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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA NIGERIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 3 settembre 1987

 

Cari fratelli nel nostro Signore Gesù Cristo,

con piacere do a voi il benvenuto, membri della Conferenza Episcopale della Nigeria, per questo momento privilegiato di comunione collegiale durante la vostra visita “ad limina”. La nostra assemblea di oggi dà testimonianza alla verità che nostro Signore Gesù volle che Pietro e gli altri apostoli formassero un collegio apostolico per rimanere congiunti in legami di unità, carità e pace (cf. Lumen Gentium, 22). Siamo riuniti qui nel nome di Gesù, il “Buon Pastore” (1 Pt 5, 4) della Chiesa e il Signore e Salvatore di tutti noi. Attraverso di lui e nello Spirito Santo ringraziamo e lodiamo il Padre per le abbondanti grazie e benedizioni concesse alla Chiesa in Nigeria. Il potere del Vangelo ha messo le radici nei cuori dei fedeli e ha reso la Chiesa capace di crescere.

Le parole di saluto che il card. Ekandem ha rivolto a me a nome vostro e di tutti i vostri preti, religiosi e fedeli sono state apprezzate profondamente. Ciascuno di voi rappresenta i membri della sua Chiesa locale e perciò io desidero porgere i miei cordiali saluti e la certezza del mio ricordo nella preghiera a tutto il popolo di Dio affidato alla vostra cura pastorale. Nelle parole di san Paolo “Prego affinché Dio vi conceda, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente corroborati nell’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Sicché Cristo per la fede abiti nei vostri cuori e voi siate ben radicati e fondati nell’amore” (Ef 3, 16-17).

2. È una gioia per me in questo momento richiamare alla memoria il vivo ricordo della mia visita apostolica in Nigeria circa cinque anni fa. Durante la mia visita potei vedere in prima persona la fede del vostro popolo. Il mio breve viaggio mi riempì di speranza per il futuro di evangelizzazione nel vostro paese. Come ricorderete, era con la speranza che la mia venuta desse inizio a una nuova era di evangelizzazione in Nigeria che io intrapresi la mia visita pastorale. Sono compiaciuto nell’apprendere che essa fu causa di un nuovo impeto missionario e di un maggior orgoglio nel popolo per la sua identità cristiana, e nella scoperta di un bisogno di maggior unità a tutti i livelli dell’azione pastorale.

È mia incessante preghiera che lo zelo per l’evangelizzazione continui ad animare l’intera Chiesa in Nigeria. Desidero lodare le numerose e coraggiose iniziative da voi già intraprese per proclamare il Vangelo e vi incoraggio, amati fratelli, a rinnovare i vostri sforzi nel grande compito dell’evangelizzazione che costituisce la missione essenziale della Chiesa; è la sua vocazione, è la sua più profonda identità (cf. Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 14).

Come vi ricordavo nel corso della mia visita pastorale, “In pratica la vocazione della Chiesa all’evangelizzazione significa soprattutto vivere il Vangelo più profondamente. Significa accettare la chiamata di Cristo alla conversione e accettare le domande inerenti alla fede predicata da Gesù. Intesa in questa maniera, l’evangelizzazione implica un processo di purificazione e di cambiamento interiore che influisce sulle Chiese locali. Significa conversione per la salvezza: la comunità ecclesiale che diventa sempre più comunità di fede viva, una comunione di preghiera, un centro di carità che diffonde l’interesse per i poveri e i malati, i solitari, gli abbandonati, gli handicappati, i lebbrosi, quanti sono deboli nella fede e quelli che hanno bisogno di essere sostenuti e cercano qualcuno che mostri loro l’amore di Cristo” (Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della Nigeria, 15 feb. 1982:  Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/1 [1982] 463).

3. Miei cari fratelli: venite da diverse regioni della Nigeria. Portate con voi le speranze e le aspirazioni, le gioie e le preoccupazioni dei vostri preti, dei religiosi e dei laici. Condividendo, come noi facciamo, una comune responsabilità pastorale per queste vostre Chiese locali, desidero riflettere con voi brevemente su una questione di capitale importanza, cioè sulla vostra unità e sull’azione dei vescovi.

L’episcopato è un ministero nella varietà dei ministeri della Chiesa (Lumen Gentium, 18). Comunque, il ministero episcopale è unicamente dotato di poteri sacri e sacramentali per svolgere un servizio di guida nella Chiesa, come Cristo stabilì che i suoi apostoli e i loro successori facessero dopo il suo ritorno al Padre (Ivi). Cristo diede ai suoi apostoli un chiaro esempio di come secondo lui essi dovessero esercitare la loro autorità. Conscio della loro umana debolezza Cristo pregava che essi venissero rafforzati dallo Spirito Santo, dai fratelli e in particolare da Pietro. Il Signore disse a Pietro: “Ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando ti sarai ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32).

4. Il Collegio dei vescovi serve l’unità della Chiesa in modo speciale. Il costante tema sottinteso nell’insegnamento del Concilio Vaticano II sull’episcopato è l’unità, un’unità dei vescovi con il successore di Pietro, dei vescovi tra di loro e dei vescovi con i religiosi e i laici. Come afferma il Concilio: “È dovere di tutti i vescovi promuovere e salvaguardare l’unità di fede e la disciplina comune all’intera Chiesa... e di favorire ogni attività comune all’intera Chiesa, specialmente gli sforzi nel diffondere la fede e far spuntare la luce della piena verità su tutto il popolo” (Lumen Gentium, 23).

Anche quando un vescovo agisce da solo, provvede a portare avanti la redenzione di tutti. Perciò predicando Cristo, presiedendo alla liturgia e amministrando una Chiesa locale, il suo ministero influisce anche sulle altre Chiese locali. Il messaggio, il culto, l’amministrazione: tutto coinvolge i vescovi in realtà che vanno molto al di là dei limiti delle loro diocesi.

Sicuramente la dottrina della collegialità non deve restringere alla propria diocesi lo speciale ministero del vescovo. La Chiesa locale deve sempre essere oggetto del servizio del vescovo. Attraverso il loro vescovo, uniti nella comune fratellanza di tutti i vescovi con il successore di Pietro, ogni membro delle Chiese locali viene assicurato del suo posto nella Chiesa universale.

5. L’episcopato è dato alla Chiesa da un’istituzione divina del Signore precisamente per la sua unità. Contemplando questa divina verità, è mia fervente preghiera che la fraternità che voi condividete come vescovi della Nigeria serva a favorire le vostre azioni in armonia, a livello della vostra Conferenza episcopale Nazionale. È nell’esercizio della vostra fraternità, in tutte le sue manifestazioni, che compite il ministero per il vostro popolo, confermate la fede dei vostri fratelli vescovi e conservate la fede in Cristo attraverso Pietro. Inoltre attraverso la vostra fratellanza vescovile nella fede e nell’amore voi provvedete alle necessarie condizioni per il progresso della Chiesa in Nigeria, come pure per il suo concreto impatto con la società civile nel vostro paese, con i nostri fratelli cristiani separati e con i membri delle religioni non cristiane.

6. Sono conscio delle attuali difficoltà che incontrate predicando il Vangelo e nel portare avanti un dialogo con i seguaci di altre religioni. Siete chiamati ogni giorno, come vescovi, ad essere segno dell’amore di Gesù Cristo a tutti gli individui e gruppi di qualsiasi religione. Specialmente in Nigeria, dove esiste un numero pressoché uguale di musulmani e cristiani e molti aderenti a religioni tradizionali africane, vi incoraggio “a riaffermare il mandato della Chiesa cattolica al dialogo e alla proclamazione del Vangelo. Non ci possono essere questioni di scegliere uno e ignorare o rifiutare l’altro. Anche nelle situazioni in cui la proclamazione della fede sia difficile, bisogna avere il coraggio di parlare di Dio, il quale fonda questa fede, delle ragioni della nostra speranza e della sorgente del nostro amore” (Giovanni Paolo II, Discorso al Segretariato per i non cristiani, 28 apr. 1987: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X/1 [1987] 1450).

L’insegnamento del Concilio Vaticano II nella sua dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con i non cristiani e i musulmani a sforzarsi sinceramente per una reciproca comprensione. Sono chiamati a cooperare nel compito di assicurare la pace e la giustizia sociale, la libertà e i diritti umani a nome di tutto il popolo (cf. Nostra Aetate, 3). Il nostro dialogo con i musulmani significa una prontezza a cooperare con gli altri per il miglioramento dell’umanità, e un impegno a ricercare insieme la vera pace.

7. Miei cari fratelli, desidero prendere con voi in considerazione l’importante ruolo della famiglia cristiana, “la Chiesa domestica”, nell’evangelizzazione della società nigeriana e nella costruzione del regno di Dio. Già esiste nella vostra cultura un grande senso del legame familiare che può aiutare molto la visione cristiana della vita matrimoniale in una comunità di amore coniugale. Nelle parole del Concilio Vaticano II, “gli sposi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, danno significato e partecipano al mistero di quell’unità di amore fecondo che esiste tra Cristo e la sua Chiesa (cf. Ef 5, 32). Gli sposi si aiutano così l’un l’altro ad attenersi alla santità nella loro vita matrimoniale e nella crescita ed educazione dei loro figli” (Lumen Gentium, 11).

Disprezzando le pratiche di poligamia e divorzio, accettate da molte persone oggi, non dovete mai stancarvi di proclamare la verità del matrimonio. Come un “dono reciproco di due persone, questa intima unione, come anche il dono dei figli, impone una totale fedeltà agli sposi e sostiene un’unità indissolubile tra loro” (Gaudium et Spes, 48). Così voi siete chiamati a insistere perché la comunione coniugale del matrimonio sia caratterizzata dalla sua unità e anche dalla sua indissolubilità.

La famiglia cristiana esercita il suo ruolo come una comunità evangelizzatrice nella società nigeriana credendo nel Vangelo, maturando costantemente nella fede e proclamando la buona novella della salvezza attraverso la testimonianza di un’esemplare vita cristiana. Una tale testimonianza di vita della famiglia cristiana è un atto iniziale di evangelizzazione che allo stesso tempo ha bisogno di essere accompagnato dalla proclamazione del regno di Dio e della persona di Gesù Cristo. Riguardo al ruolo della famiglia cristiana Papa Paolo VI scriveva: “La famiglia, come la Chiesa, deve essere un luogo dove il Vangelo è trasmesso e dal quale il Vangelo si irradia. In una famiglia conscia della missione, tutti i membri evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non solo comunicano il Vangelo ai loro figli, ma dai loro figli essi stessi possono ricevere il Vangelo così profondamente come lo vivono loro. E una tale famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dei vicini di cui fa parte” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 71).

8. Ringrazio tutti voi, amati fratelli, per la vostra dedizione come pastori al gregge che è stato affidato alla vostra cura. Richiamo alla mente in questo momento i sacrifici eroici di molti missionari devoti che nel secolo scorso hanno predicato il Vangelo in Nigeria e sostenuto i fedeli nel dare una testimonianza sempre più autentica all’insegnamento di Cristo e della sua Chiesa. Le loro vite esemplari hanno ispirato molti giovani nigeriani ad offrire se stessi a Cristo nel sacerdozio e nella vita religiosa.

Nella vostra fatica quotidiana al servizio del Vangelo, desidero affidare ognuno di voi all’intercessione di Maria, Regina degli apostoli, chiedendole di assistervi. E nell’amore di Gesù suo Figlio imparto la mia apostolica benedizione a voi e al vostro clero, ai religiosi e ai fedeli.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana 

 

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