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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IN CANADA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEGLI STATI UNITI

Seminario Minore di Nostra Signora di Los Angeles
 Mercoledì, 16 settembre 1987

 

Cari fratelli in nostro Signore Gesù Cristo.

1. Prima di dare inizio ai nostri scambi fraterni, desidero esprimervi la mia profonda gratitudine: per i vostri ripetuti inviti a compiere questa visita pastorale, gratitudine per la vostra presenza qui, oggi, e gratitudine per l’immensa mole di preparativi che questa visita ha richiesto. Prima di tutto vi ringrazio per il vostro impegno quotidiano e per la vostra compartecipazione con me nel Vangelo. In una parola, vi ringrazio per il “vostro impegno nella fede, per la vostra operosità nella carità e per la vostra costante speranza nel nostro Signore Gesù Cristo” (1 Ts 1, 3).

Il card. Bernardin ci ha introdotto alla realtà estremamente importante della “communio” che costituisce la miglior cornice per il nostro colloquio. Come vescovi non dobbiamo mai stancarci di meditare in preghiera su questo tema. Poiché - come affermava la Sessione straordinaria del Sinodo dei vescovi del 1985 - “l’ecclesiologia della comunione è il concetto centrale e fondamentale dei documenti del Concilio” (Synodi Extr. Episc. 1985, Relatio finalis, C, 1), ne consegue che noi dobbiamo incessantemente fare riferimento a quegli stessi documenti per essere impregnati della profonda visione teologica della Chiesa che lo Spirito Santo ci ha posto di fronte, e che costituisce il fondamento di tutto il ministero pastorale nel pellegrinaggio della Chiesa attraverso la storia umana.

Il programma del nostro ministero collegiale, non può essere che quello di immettere nella corrente della vita ecclesiale tutta la ricchezza dell’autocoscienza della Chiesa che è stata donata dallo Spirito Santo alla comunità di fede nella celebrazione del Concilio Vaticano II. Il rinnovamento della vita cattolica, voluto dal Concilio, deve essere valutato non semplicemente in termini di strutture esteriori, ma in una più profonda comprensione e in una più efficace applicazione della visione essenziale della sua vera natura e missione che il Concilio ha offerto alla Chiesa alla fine del secondo millennio dell’era cristiana. Tale rinnovamento dipende dal modo in cui le intuizioni fondamentali del Concilio vengono autenticamente recepite in ogni Chiesa particolare e nella Chiesa universale.

Al centro dell’autocoscienza della Chiesa sta il concetto di communio: in primo luogo una partecipazione attraverso la grazia alla vita del Padre donataci attraverso Cristo e nello Spirito Santo. Dio “ci ha scelti in lui - in Cristo - prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1, 4). Questa comunione ha la sua origine in una chiamata divina, nell’eterno decreto che ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo (cf. Rm 8, 28-30). Essa si realizza attraverso l’unione sacramentale con Cristo e attraverso la partecipazione organica in tutto ciò che costituisce la realtà umana e divina della Chiesa, il corpo di Cristo che si estende attraverso i secoli ed è inviato nel mondo ad abbracciare tutti gli uomini senza distinzione.

2. È chiaro che nei decenni successivi al Concilio questa “dimensione verticale” della comunione ecclesiale è stata sperimentata meno profondamente da molti che, viceversa, hanno un acuto senso della sua “dimensione orizzontale”. Finché tuttavia l’intera comunità cristiana non ha l’acuta consapevolezza dell’effusione meravigliosa e totalmente gratuita della “bontà e dell’amore di Dio nostro Salvatore” che ci ha salvati “non in virtù di opere di giustizia da noi poi compiute, ma per sua misericordia” (Tt 3, 4-5), l’intero ordinamento della vita della Chiesa e l’esercizio della sua missione di servizio alla famiglia umana sarà radicalmente indebolito e non raggiungerà mai il livello auspicato dal Concilio.

Il corpo ecclesiale è sano nella misura in cui la grazia di Cristo, effusa attraverso lo Spirito Santo, viene accolta dalle sue membra. I nostri sforzi pastorali sono fecondi, in ultima analisi, quando il popolo di Dio - noi vescovi con il clero, i religiosi e i laici - è condotto a Cristo; cresce nella fede, nella speranza e nella carità e diventa testimonianza autentica dell’amore di Dio in un mondo bisognoso di trasfigurazione.

Il card. Bernardin ha giustamente affermato che solo se vi è una sola fede, un solo Signore, un solo battesimo, allora può esservi un’unica fedeltà alla parola di Dio perennemente proclamata dalla Chiesa affidata al Collegio episcopale con il romano Pontefice come suo capo visibile e fonte perpetua di unità. La parola di Dio, che è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (cf. Rm 1, 16; Dei Verbum, 17), è pienamente rivelata nel mistero pasquale della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Da questo mistero pasquale scaturisce una salvezza che è trascendente ed eterna: Egli “è morto per noi perché . . . viviamo insieme con lui” (1 Ts 5, 10). È compito della Chiesa dunque - mentre cerca in tutti i modi possibili di incrementare il suo servizio alla famiglia umana in tutte le sue esigenze - predicare l’appello di Cristo alla conversione e proclamare la redenzione nel suo sangue.

3. La “dimensione verticale” della comunione ecclesiale ha un significato profondo nella comprensione del rapporto delle Chiese particolari con la Chiesa universale. È importante evitare una visione puramente sociologica di tale rapporto. “Nelle Chiese particolari e a partire da esse esiste la sola e unica Chiesa cattolica” (Lumen Gentium, 23), ma questa Chiesa universale non può essere concepita come l’insieme delle chiese particolari, o come una federazione di chiese particolari.

Nella celebrazione dell’Eucaristia questi principi trovano la loro piena realizzazione. Poiché, come specifica il documento conciliare sulla Liturgia, “la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle stesse celebrazioni liturgiche, soprattutto alla stessa Eucaristia, alla stessa preghiera, allo stesso altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri” (Sacrosanctum Concilium, 41). Ogni volta che una comunità si riunisce attorno all’altare, sotto il ministero sacro del vescovo, ivi è presente Cristo, e lì, in virtù di Cristo, si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (cf. Lumen Gentium, 26).

La Chiesa cattolica stessa sussiste in ogni Chiesa particolare, che può essere veramente completa solo attraverso un’effettiva comunione nella fede, nei sacramenti e nell’unità con l’intero corpo di Cristo. Il novembre scorso, nella lettera che vi ho indirizzato durante il vostro incontro a Washington, mi sono soffermato su questo aspetto della comunione. In quell’occasione scrissi: “Il mistero stesso della Chiesa ci induce a riconoscere che la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica è presente in ogni Chiesa particolare in tutto il mondo. E poiché il successore di Pietro è stato designato vicario di Cristo e pastore di tutta la Chiesa (cf. Lumen Gentium, 22) tutte le Chiese particolari - proprio perché cattoliche, proprio perché racchiudono in sé il mistero della Chiesa universale - sono chiamate a vivere nella comunione con lui. “La nostra stessa relazione di comunione ecclesiale - “collegialitas effectiva et affectiva” - è rivelata nel mistero della Chiesa. Proprio perché siete pastori di Chiese particolari nelle quali sussiste la pienezza della Chiesa universale che voi siete, e dovete sempre essere, in piena comunione con il successore di Pietro. Riconoscere il vostro ministero di “vicari e delegati di Cristo” per le vostre Chiese particolari (cf. Lumen Gentium, 27) significa comprendere nel modo più chiaro il ministero del Soglio di Pietro, “il quale presiede alla comunione universale della carità, tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva” (Lumen Gentium, 13)” (Ioannis Pauli PP. II, Lettera all'episcopato degli Stati Uniti d'America, 4 novembre 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 1332).

4. Anche in questa prospettiva dobbiamo vedere il ministero del successore di Pietro, non solo come un servizio “globale” che raggiunge ogni Chiesa particolare dall’“esterno” ma come già appartenente all’essenza di ogni Chiesa particolare dal “di dentro”. Proprio perché questa relazione di comunione ecclesiale - la nostra “collegialitas effectiva et affectiva” - è una parte tanto intima della struttura della vita della Chiesa, il suo esercizio richiede da tutti e da ciascuno di noi di essere nella mente e nel cuore una cosa sola con la volontà di Cristo riguardo ai nostri ruoli nel Collegio episcopale. Il Concilio si è preoccupato non soltanto di definire questi ruoli ma anche di collocare nella sua giusta prospettiva l’esercizio dell’autorità nella Chiesa, prospettiva che è appunto quella della “communio”. A questo riguardo, anche il Concilio è stato - per usare le parole del Sinodo straordinario - “una legittima e valida espressione e interpretazione del deposito della fede, come si trova nella sacra Scrittura e nella viva tradizione della Chiesa” (Synodi Extr. Episc. 1985, Relatio finalis, I, 2).

Come vi ho scritto inoltre lo scorso anno, mi sono sforzato di adempiere il mio ruolo di successore di Pietro in uno spirito di solidarietà fraterna con voi. Desidero solo essere al servizio di tutti i vescovi del mondo e - in obbedienza alla mia specifica responsabilità di servizio dell’unità e dell’universalità della Chiesa - confermarli nel loro ministero collegiale. Sono sempre stato molto incoraggiato in questo compito dal vostro fraterno sostegno e dalla vostra compartecipazione nel Vangelo: per tutto questo vi esprimo ancora una volta la mia profonda gratitudine. È di grande importanza per la Chiesa che, nella piena autorità della comunione ecclesiale, continuiamo a proclamare insieme Gesù Cristo e il suo Vangelo. In questo modo noi stessi viviamo pienamente, come successori degli apostoli, il mistero della comunione ecclesiale. Nello stesso tempo, attraverso il nostro ministero, noi diamo ai fedeli la possibilità di entrare sempre più profondamente nella vita ecclesiale di comunione con la santissima Trinità.

II

5. L’arcivescovo Quinn ha parlato della Chiesa come di una comunità che desidera restare fedele all’insegnamento morale di nostro Signore Gesù Cristo. Proclamare un complesso di insegnamenti morali è infatti una parte inseparabile della missione della Chiesa nel mondo. Fin dalle origini la Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo ha cercato di applicare la rivelazione di Dio in Cristo a tutti i molteplici aspetti della nostra vita in questo mondo, consapevole che noi siamo chiamati a “comportarci in maniera degna del Signore per piacergli in tutto” (Col 1, 10).

Talvolta è stato detto che un gran numero di cattolici, oggi, non aderisce agli insegnamenti della Chiesa su un gran numero di questioni, soprattutto riguardanti la morale sessuale e coniugale, il divorzio e le nuove nozze. Di alcuni è stato detto che non accettano la chiara posizione della Chiesa riguardo all’aborto. Si è notato inoltre che vi è una tendenza, da parte di alcuni cattolici, ad essere selettivi nella loro adesione agli insegnamenti morali della Chiesa. Alcuni sostengono che il dissenso dal magistero è del tutto compatibile con l’essere “buoni cattolici” e non costituisce un ostacolo alla ricezione dei sacramenti. Questo è un grave errore che rappresenta una sfida all’ufficio magisteriale dei vescovi degli Stati Uniti, e dei vescovi di altri Paesi. Desidero incoraggiarvi nell’amore di Cristo ad affrontare coraggiosamente nel vostro ministero pastorale questa situazione, affidandovi alla forza della verità divina per guadagnare il consenso, e alla grazia dello Spirito Santo che è donata sia a coloro che proclamano il messaggio sia a coloro ai quali esso è indirizzato.

Dobbiamo inoltre ricordare incessantemente che l’insegnamento della Chiesa di Cristo - come Cristo stesso - è un “segno di contraddizione”. Non è mai stato facile accogliere l’insegnamento del Vangelo nella sua interezza, e non lo sarà mai. La Chiesa è impegnata sia nella fede che nella morale, a rendere, quanto più è possibile, il suo insegnamento chiaro e comprensibile, presentandolo in tutta la forza della verità divina. E tuttavia la sfida del Vangelo resta inerente al messaggio cristiano trasmesso a ogni generazione. L’arcivescovo Quinn ha fatto riferimento a un principio con conseguenze estremamente importanti per ogni settore della vita della Chiesa: “. . . La rivelazione di Dio si attua principalmente nella croce di Cristo che rende la “follia” di Dio più saggia dell’umana saggezza. Spesso la saggezza umana, in una determinata epoca, sembra avere l’ultima parola. Ma la croce ci offre una prospettiva che cambia radicalmente i giudizi”. Sì, cari fratelli, la croce - proprio nell’atto di rivelare la misericordia, la compassione e l’amore - cambia radicalmente i giudizi.

6. Molti altri punti di ordine generale potrebbero essere segnalati. Innanzitutto la Chiesa è una comunità di fede. Accettare la fede vuol dire aderire alla parola di Dio quale ci viene trasmessa dall’autentico magistero della Chiesa. Tale consenso costituisce l’atteggiamento fondamentale del credente ed è un atto della volontà, come pure della mente. Sarebbe completamente fuori luogo cercare di modellare questo atto religioso su atteggiamenti mutuati dalla cultura secolare.

In seno alla comunità ecclesiale il dibattito teologico si colloca in un contesto di fede. Il dissenso dalla dottrina della Chiesa resta quello che è: dissenso; e come tale non può essere proposto o accolto alla stessa stregua dell’autentico insegnamento della Chiesa.

Inoltre, come vescovi dobbiamo adempiere in modo speciale al nostro ruolo di autentici maestri della fede quando opinioni divergenti dall’insegnamento della Chiesa vengono proposte come fondamento della pratica pastorale.

Desidero sostenervi mentre continuate a impegnarvi in un dialogo fecondo con i teologi sulla legittima libertà di ricerca che è loro diritto. Voi giustamente date loro un sincero incoraggiamento nel loro difficile compito e li assicurate di quanto la Chiesa abbia bisogno e apprezzi profondamente la loro opera impegnata e costruttiva. Dal canto loro essi riconosceranno che il titolo di teologo cattolico esprime una vocazione ed una responsabilità al servizio della comunità di fede, e si sottometteranno all’autorità dei Pastori della Chiesa. In particolare il vostro dialogo deve cercare di dimostrare la inaccettabilità del dissenso e del confronto come politica e metodo nell’ambito dell’insegnamento della Chiesa.

7. Parlando a vostro nome, l’arcivescovo Quinn ha manifestato una piena consapevolezza della gravità della sfida che il vostro ministero magisteriale deve affrontare. Egli ha parlato del duplice compito della conversione della mente e della conversione del cuore. La via che va al cuore molto spesso passa attraverso la mente e tutta la Chiesa, in ogni sua dimensione, ha bisogno oggi di un nuovo sforzo di evangelizzazione e catechesi diretto alla mente. In altra occasione ho fatto riferimento al rapporto tra Vangelo e cultura. Oggi desidero sottolineare l’importanza della formazione della mente a tutti i livelli della vita cattolica.

Ai bambini e ai giovani cattolici è necessario dare una effettiva possibilità di apprendere la verità della fede in modo che essi divengano capaci di formulare la loro identità cattolica in termini di dottrina e di pensiero. In tal senso la stampa cattolica può dare un contributo determinante per risollevare il livello generale del pensiero e della cultura cattolica. Specialmente i seminari hanno la responsabilità di garantire che i futuri sacerdoti acquistino un alto livello di preparazione intellettuale e di competenza. Programmi di educazione permanente per sacerdoti, religiosi e laici, hanno un’importante funzione nello stimolare un necessario e serio approccio intellettuale ai molteplici interrogativi relativi alla fede nel nostro mondo contemporaneo.

Un aspetto fondamentale di questo “apostolato della mente” riguarda il dovere e il diritto dei vescovi ad essere effettivamente presenti nei collegi e nelle Università cattoliche e negli Istituti superiori allo scopo di salvaguardare e promuovere il loro carattere cattolico specialmente per quanto riguarda la trasmissione della dottrina cattolica. È un compito che richiede attenzione personale da parte dei vescovi poiché è una specifica responsabilità propria del loro ruolo magisteriale. Esso implica frequenti contatti con il personale insegnante e amministrativo ed esige la messa a punto di seri programmi di cura pastorale per gli studenti e altri in seno alla comunità accademica. Molto è già stato fatto e colgo l’occasione per incoraggiarvi a cercare modi per intensificare questo apostolato.

Uno dei maggiori servizi che noi vescovi possiamo rendere alla Chiesa, è quello di confermare le generazioni presenti e future di cattolici in una sana e completa comprensione della loro fede. La comunità ecclesiale sarà così meravigliosamente rafforzata in tutti gli aspetti della vita morale cristiana e nel suo generoso servizio. Il necessario approccio intellettuale, tuttavia, è intimamente legato alla fede e alla preghiera. Il nostro popolo deve essere consapevole della sua dipendenza dalla grazia di Cristo e della profonda necessità di aprire sempre più se stesso alla sua azione. Gesù stesso vuole che tutti ci convinciamo delle sue parole: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5)

III

8. Il Sinodo che si terrà il mese prossimo a Roma affronterà certamente in modo più dettagliato le molte e importanti questioni sollevate dall’arcivescovo Weakland nella sua relazione sul ruolo dei laici. Queste osservazioni, come le mie, riguardano in modo particolare i laici cattolici degli Stati Uniti.

Si è detto che “la Chiesa negli Stati Uniti d’America può vantare il maggior numero di fedeli istruiti del mondo”. Questa affermazione ha molte implicazioni. La situazione che essa illustra è motivo di umile compiacimento e gratitudine poiché rappresenta una grande conquista: il considerevole impegno educativo della Chiesa in questo paese per tanti, tanti decenni. Nello stesso tempo l’istruzione dei fedeli fa intravedere un grande potenziale e una grande speranza per il futuro, poiché “si prevede che essi continueranno ad avere un ruolo di primo piano nella società e nella cultura degli Stati Uniti negli anni a venire”.

Innanzitutto attraverso i laici la Chiesa è nella posizione di esercitare una grande influenza sulla cultura americana. Questa cultura è una creazione umana. Essa è il prodotto di un’intuizione e comunicazione comunitaria. È il frutto di uno scambio fra persone di una particolare società. E la cultura, pur avendo una certa dinamica resistenza, si evolve e si sviluppa sempre come una forma di vita. Infatti la cultura americana di oggi si trova in continuità con la vostra cultura di cinquant’anni fa. Tuttavia essa è cambiata; è stata molto influenzata dalle tendenze e dalle correnti di pensiero.

Ma come si evolve oggi la cultura americana? Questa evoluzione è stata influenzata dal Vangelo? Riflette chiaramente l’ispirazione cristiana? La vostra musica, la vostra poesia e arte, il vostro teatro, la vostra pittura e scultura, la letteratura che producete non sono forse tutte cose che riflettono quanto l’anima di una nazione sia influenzata dallo spirito di Cristo per la perfezione dell’umanità?

Mi rendo conto di quanto sia difficile rispondere a tali interrogativi, data la complessità e la varietà della vostra cultura. Ma essi sono importanti in vista di qualsiasi considerazione sul ruolo dei laici cattolici, “il maggior numero di fedeli istruiti nel mondo”. E sono soprattutto i laici che dopo essere stati essi stessi ispirati dal Vangelo portano l’influenza sublime e purificatrice del Vangelo al mondo della cultura, a tutta la sfera del pensiero e alla creatività artistica, alle più diverse professioni e nei posti di lavoro, alla vita familiare e alla società in genere. Come vescovi il cui compito è quello di guidare i laici e di incoraggiarli ad adempiere la loro missione ecclesiale nel mondo, dobbiamo continuare a sostenerli mentre si sforzano di dare il loro specifico contributo all’evoluzione e allo sviluppo della cultura e al suo impatto sulla società.

9. In relazione a questo problema e in settori quali la politica, l’economia, i mass-media e la vita internazionale, il servizio che rendiamo è in primo luogo un servizio sacerdotale: il servizio di predicare e di insegnare la parola di Dio nella fedeltà alla verità, e di avvicinare sempre più i laici al dialogo di salvezza. Il nostro compito è quello di guidare il nostro popolo alla santità, specialmente attraverso la grazia dell’Eucaristia e dell’intera vita sacramentale. Il servizio della nostra guida pastorale, purificato nella preghiera e nella penitenza personale, non comportando in alcun modo uno stile autoritario, deve ascoltare e incoraggiare, sfidare e talvolta correggere. Di certo non si tratta di condannare la società tecnologica ma piuttosto di esortare il laicato a trasformarla dal di dentro, affinché essa possa ricevere l’impronta del Vangelo.

10. Noi serviamo i nostri laici al meglio, quando compiamo ogni sforzo per dare loro, e in collaborazione con loro, un vasto e solido programma di catechesi allo scopo di “far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e sistematica della persona e del Messaggio del nostro Signore Gesù Cristo” (Ioannis Pauli PP. II, Catechesi Tradendae, 19). Tale programma li assisterà inoltre nello sviluppare quella capacità di discernimento che può distinguere lo spirito del mondo dallo Spirito di Dio e che può distinguere l’autentica cultura da quegli elementi che degradano la dignità umana. Essa può fornire loro una solida base per crescere nella conoscenza e nell’amore di Gesù Cristo attraverso la conversione continua e l’impegno personale alle esigenze del Vangelo.

11. Parlando dei laici, sento il desiderio particolare di sostenervi in tutto ciò che fate a favore della vita familiare. L’arcivescovo Weakland ha fatto riferimento “al gran numero di divorzi e di separazioni di tante famiglie” come a un problema che richiede una speciale cura pastorale. Sono consapevole della grande preoccupazione e della profonda sollecitudine pastorale che tutti noi abbiamo per tutti coloro la cui vita è coinvolta da queste realtà.

Come ricorderete, in occasione delle vostre visite “ad limina”, quattro anni fa, parlai in modo piuttosto esteso del matrimonio. Senza ripetere tutto quello che affermai in quell’occasione, desidero incoraggiarvi a proseguire i vostri numerosi sforzi, zelanti e generosi, per fornire alle famiglie una cura pastorale. Vi esorto anche, di fronte alle tendenze che minacciano la stabilità del matrimonio, la dignità dell’amore umano e della vita umana come pure la sua trasmissione, a non perdere mai la fiducia e il coraggio. Per mezzo della grazia dataci in qualità di pastori, dobbiamo sforzarci di presentare nel modo più efficace possibile l’insegnamento della Chiesa nella sua integrità; compreso il messaggio profetico contenuto nell’Humanae Vitae e nella Familiaris Consortio.

Il fedele insegnamento del rapporto intrinseco fra le due dimensioni, unitiva e procreativa, dell’atto matrimoniale è certamente solo una parte della nostra responsabilità pastorale. Con una sollecitudine pastorale verso le coppie, la Familiaris Consortio (Ioannis Pauli PP. II, Familiaris Consortio, n. 35) ha sottolineato che “la comunità ecclesiale, nel tempo presente, deve assumersi il compito di suscitare convinzioni e di offrire aiuti concreti per quanti vogliono vivere la paternità e la maternità in modo veramente responsabile . . . Ciò significa un impegno più vasto, decisivo e sistematico per far conoscere, stimare e applicare i metodi naturali di regolazione della fertilità”.

In occasione delle ultime visite “ad limina” ho affermato: “Quelle coppie che scelgono i metodi naturali percepiscono la profonda differenza - sia antropologica che morale - tra la contraccezione e la pianificazione naturale della famiglia. Essi, tuttavia, possono sperimentare delle difficoltà; in realtà, impegnandosi nell’uso dei metodi naturali, essi passano spesso attraverso un’esperienza nuova e hanno bisogno di un’adeguata istruzione di incoraggiamento, di consiglio e sostegno pastorale. Dobbiamo essere sensibili ai loro sforzi e sentirci partecipi delle necessità cui vanno incontro. Dobbiamo incoraggiarli a continuare i loro sforzi con generosità, fiducia e speranza. In qualità di vescovi, abbiamo il carisma e la responsabilità pastorale di rendere il nostro popolo consapevole dell’ineguagliabile influsso che la grazia del sacramento del matrimonio esercita su ogni aspetto della vita coniugale compresa la sessualità (cf. Ioannis Pauli PP. II, Familiaris Consortio, 33). L’insegnamento della Chiesa di Cristo, non è solo luce e forza per il popolo di Dio, bensì eleva i cuori nella gioia e nella speranza.

La vostra Conferenza episcopale ha stabilito un programma speciale volto ad espandere e coordinare gli sforzi nelle varie diocesi. Ma il successo di tale sforzo richiede il costante interesse e sostegno pastorale di ogni vescovo nella propria diocesi, e vi sono profondamente grato per quanto fate in questo importantissimo apostolato” (Ioannis Pauli PP. II, Discorso ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti in visita «ad limina Apostolorum», 24 set. 1983:  Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 621).

12. La mia profonda gratitudine nei vostri confronti si estende ai molti altri settori in cui, con generoso impegno, avete svolto la vostra attività per e con i laici. Questa comprende i vostri incessanti sforzi nel promuovere la pace e la giustizia e nel sostenere le missioni. Nell’ambito della difesa della vita umana, avete operato con eccezionale impegno e costanza. Già durante le visite “ad limina” del 1971, Paolo VI richiamò l’attenzione su questa vostra attività garantendovi l’apprezzamento della Santa Sede. Data la loro eccezionale importanza desidero citare in parte le sue parole di vivo incoraggiamento nei vostri confronti e farle anche mie:

“Nel nome di Gesù Cristo vi ringraziamo per il vostro ministero al servizio della vita. Sappiamo che vi siete sforzati affinché si adempissero le parole del buon pastore: “che essi abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Sotto la vostra guida, un grande numero di cattolici - sacerdoti, diaconi, religiosi e laici - si sono uniti in numerose iniziative volte a difendere, curare e promuovere la vita umana.

“Con l’illuminazione della fede, il rapporto dell’amore e la consapevolezza della vostra responsabilità pastorale, vi siete opposti a tutto ciò che ferisca, indebolisce o disonora la vita umana. La vostra carità pastorale ha trovato consistente espressione in vari modi, legati tutti alla questione della vita, volti tutti a proteggere la vita nei suoi molteplici aspetti. Vi siete sforzati di proclamare, nella vita pratica, che ogni aspetto della vita umana è sacro.

“A tale proposito i vostri sforzi sono stati diretti a sradicare la fame, eliminare le condizioni di vita subumane, a promuovere programmi a favore dei poveri, degli anziani e delle minoranze. Avete operato per il miglioramento dello stesso ordine sociale. Al tempo stesso avete sempre tenuto presente agli occhi del vostro popolo il traguardo al quale Dio ci chiama: la vita nei cieli, in Cristo Gesù (cf. Fil 3, 14).

“Fra le numerose vostre attività al servizio della vita ce n’è una che, specialmente in questo momento della storia, merita il nostro impegno maggiore e il nostro sostegno più forte: è la continua lotta contro quello che il Concilio Vaticano II definisce “l’abominevole crimine” dell’aborto (Gaudium et Spes, 51). L’indifferenza per il carattere sacro della vita nel grembo materno indebolisce il tessuto stesso della civiltà; crea una mentalità, addirittura un atteggiamento pubblico, capace di condurre all’accettazione di altre pratiche che vanno contro i diritti fondamentali dell’individuo. Tale mentalità può, ad esempio, annullare l’impegno per i bisognosi, manifestandosi in una mancata sensibilità verso le esigenze sociali; può creare il disprezzo per gli anziani, fino al punto di ricorrere all’eutanasia; può preparare la strada a quelle forme di ingegneria genetica che vanno contro la vita e i cui pericoli non sono ancora del tutto noti all’opinione pubblica.

“È quindi molto incoraggiante vedere il grande servizio che voi rendete all’umanità richiamando costantemente il vostro popolo al valore della vita umana. Abbiamo fiducia che, affidandovi alle parole del buon pastore, che ispira il vostro operato, voi continuerete ad essere la guida in questa direzione, sostenendo l’intera comunità ecclesiale nella sua vocazione al servizio della vita.

“È anche motivo di onore agli occhi del mondo intero che nel vostro Paese tanti uomini e donne onesti e di diverse convinzioni religiose siano uniti nel profondo rispetto per le leggi del Creatore e Signore della vita, e che, con ogni giusto mezzo a loro disposizione, essi stiano cercando, di fronte alla testimonianza della storia, di trovare una difesa incondizionata della vita umana” (Pauli VI, Discorso ad un gruppo di vescovi americani in visita «ad limina Apostolorum», 26 maggio 1978: Insegnamenti di Paolo VI, XVI [1978] 408).

Sono trascorsi nove anni da quando queste parole furono pronunciate e sono valide ancora oggi, valide nella loro visione profetica, valide per le necessità che esprimono, valide per la difesa della vita.

13. Nella sua enciclica Pacem in Terris, Papa Giovanni XXIII ha collocato il problema dell’emancipazione della donna nel contesto delle caratteristiche del tempo attuale, “i segni dei tempi”. Ha spiegato che il problema in questione era un problema di dignità umana. In verità è questo l’obiettivo di tutti gli sforzi della Chiesa a favore delle donne: promuovere la loro dignità umana. La Chiesa proclama la dignità personale della donna in quanto donna, una dignità identica a quella dell’uomo. Questa dignità deve essere affermata nel suo carattere ontologico, ancor prima di prendere in considerazione uno qualsiasi dei ruoli speciali ed esaltanti che le donne ricoprono come mogli, madri e persone consacrate.

Molti altri aspetti sono connessi alla questione dell’uguale dignità e responsabilità delle donne, che saranno senza dubbio opportunamente trattati nel corso del prossimo Sinodo dei vescovi. Alla base di ogni considerazione esistono due principi essenziali: l’uguale dignità umana delle donne e la loro autentica umanità femminile. Sulla base di questi due principi, la Familiaris Consortio (Ioannis Pauli PP. II, Familiaris Consortio, n. 22) ha già detto molto sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle donne, atteggiamento che riflette “il delicato rispetto di Gesù verso le donne che ha chiamato alla sua sequela e alla sua amicizia”. Come ho affermato, e come ha sottolineato l’arcivescovo Weakland, le donne non sono chiamate al sacerdozio. Anche se l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiarissimo, ciò non altera in alcun modo il fatto che le donne sono veramente una parte essenziale del disegno evangelico di annunciare la buona novella del regno. E la Chiesa è irrevocabilmente impegnata in questa verità.

IV

14. Il mio interesse per il problema delle vocazioni vi è ben noto. È un tema ricorrente nei miei colloqui con i vescovi di tutto il mondo. È uno degli argomenti che tratto frequentemente nei miei incontri con i giovani. È un fattore decisivo per il futuro della Chiesa, mentre ci avviciniamo all’inizio del terzo millennio. Sono pertanto molto felice che abbiate scelto questo argomento fra quelli che oggi dovranno essere trattati.

L’arcivescovo Pilarczyk ha presentato una “panoramica delle realtà ministeriali della Chiesa in questo Paese” menzionando situazioni di grande consolazione per voi in quanto vescovi e situazioni che suscitano il vostro zelo pastorale. Egli ha detto che è importante “parlare di alcune delle implicazioni molto positive delle vocazioni laiche, religiose e sacerdotali in America”. Nel far questo egli ha sottolineato come lo Spirito Santo sia all’opera in mezzo a noi, cosa di cui dobbiamo rendere sempre più coscienza e di cui dobbiamo essere grati. Come ci ricorda la Lumen Gentium (Lumen Gentium, n. 4), “lo Spirito Santo guida la Chiesa verso la verità tutta intera (cf. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio. Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo sposo”.

È veramente incoraggiante vedere come i laici, in numero sempre maggiore, prendono parte attiva alla vita della Chiesa e come ciò ha condotto a “una profondità e varietà di ministero di gran lunga maggiore del passato”. Certamente la partecipazione più attiva del laicato alla missione della Chiesa è un segno eloquente della fecondità del concilio Vaticano II, e di ciò noi tutti rendiamo grazie. E sono fiducioso che il prossimo Sinodo dei vescovi darà un nuovo impulso a questa partecipazione e forme direttive per la sua continua crescita e il suo consolidamento.

È importante per il nostro popolo vedere chiaramente che il ministero del sacerdozio ordinato e il coinvolgimento dei laici nella missione della Chiesa non sono in opposizione fra loro. Piuttosto, essi sono complementari. Come il ministero sacerdotale non è fine a se stesso, ma deve risvegliare e unificare i diversi carismi all’interno della Chiesa, così il coinvolgimento dei laici non sostituisce il sacerdozio, ma lo sostiene, lo promuove e gli dà spazio perché esso possa adempiere al suo servizio specifico.

A questo punto, vorrei fare alcune osservazioni sulle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa.

Il numero insufficiente di seminaristi e di candidati alla vita religiosa è effettivamente motivo di preoccupazione pastorale per tutti noi, perché sappiamo che la loro pubblica testimonianza al Vangelo e i loro ruoli specifici nella Chiesa sono insostituibili. In molte parti del mondo la Chiesa sta sperimentando, come ha osservato l’arcivescovo Pilarczyk, “che la società si sta sempre più secolarizzando e diventa così sempre più inospitale nei confronti della fede cristiana”. È particolarmente difficile oggi che i giovani accettino i generosi sacrifici che comporta l’accoglimento della chiamata di Dio. Eppure è possibile che lo facciano con l’aiuto della grazia e il sostegno della comunità. Ed è proprio in questa situazione che siamo chiamati a essere testimoni della speranza del la Chiesa.

Nella nostra missione pastorale spesso dobbiamo valutare una situazione e decidere il da farsi. Dobbiamo farlo con prudenza e con realismo pastorale. Allo stesso tempo sappiamo che oggi, come sempre, esistono “profeti di sciagure”. Dobbiamo opporci al loro pessimismo e perseverare nei nostri sforzi per promuovere le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa.

La preghiera per le vocazioni è la condizione principale per la buona riuscita, poiché Gesù stesso ci ha lasciato il comandamento: “Pregate dunque il padrone delle messe che mandi operai nella sua messe” (Mt 9, 38). Vi chiedo quindi di incoraggiare la preghiera per le vocazioni fra tutti, particolarmente fra gli stessi sacerdoti e religiosi, ma anche nelle famiglie, dove spesso viene gettato il primo seme delle vocazioni, nelle scuole e nei programmi di educazione religiosa. Le preghiere degli anziani e degli ammalati hanno un’efficacia che non deve essere trascurata.

Oltre alla preghiera, i giovani devono essere invitati. È stato Andrea che ha portato suo fratello Pietro al Signore. È stato Filippo a portare Natanaele. E quanti di noi e dei nostri sacerdoti e religiosi hanno udito la chiamata di Dio tramite l’invito di qualcun altro? La vostra stessa presenza fra i giovani è una benedizione ed è l’occasione opportuna per rivolgere loro questo invito e per chiedere loro di pregare per le vocazioni.

Proprio giovedì scorso, parlando a Miami delle vocazioni al sacerdozio, ho sottolineato le ragioni della nostra speranza: “Vi è un altro elemento ancora da considerare quando valutiamo il futuro delle vocazioni, ed è la potenza di Cristo, del mistero pasquale di Cristo. Come Chiesa di Cristo, siamo tutti chiamati a professare la sua potenza davanti al mondo; a proclamare che, in virtù della sua morte e risurrezione, egli può attirare a sé i giovani, in questa generazione come nel passato; a dichiarare che egli è abbastanza forte per attirare oggi stesso giovani a una vita di abnegazione di puro amore e di totale dedizione al sacerdozio. Nel professare questa verità, nel proclamare con fede la potenza del Signore della messe, abbiamo il diritto di aspettarci che esaudisca le preghiere che egli stesso ha comandato di offrire. L’ora attuale invita a una grande fiducia in lui che ha vinto il mondo”.

15. Vorrei ringraziarvi per tutto quanto state facendo per garantire una solida formazione al sacerdozio negli Stati Uniti. La visita apostolica ai seminari è stata effettuata con una generosa collaborazione. E sono grato per le lettere che molti di voi mi hanno inviato esprimendo il loro apprezzamento per questa iniziativa e parlandomi dei molti effetti positivi che ne sono derivati.

Allo stesso tempo, la vostra cura pastorale e il vostro impegno personale nella formazione dei seminaristi non deve mai venir meno. È un compito troppo cruciale e una priorità troppo importante per la vita della Chiesa. La Chiesa di domani passa attraverso i seminari di oggi. Col passare del tempo, la responsabilità pastorale non sarà più nostra. Ma adesso la responsabilità è nostra ed è gravosa. Il suo zelante adempimento è un grande atto di amore per il gregge.

In particolare, vi chiedo di essere vigili affinché l’insegnamento dogmatico e morale della Chiesa sia presentato ai seminaristi con fedeltà e chiarezza e pienamente accettato e compreso da loro. All’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII ha detto ai suoi confratelli nell’episcopato: “Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito dello dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace”. Ciò che Papa Giovanni si attendeva dal Concilio è anche un’esigenza primaria della formazione sacerdotale. Dobbiamo garantire che i nostri futuri sacerdoti abbiano una solida percezione della fede cattolica nella sua interezza; e dobbiamo quindi prepararli a presentarla a loro volta agli altri in modi che siano comprensibili e pastoralmente sani.

16. Non posso non cogliere l’occasione di esprimere ancora una volta la mia gratitudine per il grande interesse che avete dimostrato per la vita religiosa. Sono felice di notare che, come ha detto l’arcivescovo Pilarczyk, esiste “una crescente comprensione e apprezzamento per la vita religiosa da parte dei vescovi e dei sacerdoti, grazie soprattutto alla Commissione pontificia istituita nel 1983”.

Chiedendo alla Commissione di studiare il problema delle vocazioni l’ho fatto “con l’obiettivo di incoraggiare una nuova crescita e un nuovo avanzamento in questo importantissimo settore della vita della Chiesa”. La risposta che tutti voi avete dato a questa richiesta è stata assai gratificante. E so che continuerete in questo importante sforzo. La vita religiosa è un dono prezioso del Signore, e dobbiamo continuare ad assicurare i religiosi dell’amore e della stima della Chiesa.

17. Esistono molti altri problemi, cari confratelli nell’episcopato, che vengono alla mente mentre meditiamo insieme in quest’ora straordinaria di comunione ecclesiale. Tutti ci toccano nel nostro ruolo di pastori e sfidano il nostro amore e il nostro zelo apostolico.

A motivo della sua importanza per la vita della Chiesa ho parlato ai sacerdoti a Miami della Confessione e della nostra propria necessità di accostarci regolarmente a questo sacramento. Ho espresso inoltre la mia gratitudine per il loro generoso ministero volto a far sì che i fedeli possano accostarvisi. A tale proposito vorrei chiedere a voi, in qualità di vescovi, di compiere ogni sforzo affinché le importanti norme della Chiesa universale riguardo all’uso dell’assoluzione generale siano comprese e osservate con spirito di fede. A tale proposito vorrei chiedervi che l’esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia continui ad essere oggetto di riflessione orante.

18. Desidero anche incoraggiarvi nella cura pastorale che esercitate verso gli omosessuali. Tale opera comprende un chiaro insegnamento della dottrina della Chiesa, che risulta, per sua natura, impopolare. La vostra esperienza pastorale, tuttavia, conferma il fatto che la verità, per quanto difficile da accettare, porta la grazia, e spesso conduce a una profonda conversione interiore. Qualunque sia il singolo problema che i cristiani hanno, qualunque sia il loro grado di adesione alla grazia essi restano sempre degni dell’amore della Chiesa e della verità di Cristo. Tutti gli omosessuali e le altre persone che si sforzano di osservare il precetto evangelico della castità meritano stima e incoraggiamento speciali.

19. Di tanto in tanto il problema dell’educazione sessuale, specialmente per quanto riguarda i programmi applicati nelle scuole, diviene una questione di rilevante importanza per i genitori cattolici. I principi che sono alla base di questo argomento sono stati chiaramente enunciati, seppur succintamente nella Familiaris Consortio. Il primo di questi principi è la necessità di riconoscere che l’educazione sessuale è un diritto e un dovere fondamentale dei genitori stessi. Essi devono essere aiutati per diventare sempre più abili nell’adempiere tale compito. Altri organismi educativi rivestono un ruolo importante ma sempre a carattere integrativo, con la dovuta subordinazione ai diritti dei genitori.

Molti genitori saranno indubbiamente confortati dai riferimento, nella lettera pastorale ai vescovi della California “A Call to Compassion”, a un aspetto assolutamente essenziale dell’intero problema: “Il recupero della virtù della castità è forse una delle necessità più urgenti della società contemporanea”. Indubbiamente la Chiesa cattolica degli Stati Uniti, come altrove, è chiamata a compiere grandi sforzi per assistere spiritualmente i genitori nell’insegnare ai figli il sublime valore dell’amore disinteressato; i giovani hanno bisogno di grande sostegno nel vivere questo aspetto fondamentale della loro vocazione umana e cristiana.

20. Fra i vostri numerosi obblighi pastorali c’è l’esigenza di assistere spiritualmente i militari e le persone a loro carico. Voi lo fate per mezzo dell’“ordinariato militare”. Affinché questa vasta arcidiocesi possa ben operare, si richiede la collaborazione fraterna e sensibile di tutti i vescovi, nel permettere e nell’incoraggiare i sacerdoti a dedicarsi a questo degno ministero. La Chiesa è grata a tutti i cappellani che, con generosità, servono il popolo di Dio in questa particolare situazione con le sue specifiche necessità.

21. In questa occasione, desidero darvi il mio incoraggiamento mentre vi sforzate di guidare la Chiesa di Dio in settori così numerosi: mentre cercate di guidare il vostro popolo ad adempiere la sua missione all’interno degli Stati Uniti e oltre i suoi confini. Tutto ciò che fate per aiutare il vostro popolo ad andare oltre se stesso per rivolgere il suo sguardo a Cristo bisognoso è un grande servizio ecclesiale e apostolico.

Una parola conclusiva sulla nostra identità pastorale di vescovi di Gesù Cristo e della sua Chiesa. In virtù di tale identità siamo chiamati alla santità e alla conversione quotidiana. Nel rivolgermi a voi, otto anni fa a Chicago, affermavo: “La santità della conversione personale è, in verità, la condizione indispensabile per un fecondo ministero come vescovi della Chiesa. È la nostra unione con Gesù Cristo a determinare la credibilità della nostra testimonianza al Vangelo e l’efficacia soprannaturale della nostra attività” (Ioannis Pauli PP. II, Discorso ai vescovi degli Stati Uniti d'America, 5 ott. 1979, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2 [1979] 631). Dio ci faccia il grande dono dell’unione con Gesù, concedendoci di viverlo insieme nella forza e nella gioia, nella comunione della Chiesa di Dio.

 

© Copyright 1987 -  Libreria Editrice Vaticana 

 

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