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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IN CANADA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DEL CLERO
DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

Chiesa di Santa Marta, Centro Pastorale di Miami
Giovedì, 10 settembre 1987

 

Miei cari confratelli sacerdoti.

1. Trovandomi qui oggi, voglio aprivi il mio cuore e celebrare insieme con voi il sacerdozio al quale tutti partecipiamo: “Vobis sum episcopus, vobiscum sacerdos”. Sono convinto che non vi può essere miglior modo di cominciare che volgere i nostri pensieri e i nostri cuori a quel pastore che conosciamo tutti il buon pastore, l’unico sommo sacerdote, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Il mio cuore è colmo di gratitudine e di lode nell’esprimere il mio amore per il sacerdozio, la bellissima vocazione, la meravigliosa vocazione alla quale partecipiamo non perché ne siamo degni, ma perché Cristo ci ha amati, ci ama e ci ha affidato questo particolare ministero di servizio. E ringrazio Dio per voi, cari confratelli sacerdoti. Cito le parole di san Paolo: “Ringrazio Dio . . . ricordandomi sempre di voi nelle mie preghiere, notte e giorno” (2 Tm 1, 3).

Sono anche grato a voi, confratelli sacerdoti, per il vostro benvenuto ispirato ad amore fraterno, espresso personalmente e per tramite di padre McNulty quale vostro rappresentante. Rivolgo le mie parole a tutti voi qui presenti e a tutti i sacerdoti negli Stati Uniti. A tutti esprimo la mia gratitudine per il vostro ministero, la vostra perseveranza, la vostra fede e il vostro amore, per il fatto stesso che cercate di vivere il sacerdozio, vicini al popolo, in verità: la verità di essere ministri di Cristo il buon pastore.

Come sacerdoti, abbiamo tutti “un tesoro in vasi di creta” (2 Cor 4, 7). Senza alcun merito nostro, e con tutte le nostre debolezze, siamo stati chiamati a proclamare la parola di Dio, a celebrare i sacri misteri, specialmente l’Eucaristia, ad aver cura del popolo di Dio, a continuare il ministero di riconciliazione affidatoci dal Signore. Siamo così servitori sia del Signore che del suo popolo, e siamo noi stessi continuamente chiamati alla conversione, continuamente invitati a “camminare in una via nuova” (Rm 6, 4).

Confratelli sacerdoti carissimi, sono venuto negli Stati Uniti per confermarvi nella vostra fede, secondo la volontà di Cristo (cf. Lc 22, 32). Sono venuto a voi perché desidero che tutte le distanze siano colmate, perché, insieme possiamo crescere e diventare sempre più realmente una comunione di fede, di speranza e di carità. Vi confermo nei doni preziosi che avete ricevuti e nella generosa risposta che avete dato al Signore e al suo popolo, e vi incoraggio a diventare sempre più simili a Gesù Cristo, il sommo sacerdote eterno, il buon pastore.

San Paolo ci ricorda, come già ricordava a Timoteo, di essere intrepidi nel servire Cristo: “Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro . . . ma soffri anche tu per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio” (2 Tm 1, 7-8). Sappiamo che proclamare il Vangelo e vivere il proprio ministero fino in fondo comporta inevitabili sofferenze. Sarebbe errato ridurre la vita sacerdotale a quest’unica dimensione di sofferenza, ma sarebbe anche errato non riconoscere questa dimensione o risentirsene quando la incontriamo. Non siamo esenti dalla condizione umana, né potremo mai sfuggire a quello svuotamento dell’Io, sull’esempio di Gesù che “fu messo egli stesso alla prova per aver sofferto personalmente” (Eb 2, 18)

2. È importante per noi trovare soddisfazione nel nostro ministero, e avere le idee chiare riguardo alla natura della soddisfazione che possiamo aspettarci. La salute fisica ed emotiva dei sacerdoti è un fattore importante per il loro benessere umano e sacerdotale complessivo, ed è necessario provvedere ad essa. Mi compiaccio che i vostri vescovi e voi stessi abbiate dedicato particolare attenzione a queste cose in questi ultimi anni. Eppure il senso di realizzazione che proviene dal nostro ministero non consiste, dopo tutto, in un benessere fisico o psicologico; né può mai consistere nell’agiatezza e sicurezza materiale. La nostra realizzazione dipende dalla nostra relazione con Cristo e dal servizio che possiamo offrire al suo corpo, la Chiesa. Ciascuno di noi è più autenticamente se stesso quando è “per gli altri”.

3. Proprio qui sorge naturalmente un problema per noi nel nostro ministero. Ci vengono chieste tante cose da tante persone differenti, e così spesso la nostra risposta sembra inadeguata alle loro necessità. Talvolta la cosa è dovuta alle nostre limitazioni umane. Siamo forse tentati allora di cedere a un’eccessiva autocritica, dimenticandoci che Dio può servirsi tanto della nostra debolezza quanto della nostra forza per compiere la sua volontà.

È un vostro grande merito, fratelli, sforzarvi di essere misericordiosi, gentili e indulgenti come il buon pastore che conoscete, imitate e amate, al quale avete promesso la vostra fedeltà. Nessun’altra via è possibile. Talvolta, tuttavia, ciò che vi si chiede in nome della compassione può non essere in accordo con la piena verità di Dio, la cui legge eterna d’amore non può mai contraddire il fatto che egli è sempre “ricco di misericordia” (Ef 2, 4). La misericordia autentica tiene conto del progetto di Dio per l’uomo, e questo progetto -contrassegnato dal segno della croce -è stato rivelato da un sommo sacerdote misericordioso, che sa “compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4, 15). Se invece quello che dovrebbe essere un gesto di misericordia è contrario alle esigenze della parola di Dio, non potrà mai essere realmente compassionevole e giovevole per i nostri fratelli e sorelle bisognosi. Gesù, che era lui stesso perfetta espressione dell’amore del Padre, era anche consapevole di essere “segno di contraddizione” (Lc 2, 34). L’apostolo Giovanni ci dice che, a un certo punto nel ministero del Signore, “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6, 66).

E oggi vi sono realmente molti problemi delicati che i sacerdoti devono trattare nel loro ministero di ogni giorno. So bene, avendo ascoltato molti sacerdoti e vescovi, che esistono diversi approcci a questi problemi. Ciò che è visto in un modo da alcuni dei nostri confratelli viene valutato differentemente da altri. Sì, abbiamo tutti problemi che sorgono dall’esercizio del nostro sacerdozio, problemi che esigono da noi di ricercare continuamente la luce e la saggezza che vengono soltanto dallo Spirito Santo.

Ma a questo riguardo è importante per noi renderci conto che lo stesso Spirito Santo, dal quale scaturiscono tutti i diversi e meravigliosi carismi, e che risiede nel cuore di tutti i fedeli, ha posto nella Chiesa lo speciale carisma del magistero, con il quale guida l’intera comunità alla pienezza della verità. Attraverso l’azione dello Spirito Santo viene costantemente adempiuta la promessa di Cristo; “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Sappiamo che attraverso il Concilio Vaticano II la Chiesa ha espresso chiaramente e collegialmente il suo insegnamento su molti di questi problemi delicati, e che gran parte di questo insegnamento è stata successivamente ripetuta nelle differenti sessioni del Sinodo dei vescovi. Per la sua stessa natura, questo insegnamento della Chiesa è dunque normativo per la vita della Chiesa e per l’intero servizio pastorale. Il Sinodo imminente, previa un’ampia consultazione e la fervente preghiera esaminerà a lungo altri importanti problemi nella vita della Chiesa, e assumerà un atteggiamento pastorale nei loro riguardi.

Mi rendo ben conto che la vostra fedeltà alla volontà di Cristo riguardo alla sua Chiesa e la vostra sensibilità pastorale richiedono grandi sacrifici e grande generosità di spirito. Come dissi ai vescovi degli Stati Uniti poche settimane dopo essere stato eletto Papa: “Come voi, ho imparato come vescovo a capire il ministero dei sacerdoti, i problemi che toccano la loro vita, i meravigliosi sforzi che fanno, i sacrifici che sono parte integrante del loro servizio al popolo di Dio. Come voi, sono perfettamente consapevole di quanto Cristo faccia affidamento sui suoi sacerdoti per compiere col tempo la sua missione di redenzione” (Giovanni Paolo II, A due gruppi di vescovi statunitensi in visita "ad limina", 9 nov. 1978: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 122).

4. Nell’esprimere la convinzione che Cristo ha bisogno dei suoi sacerdoti e vuole associarli a sé nella sua missione di salvezza, dobbiamo anche sottolineare la conseguenza di questo: la necessità di nuove vocazioni sacerdotali. È assolutamente necessario che tutta la Chiesa lavori e preghi per questa intenzione. Come padre McNulty ha detto così bene, noi sacerdoti dobbiamo personalmente invitare giovani generosi a dedicare la loro vita al servizio del Signore; devono essere realmente attratti dalla gioia che proiettiamo nelle nostre vite e nel nostro ministero.

Vi è un altro elemento ancora da considerare quando valutiamo il futuro delle vocazioni, ed è la potenza di Cristo, del mistero pasquale di Cristo. Come Chiesa di Cristo, siamo tutti chiamati a professare la sua potenza davanti al mondo; a proclamare che, in virtù della sua morte e risurrezione, siamo capaci di attirare a lui giovani, in questa generazione come nel passato; a dichiarare che egli è abbastanza forte per attirare oggi stesso giovani a una vita di abnegazione, di puro amore e di totale dedizione al sacerdozio. Nel professare questa verità, nel proclamare con fede la potenza del Signore della messe, abbiamo il diritto di aspettarci che esaurisca le preghiere che egli stesso ha comandato di offrire. L’ora attuale invita a una grande fiducia in lui, che ha vinto il mondo.

5. L’autentico rinnovamento della Chiesa, iniziato dal Concilio Vaticano II, è stato un grande dono ci Dio al suo popolo. Attraverso l’azione dello Spirito Santo, è stato realizzato un bene immenso. Dobbiamo continuare a pregare e lavorare perché lo Spirito Santo porti il suo progetto a compimento in noi. A questo riguardo i sacerdoti hanno un ruolo insostituibile da svolgere nella vita rinnovata della Chiesa.

La Chiesa viene rinnovata ogni giorno dalla grazia mentre cerca una comprensione più profonda e più penetrante della parola di Dio; mentre cerca di adorare più autenticamente in spirito e in verità; mentre riconosce e sviluppa i doni di tutti i suoi membri. Queste dimensioni di rinnovamento rendono necessari quei compiti incessanti dei sacerdoti che conferiscono al loro ministero il suo carattere unico: il ministero della parola e del sacramento, la cura del gregge di Cristo.

Il vero rinnovamento presuppone la proclamazione chiara, fedele ed efficace della parola di Dio. Il Concilio Vaticano II indicava che questo è il primo compito del sacerdote (Presbyterorum Ordinis, 4). Coloro che predicano devono farlo con dinamica fedeltà, il che significa essere fedeli a ciò che ci tramandano la Tradizione e la Scrittura insegnate dall’autorità pastorale vivente della Chiesa, e fare ogni sforzo per presentare il Vangelo nella maniera più efficace possibile nella sua applicazione alle circostanze nuove della vita. Ogni volta che la parola viene proclamata in maniera autentica, la parola redentrice di Cristo continua. Ma ciò che viene proclamato deve prima essere vissuto.

Il rinnovamento nella grazia e nella vita di Cristo dipende dallo sviluppo della vita di culto della Chiesa. Poiché noi sacerdoti presiediamo alla liturgia, dobbiamo conoscere e apprezzare i riti della Chiesa con lo studio e con la preghiera. Siamo chiamati a presiedere celebrazioni che sono fedeli alla disciplina della Chiesa e legittimamente adattate, conformemente alle norme, al bene del popolo.

Un rinnovamento autentico è legato anche al modo in cui i sacerdoti esercitano il loro compito di curare il gregge di Dio, incoraggiando in particolare i fedeli a fare uso dei loro doni nell’apostolato e in varie forme speciali di servizio. L’impegno della Chiesa all’evangelizzazione, alla proclamazione della parola di Dio, alla chiamata del popolo alla santità di vita, non può essere sostenuto senza gli sforzi instancabili e il supporto disinteressato dei sacerdoti. Per quanto riguarda l’invito del popolo a conversione come lo fece Gesù - la conversione totale del Vangelo -l’esempio dei sacerdoti è estremamente importante per l’autenticità della vita della Chiesa.

Questo è particolarmente vero nell’uso che facciamo noi stessi del sacramento di Penitenza, attraverso il quale veniamo ripetutamente convertiti al Signore. Su questa condizione poggia la piena, soprannaturale efficacia del nostro “ministero di riconciliazione” (2 Cor 5, 18) e di tutta la nostra vita sacerdotale. L’esperienza della Chiesa c’insegna che “la celebrazione dell’Eucaristia e il ministero degli altri sacramenti, lo zelo pastorale, il rapporto con i fedeli, la comunione con i confratelli, la collaborazione col vescovo, la vita di preghiera, in una parola tutta l’esistenza sacerdotale, subisce un inesorabile scadimento, viene a mancare, per negligenza o per qualsiasi altro motivo, il ricorso, periodico e ispirato da autentica fede e devozione, al sacramento della Penitenza. In un prete che non si confessasse più o si confessasse male, il suo essere prete e il suo fare il prete ne risentirebbero molto presto e se ne accorgerebbe anche la comunità, di cui egli è pastore” (Ioannis Pauli PP. II, Reconciliatio et Paenitentia, 31).

La gente si aspetta che siamo uomini di fede e di preghiera. La gente guarda a noi per la verità di Cristo e per l’insegnamento della Chiesa. Chiede di vedere l’amore di Cristo incarnato nelle nostre vite. Tutto questo ci rammenta una verità molto fondamentale che il sacerdote è “un altro Cristo”. In un certo senso, noi sacerdoti siamo Cristo per tutti coloro ai quali provvediamo. Questo vale per tutti gli aspetti della nostra opera sacerdotale, ma ancora più nel sacrificio eucaristico, dal quale scaturisce la nostra identità di sacerdoti e nel quale essa viene espressa più chiaramente ed efficacemente. Questa verità riveste particolare importanza anche per il nostro servizio quali ministri del sacramento di Riconciliazione, attraverso il quale rendiamo un servizio insostituibile alla causa della conversione e della pace, e all’avvento del regno di Dio sulla terra. Vorrei ripetere a questo punto le parole che a suo tempo rivolsi ai sacerdoti della Chiesa: “Onore dunque a questo silenzioso esercito di nostri confratelli, che hanno ben servito e servono ogni giorno la causa della riconciliazione mediante il mistero della penitenza sacramentale” (Ivi, 29).

Nella sua missione al mondo la Chiesa viene rinnovata quando chiama gli uomini a rispondere al comandamento divino dell’amore, e quando sostiene e promuove i valori del Vangelo laddove incidono sulla vita pubblica. Facendo questo la Chiesa diventa una voce profetica in questioni di verità e di giustizia, di misericordia e di pace. In questi compiti che coinvolgono il mondo, la guida del ministero sacerdotale è stata e continua ad essere decisiva. I sacerdoti che incoraggiano e sostengono i laici aiutano costoro ad esercitare la loro missione che è quella di portare i valori del Vangelo nella vita pubblica. I sacerdoti e i laici che collaborano gli uni con gli altri possono così spronare la società stessa a difendere la vita, a difendere tutti i diritti dell’uomo a proteggere la vita della famiglia, a lavorare per una maggior giustizia sociale, a promuovere la pace.

6. Una delle cose più importanti che i sacerdoti degli Stati Uniti hanno sperimentato dopo il Concilio è stata il rinnovamento della loro vita spirituale. Molti sacerdoti hanno cercato questo rinnovamento in gruppi di sostegno fraterno, attraverso la direzione spirituale, ritiri e altri impegni lodevoli. Questi sacerdoti hanno visto il loro ministero rivitalizzato da una riscoperta dell’importanza della preghiera personale. Mentre continuate a scoprire Cristo nella vostra preghiera e nel vostro ministero, sperimenterete più profondamente che egli - il buon pastore - è il centro stesso della vostra vita, il significato stesso del vostro sacerdozio.

Cari confratelli: parlandovi di preghiera, non vi dico cose che non sapete né vi esorto a fare cose che non praticate già. La preghiera è stata parte integrante della vostra vita quotidiana, sin dai vostri anni di seminario e anche prima. Ma la perseveranza nella preghiera, come sapete, è difficile. L’aridità dello spirito, le distrazioni estreme, il pensiero allettante che potremmo trascorrere il nostro tempo più utilmente: queste cose sono familiari a chiunque si sforzi di pregare. In un momento o in un altro, questi elementi aggrediranno inevitabilmente la vita di preghiera di un sacerdote.

Per noi sacerdoti la preghiera non è né un lusso né una scelta da prendere o da accantonare secondo la nostra convenienza. La preghiera è essenziale alla vita pastorale. Attraverso la preghiera cresciamo nella sensibilità allo Spirito di Dio che è all’opera nella Chiesa e in noi stessi. Siamo inoltre resi più consapevoli degli altri, diventiamo “attenti ai loro bisogni, alla loro vita e al loro destino” (cf. Giovanni Paolo II, Lettera del Giovedì Santo ai sacerdoti, 13 apr. 1987: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X/1 [1987] 1314). Attraverso la preghiera finiamo insomma per amare profondamente coloro che Gesù ha affidati al nostro ministero. Ha grande importanza per la nostra vita e per il nostro mistero la grande preghiera di lode - la Liturgia delle Ore - che la Chiesa c’ingiunge e che preghiamo in suo nome e in nome di nostro Signore Gesù Cristo.

7. Negli anni recenti, i sacerdoti spesso mi hanno parlato della necessità di sostegno nel loro ministero. Le sfide del servizio sacerdotale oggi sono grandi, e la richiesta di energie nel nostro tempo sembra aumentare ogni giorno. In tali circostanze siamo facilmente tentati dallo scoraggiamento! Ma, cari fratelli, in questi tempi è più importante che mai dare ascolto al consiglio della Lettera agli Ebrei: “. . . tenendo fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia e si è assiso alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Eb 12, 2-4).

L’incoraggiamento e il sostegno che troviamo l’uno nell’altro è un grande dono dell’amore di Dio, una caratteristica del sacerdozio di Cristo. La crescita del reciproco sostegno tra i fratelli sacerdoti attraverso la preghiera e la condivisione, è un segno ancora più incoraggiante. Lo stesso si può dire, a un diverso livello, per lo sviluppo dei concili presbiterali affidati alla solidarietà dei sacerdoti tra loro e con il loro vescovo nella missione della Chiesa universale.

Come sacerdoti abbiamo bisogno di esempi di ministero sacerdotale, “artisti” del lavoro pastorale che ci ispirino e intercedano per noi, sacerdoti come Filippo Neri, Vincenzo de Paoli, Giovanni Vianney, Giovanni Bosco, Massimiliano Kolbe. E possiamo anche riflettere sulle vite sacerdotali di uomini che abbiamo conosciuto personalmente, sacerdoti esemplari che ci ispirano perché hanno vissuto il ministero sacerdotale di Gesù Cristo con profonda generosità e amore.

Per perseverare nel nostro ministero pastorale abbiamo bisogno soprattutto di “una cosa soltanto” che Gesù ci richiede (cf. Lc 10, 42). Dobbiamo conoscere il pastore molto bene, è necessario un rapporto profondo e personale con Cristo, sorgente e modello supremo del nostro sacerdozio, un rapporto che richiede l’unione nella preghiera. Il nostro amore in Cristo rinnovato frequentemente nella preghiera, specialmente davanti al santissimo Sacramento, è alla base del nostro impegno al celibato. Questo amore ci rende capaci, come servitori del regno di Dio, di amare la nostra gente liberamente e in modo profondo e casto.

Miei cari fratelli condividendo il sacerdozio di Cristo, noi condividiamo le stesse gioie e preoccupazioni. È una grande gioia per me essere con voi oggi. Vi ringrazio nuovamente per il dono di voi stessi a Cristo e alla Chiesa. Voglio che sappiate che vi sono vicino nei vostri sforzi per servire il Signore e il suo popolo. Vi esprimo la mia gratitudine, la mia preghiera, il mio sostegno e il mio amore. Concludendo spero che ognuno di voi faccia esperienza della gioia di cui parla il salmista: “Quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 132, 1).

Cari fratelli sacerdoti, l’unità cattolica è una vocazione. Come sacerdoti in America siete chiamati a vivere questa unità cattolica nelle Chiese particolari, nelle diocesi alle quali appartenete. Ma queste Chiese particolari non sono mai completamente unite tra loro, né più fedeli alla loro identità se non quando esse vivono nella piena comunione di fede e di amore con la Chiesa universale. Sopra il vostro ministero sacerdotale c’è il mistero dell’unità ecclesiale, che siete chiamati a vivere in sacrificio e amore in comunione con Maria Madre di Gesù.

La protezione e il tenero amore della nostra Santa Madre sono un grande sostegno per tutti noi sacerdoti. La sua preghiera ci assiste, il suo esempio ci sprona, la sua vicinanza ci consola. In sua presenza sperimentiamo la gioia e la speranza di cui abbiamo tanto bisogno. Non è il giorno e l’ora di rivolgerci a lei come abbiamo fatto nel giorno della nostra ordinazione e affidare ancora a lei noi stessi, il nostro popolo e il nostro sacro ministero? Perché? Per la gloria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Cari sacerdoti d’America, cari fratelli: “Il mio amore a tutti voi in Cristo Gesù” (1 Cor 16, 24).

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana 

 

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