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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IN CANADA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UNA RAPPRESENTANZA DELL'ARCIDIOCESI

Cattedrale di Saint Mary (Miami) - Giovedì, 10 settembre 1987

 

Caro arcivescovo McCarthy e miei confratelli vescovi,
cari fratelli e sorelle,
cari amici.

1. È una grande gioia per me iniziare la mia visita pastorale qui a Miami, in questa cattedrale di Santa Maria. Questa chiesa rappresenta una lunga storia di fede e di vita e testimonianza cristiana da parte di innumerevoli sacerdoti, religiosi e laici di questa città e dello Stato della Florida.

Nel venire fra voi, desidero lodarvi per l’Anno giubilare di riconciliazione che avete osservato in preparazione alla mia visita, e per il Sinodo arcidiocesano che state attualmente tenendo. Questi avvenimenti intendono essere di valore spirituale duraturo per tutti voi che fate parte dell’arcidiocesi, affinché la vostra testimonianza cristiana nella vita di ogni giorno sia sempre più fruttuosa nella società di cui fate parte. Vi lodo anche perché affrontate le sfide di una Chiesa locale in rapida espansione. Nel corso degli anni, avete accolto centinaia di migliaia di rifugiati, di diverse lingue e culture, che sono sfuggiti dall’oppressione religiosa o politica. Avete combattuto al loro fianco e a loro favore per costruire una comunità unita in Cristo. Vi esorto tutti - clero, religiosi e laici di Miami, in comunione con il vostro arcivescovo e con me - a continuare a cercare i modi per approfondire la nostra unità ecclesiale nell’unico corpo di Cristo.

Quest’ unità si esprime in molti modi. È unità nella predicazione del Vangelo, nella professione del Credo, nella celebrazione della liturgia e nella partecipazione ai sacramenti, soprattutto alla sacra Eucaristia. È unità nel perseverare quale Chiesa missionaria ad evangelizzare il mondo. Ma il fatto che noi siamo qui presenti, in questa casa di Dio, ci ricorda un’altra ragione di unità. Mi riferisco alla preghiera personale di ciascuno e ognuno di noi, sia che venga offerta qui in un momento di silenzio o nel mezzo dei molteplici scenari che fanno da sfondo alla vostra vita quotidiana. “La vita spirituale”, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, “non si esaurisce nella partecipazione alla sola sacra liturgia. Il cristiano, infatti, chiamato alla preghiera in comune, nondimeno deve anche entrare nella sua stanza per pregare il Padre in segreto; anzi, secondo l’insegnamento dell’apostolo, deve pregare incessantemente” (Sacrosanctum Concilium, 12).

2. Le persone hanno sempre un grande interesse alla preghiera. Come gli apostoli, essi vogliono sapere come pregare. La risposta che Gesù dà è quella nota a tutti noi: è il “Padre nostro”, in cui rivela, in poche semplici parole, tutta l’essenza della preghiera. Essa non è incentrata principalmente su di noi, ma sul Padre celeste a cui affidiamo le nostre vite in fede e fiducia. La nostra prima preoccupazione deve essere il suo nome, il suo regno, la sua volontà. Soltanto dopo chiediamo il nostro pane quotidiano, il perdono e la remissione dai nostri debiti.

Il “Padre nostro” ci insegna che il nostro rapporto con Dio è un rapporto di dipendenza. Noi siamo i suoi figli e le sue figlie adottivi attraverso Cristo. Tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo proviene da lui e a lui è destinato a tornare. Il “Padre nostro” inoltre ci presenta la preghiera come un’espressione dei nostri desideri. Afflitti come siamo dalla debolezza umana, chiediamo naturalmente molte cose a Dio. Molte volte potremmo essere tentati di pensare che egli non ci ascolta o non ci risponde. Ma come ci ricorda saggiamente sant’Agostino, Dio sa già ciò di cui abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo. Egli afferma che la preghiera va a nostro vantaggio, in quanto nella preghiera “esercitiamo” i nostri desideri, così che afferriamo ciò che Dio si sta preparando a darci. È per noi un’opportunità di “allargare i nostri cuori” (cf. S. Augustini, Lettera a Proba, epist. 30).

In altre parole, Dio ci ascolta sempre e ci risponde sempre, ma dalla prospettiva di un amore assai più grande e di una conoscenza assai più profonda della nostra. Quando sembra che egli non esaudisca i nostri desideri dandoci quello che noi chiediamo per quanto esso sia altruistico o nobile, egli in realtà sta purificando i nostri desideri per amore di un bene più grande, che spesso va al di là della nostra comprensione in questa vita. La sfida è di “allargare i nostri cuori” per santificare il suo nome, cercare il suo regno, e accettare la sua volontà. Come Cristo nell’Orto del Getsemani possiamo pregare talvolta sia per noi stessi che per gli altri, “Padre, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!”. Ma anche, come Cristo, dobbiamo aggiungere, “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (cf. Mt 26, 39.42; Mc 14, 36; Lc 22, 42).

L’azione della preghiera intende anche aprirci a Dio e al nostro prossimo, non solo nelle parole, ma anche nelle azioni. Per questo motivo la spiritualità cristiana, seguendo Gesù stesso (cf. Mt 6), associa la preghiera con il digiuno e l’elemosina. Una vita di abnegazione e di carità è un segno di conversione al modo di pensare di Dio, al suo modo di amare. Donando nella carità, al di là delle esigenze della giustizia, ci apriamo al nostro prossimo. San Pietro Crisologo testimonia questa tradizione quando dice: “La preghiera, il digiuno e la misericordia... si alimentano fra loro. Ciò che la preghiera fa bussando a una porta, il digiuno lo elemosina con successo e la misericordia lo ottiene. Perché il digiuno è l’anima della preghiera; e la misericordia è la vita del digiuno . . . Il digiuno non cresce se non viene innaffiato dalla misericordia” (S. Petri Chrysologi, Sermone 43).

3. Cari fratelli e sorelle: non dobbiamo mai sottovalutare il potere della preghiera per sostenere la missione redentrice della Chiesa e per portare il bene laddove c’è il male. Come ho detto prima, dobbiamo essere uniti nella preghiera. Non preghiamo soltanto per noi stessi e per i nostri cari, ma anche per le necessità della Chiesa universale e per tutta l’umanità: per le missioni e per le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, per la conversione dei peccatori e la salvezza di tutti, per gli ammalati e i moribondi. Quali membri della comunione dei santi, la nostra preghiera comprende anche le anime che sono in purgatorio le quali, per l’amorevole misericordia di Dio, possono ancora trovare dopo la morte la purificazione di cui hanno bisogno per entrare nella felicità del regno dei cieli. La preghiera inoltre ci fa comprendere che talvolta le nostre preoccupazioni e i nostri desideri sono piccoli se paragonati alle necessità e alle sofferenze di tanti nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo. Esiste la sofferenza spirituale di coloro che hanno perduto la strada nella vita a motivo del peccato o per mancanza di fede in Dio. Esiste la sofferenza materiale di milioni di persone che sono senza cibo, vestiti, alloggio, medicinali e istruzione; di coloro che sono privati dei diritti umani fondamentali; di quelli che sono esiliati o rifugiati a causa della guerra e dell’oppressione. So che Miami non è estranea a questo tipo di sofferenza. Dobbiamo impegnarci ad alleviarla, ma dobbiamo anche pregare non soltanto per coloro che soffrono, ma anche per coloro che infliggono la sofferenza.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana 

 

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