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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI DELEGATI DELL'UNIONE MELCHITA
CATTOLICA INTERNAZIONALE

Sala del Trono - Sabato, 10 ottobre 1987

 

Sono felice di accogliere questa mattina il mio caro fratello, sua beatitudine Maximos Hakim, patriarca greco-melchita, cattolico di Antiochia, di Alessandria e di Gerusalemme, e con lui un gruppo di distinti rappresentanti delle comunità melchite cattoliche disperse in numerosi paesi del mondo.

Voi rappresentate l’“Unione melchita cattolica internazionale”, organismo che avete voluto costituire, con il vostro patriarca e con i vostri vescovi, per mantenere viva l’eredità melchita, per favorire l’unità e la solidarietà tra i fedeli dispersi nel mondo e la Chiesa Madre.

Il fenomeno dell’emigrazione, troppo spesso causa di sofferenze e di sacrifici, nel corso degli anni ha avuto come conseguenza la dispersione sempre più grande della vostra Chiesa in molti paesi e per numerose famiglie l’allontanamento di questa regione dal Medio Oriente dove la vostra Chiesa è nata, si è sviluppata e conserva vive le sue ricche e profonde tradizioni.

Integrandosi pienamente nella società dei diversi paesi che li accolgono i melchiti cattolici possono mantenere la vitalità e la ricchezza delle loro tradizioni liturgiche e spirituali e un attaccamento ininterrotto alla regione delle loro origini.

È in questa regione che le loro famiglie hanno le proprie radici, e soprattutto che si trovano le sedi antiche degli apostoli, ad Alessandria, ad Antiochia e a Gerusalemme, ai quali risale la Chiesa melchita. La Chiesa Madre nel momento in cui testimonia una storia molto ricca, ivi è viva e attiva. Essa fa parte delle Chiese orientali a riguardo delle quali il Concilio Vaticano II ha particolarmente espresso la sua stima, la sua lode, la sua sollecitudine (cf. Orientalium Ecclesiarum, 1).

Voi sapete quanto questa regione sia costantemente presente al mio spirito e cara al mio cuore. Essa è stata la culla del cristianesimo; è fonte di inquietudine perché là vivono dei fratelli nella fede, dei fratelli nell’umanità che soffrono e guardano all’avvenire nella paura e nell’angoscia, particolarmente nel Libano. È un’angoscia che condividono evidentemente i cristiani orientali della diaspora.

I greci-melchiti-cattolici possono essere ovunque, ma soprattutto nel Medio-Oriente, degli artefici del dialogo, della comprensione e della pace. Membra della Chiesa universale e ricchi della storia della loro Chiesa particolare, essi possono essere i promotori di un’azione comune, con coloro che appartengono alle altre Chiese particolari d’Oriente e d’Occidente. Il Concilio Vaticano II ha detto espressamente che la diversità delle tradizioni, lungi dal nuocere all’unità della Chiesa, la mette invece in risalto (cf. Orientalium Ecclesiarum, 2).

Mentre qui, a Roma, i vescovi venuti dal mondo intero riflettono sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, vorrei rivolgermi in modo particolare a voi e per mezzo vostro a tutti i laici della Chiesa melchita, per incoraggiarvi a riflettere sulla vostra dignità di membri del popolo di Dio e sui compiti che essa comporta al fine di essere autentici testimoni del Vangelo, nel mondo intero e soprattutto nella regione del Medio-Oriente. Non è un compito facile, ma il sostegno della grazia del Signore lo rendono possibile.

Prego Dio misericordioso di benedire i vostri sforzi, e con voi affido alla Vergine Maria le aspirazioni che avete a cuore in unione con la vostra Chiesa.

Di tutto cuore imparto la mia benedizione apostolica a voi che siete qui, alle vostre famiglie, alle comunità melchite alle quali appartenete e a tutti i fedeli della Chiesa greco-melchita-cattolica.

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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