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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA NUOVA ZELANDA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 9 aprile 1988

 

Cari fratelli Vescovi.

1. Sono lieto di accogliervi qui in occasione della vostra visita “ad limina”, che ci riunisce in questo periodo gioioso di vita nuova in Cristo, risorto da morte. Attraverso di voi desidero salutare tutto il clero, i religiosi e i laici che, uniti ai loro Vescovi, compongono le varie Chiese particolari della Nuova Zelanda. Noto con gioia la presenza del Vescovo Max Mariu, la cui recente ordinazione all’episcopato è fonte di gioia speciale per il popolo maori del vostro Paese. Attraverso il suo ministero, appena cominciato, possa tutto il popolo cattolico della Nuova Zelanda essere in più perfetta unità in una sola comunione di fede, speranza e carità.

Desidero riflettere un momento sul significato ecclesiale di questa visita “ad limina” per le Chiese locali nel vostro Paese. Il vostro lungo viaggio a Roma per onorare la memoria e invocare l’intercessione dei beati apostoli Pietro e Paolo serve a ricordare che, “concittadini dei santi e familiari di Dio”, noi siamo “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore” (cf. Ef 2, 19-21). Siamo grati al Signore per questo fondamento apostolico in cui i santi Pietro e Paolo hanno un posto di rilievo. Ringraziamo Dio anche per la buona novella della salvezza che abbiamo ricevuto in dono attraverso l’eroica predicazione e testimonianza cristiana di quelli che ci hanno preceduto nella fede. Mi rallegro con voi e con i fedeli delle vostre diocesi in modo particolare quest’anno che celebrate la memoria del primo Vescovo della Nuova Zelanda, Jean Baptiste Pompallier, il cui ministero apostolico pose le fondamenta della matura vita ecclesiale nel vostro Paese centocinquant’anni fa.

Il significato della vostra visita “ad limina”, però, non ha solo radici nel passato. Voi siete qui anche per rendere visita al successore di Pietro, per rinsaldare i vincoli di comunione di amore che uniscono le vostre Chiese a lui, che il Concilio Vaticano II riconosce come “Pastore di tutta la Chiesa” (Lumen Gentium, 22) e come “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della massa dei fedeli” (Lumen Gentium, 23). Presentandogli fedelmente, nello spirito della collegialità, le esperienze del vostro ministero pastorale, voi intendete assicurarne l’autenticità (cf. Gal 2, 2). A sua volta egli desidera confermare i suoi fratelli nella fede attraverso un ministero che appartiene all’essenza di ogni Chiesa particolare dall’interno, e non dall’esterno. In questo servizio petrino, voluto da Cristo e mantenuto vivo nella Chiesa dallo Spirito Santo, il successore di Pietro è chiamato a promuovere l’universalità della Chiesa, a proteggere la sua legittima varietà, a garantire la sua cattolica unità, a confermare i suoi fratelli Vescovi nella fede e nel ministero apostolico, e a presiedere a tutta l’assemblea della carità (cf. Lumen Gentium, 13).

Il significato ecclesiale della vostra visita, allora, è una comunione gerarchica, che, come tante realtà spirituali, si presenta ai credenti come una duplice provocazione: primo: approfondire costantemente la loro comprensione e stima di questa realtà spirituale; secondo: portarne testimonianza in un mondo secolarizzato. In un tempo in cui la gente perde di vista facilmente la dimensione spirituale della vita, la Chiesa cerca di vivere come una comunità di fede in una comunione profonda che trascende largamente le relazioni politiche, economiche, etniche e di altro genere che fanno parte della vita sociale. La Chiesa si sforza in ogni tempo e in ogni luogo di dare ai suoi membri una profonda comprensione spirituale della loro vita e della loro missione nel mondo e per il mondo. Senza una profonda comprensione dell’insegnamento della Chiesa sulla comunione gerarchica, la nostra vita e la nostra missione come Chiesa sono sminuiti.

2. Per questo motivo, desidero riflettere con voi sull’importanza della dottrina nella vita della Chiesa. Nella scia del Concilio Vaticano II, dobbiamo rallegrarci della rinnovata consapevolezza, nel nostro popolo, del fatto che la fede cattolica non si limita a certe pratiche religiose, e deve essere messa in pratica, soprattutto al servizio della giustizia e della pace nel mondo. Nello stesso tempo, come afferma il Concilio, dobbiamo edificare sul solido fondamento della dottrina autentica, che non è altro che la verità salvifica di Gesù Cristo. Questa verità è radicata nel Credo e insegnata dal Magistero; senza di esse tutte le fatiche sono vane. San Paolo ci ricorda che “nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3, 11). La sfida sempre per la Chiesa è di approfondire la conoscenza, la comprensione e l’amore di questa verità che trasforma il nostro cuore e la nostra mente. Solo obbedendo alla verità proclamata dal Magistero universale della Chiesa possiamo adempiere alla nostra missione nel mondo e per il mondo.

3. Tutto il Popolo di Dio, e ciascuno di noi, rispondendo alla Parola di Dio, è chiamato ad essere santo e a condividere la missione della Chiesa. Ma il servizio della parola richiede che si dia particolare attenzione alla formazione intellettuale e spirituale dei sacerdoti, che sono ministri dei misteri di Dio, e dei religiosi, che per la loro consacrazione sono chiamati ad edificare la Chiesa attraverso la perfezione della carità. Il processo formativo comincia nei seminari e nei noviziati; continua poi attraverso un’intera vita di studio personale, preghiera e riflessione, portati avanti in comunione con tutta la Chiesa. La formazione ha le sue radici nella dottrina, e deve coinvolgere il cuore e la mente. Dovrebbe condurre la persona ad essere non solo bene informata sugli insegnamenti della Chiesa, ma anche a comprendere il modo in cui questi insegnamenti formano un corpo omogeneo e sono la base della struttura e della disciplina della Chiesa. Lo scopo della formazione dei seminari è di approfondire nei candidati al sacerdozio una stima della dottrina cattolica proposta dal Magistero, così che il loro proprio insegnamento sia realmente cattolico ed esprima autenticamente la vita e la fede della Chiesa. Solo così i fedeli troveranno nei loro sacerdoti e religiosi, e da loro impareranno, un profondo amore per l’unità e la comunione ecclesiale e una più chiara comprensione dei misteri della fede.

Ecco una cosa altrettanto importante: ai laici - specialmente i giovani - si deve insegnare le verità della fede in cui sono stati innestati attraverso il Battesimo. Sappiamo bene che a volte la gente s’allontana dalla Chiesa per indifferenza, fragilità o estraniazione. L’esperienza dimostra anche che se, da giovani, essi hanno delle solide basi di dottrina cattolica, di vita sacramentale e preghiera, è più facile che possano ritornare, con l’aiuto di Dio, alla piena pratica della fede.

In questo sono particolarmente importanti le scuole cattoliche, in cui i giovani non devono solo sentir parlare di Gesù Cristo, ma anche imparare un modo di pensare e di vivere conforme al Vangelo. Questo potranno fare con l’aiuto di docenti che non temono di insegnare la dottrina della Chiesa nella sua interezza e che sono essi stessi testimoni della fede con una autentica vita cristiana.

In realtà tutto il Popolo di Dio ha bisogno di essere nutrito con una sana dottrina attraverso la vita. Tutti noi abbiamo bisogno di essere spinti ad approfondire la nostra vita spirituale. So che voi condividete questa preoccupazione, e raccomando una speciale prudenza nel cercare vie per promuovere il rinnovamento spirituale tra i fedeli affidati alle vostre cure.

Un aspetto estremamente importante di ogni rinnovamento spirituale nella Chiesa cattolica è il sacramento della Penitenza. Come ho scritto nell’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia: “Ogni confessionale è uno spazio privilegiato e benedetto, dal quale, cancellate le divisioni, nasce nuovo e incontaminato un uomo riconciliato, un mondo riconciliato!” (Reconciliatio et Paenitentia, 31). La disciplina della Chiesa sulla confessione e assoluzione individuali come mezzo ordinario per celebrare il sacramento non è soltanto una questione di obbedienza. È soprattutto una questione di fedeltà alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, come è trasmessa dall’insegnamento della Chiesa (cf. Reconciliatio et Paenitentia, 33).

4. Le Sacre Scritture ci mostrano che per molti la verità predicata da Gesù era difficile da accettare. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16), ma il mondo riceve il dono della redenzione solo attraverso un cambiamento del cuore - l’allontanamento dal peccato - e attraverso la fede in ciò che è invisibile. Noi cristiani non siamo esenti dalla lotta quotidiana per vivere conformi alla nuova creatura che siamo divenuti per mezzo del Battesimo. Basta pensare alle parole di Gesù sull’Eucaristia, sulla croce, sul Matrimonio, sui beni materiali e sul perdono, per vedere con quanta forza egli provoca la nostra fede e la nostra morale. Sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa continua a predicare il Vangelo “opportune et inopportune”, nella sua totalità e con tutte le sue implicazioni per la fede e la morale della gente di oggi. Un messaggio così provocatorio risulterà credibile per i non-credenti e per coloro che vacillano nella fede solo se ci saranno cristiani bene informati e fortemente convinti del loro credo e, nello stesso tempo, pieni di carità. Solo il più grande amore ci rende capaci di proclamare la verità, anche quando è dolorosa o impopolare.

5. Una solida formazione dottrinale è anche essenziale se gli sforzi ecumenici devono essere realmente fruttuosi. In Nuova Zelanda il dialogo tra le varie Chiese e comunità ecclesiali può essere fruttuoso. Questo dialogo non solo ci aiuta a capire meglio i nostri fratelli e sorelle non-cattolici, ma è anche un’occasione per riflettere con maggiore profondità sulla nostra identità cattolica e sulla dottrina e disciplina che costituiscono questa identità. Qui, di nuovo, un responsabile atteggiamento ecumenico richiede un’attenta formazione, specialmente fra i sacerdoti. Come ho detto in precedenza al Segretariato per l’Unione dei Cristiani, questa formazione “deve incentrarsi su una più profonda comprensione del mistero della Chiesa, e condurre a una chiara conoscenza dei principi cattolici dell’ecumenismo. Questo è necessario per assicurare che quanti hanno responsabilità per il lavoro ecumenico nella Chiesa cattolica capiscano che le iniziative ecumeniche devono essere portate avanti sotto la guida dei Vescovi in stretta unità con la Santa Sede, e nella piena considerazione del ruolo essenziale di quest’ultima nel servire l’unità di tutti” (“Allocutio ad delegatos Commissionum Oecumenicarum Nationalium”, 5, die 27 apr. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 1 [1985] 1140).

6. Così, cari fratelli, ancora una volta desidero incoraggiarvi nella testimonianza all’intera verità di Cristo e del Vangelo, come vissuto ed insegnato nella Chiesa. Durante la mia visita pastorale nel vostro Paese, ho avuto il privilegio di testimoniare di prima mano quanto la grazia di Dio ha compiuto in voi. Desidero lodare voi e i sacerdoti, religiosi e laici per i vostri sforzi generosi nell’edificazione della Chiesa come comunità di santità, giustizia e carità. Oggi vi invito a fare qualcosa di più: a promuovere un’autentica comprensione della Chiesa, per assicurare un rinnovamento liturgico fedele agli autentici principi e norme del culto cattolico e per applicare la dottrina cattolica nella sua totalità alle questioni sociali e culturali.

Seguendo l’esempio della Madre di Dio, che custodì, meditandolo nel suo cuore, ogni avvenimento relativo al Figlio divino, possa ciascuno di voi, e tutti i fedeli delle vostre diocesi, crescere nell’amore della verità. Vi affido alle cure materne di Maria durante quest’anno a lei dedicato, e vi imparto la mia apostolica benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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