientare l’intervento dei ricercatori e dei medici in questo campo. Del resto, in nome delle scienze umane, alcuni possono essere tentati di ridurre l’uomo e la sua storia alla situazione sociale, alla sua struttura psicologica. Le matematiche e le scienze fisiche sviluppano la razionalità sotto la sola forma del calcolo e delle misure quantitative. Infine, il mondo universitario è anche contrassegnato da una specializzazione crescente e da ripartizioni che non facilitano la apertura ad una visione integrale dell’uomo e ad approccio pastorale. Spesso gli universitari prendono una distanza critica in rapporto alle istituzioni e allo stesso tempo domandano ad esse una garanzia protettrice per la libertà degli individui.

Io non ho da offrirvi dei mezzi particolari per risolvere questi problemi. Sta a voi cercarli a livello regionale o dalle conferenze episcopali, con tutte le istanze ecclesiali, con i laici competenti. È sicuro che la Chiesa deve rimanere vicino a questi ambienti intellettuali, con uno spirito di comprensione, di dialogo e di stima e anche con il coraggio di testimoniare la fede e l’etica cristiana, per richiamare ad una riflessione approfondita. Questa presenza specifica è assicurata dapprima dalle cappellanie del mondo universitario, deve essere comunque una preoccupazione condivisa largamente dai pastori. Le istituzioni ecclesiastiche di insegnamento e di ricerca, come gli istituti cattolici, situati nel mondo universitario, e che agiscono seguendo fedelmente gli orientamenti del magistero possono facilitare contatti veri e una testimonianza efficace. Sembra però che sarebbe utile un centro cristiano di indirizzo intellettuale e culturale a livello nazionale e che, collegato con le principali città universitarie, darebbe un volto di Chiesa e uno sforzo di riflessione ed espressione pubblica. Numerosi cattolici, troppo spesso isolati nei “campus” universitari, potrebbero darsi da fare in questo senso. I pastori, assorbiti dagli altri compiti, valutano abbastanza il peso delle correnti culturali nell’opinione pubblica, nella formazione degli spiriti e delle coscienze?

Affidandovi queste riflessioni, io prego lo Spirito Santo di colmarvi della sua luce e della sua forza. Vi dono la mia benedizione apostolica che estendo a tutti coloro che collaborano con voi all’opera di evangelizzazione che il Signore ci affida oggi.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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