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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL MOZAMBICO
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 15 aprile 1988

 

Venerabili e cari fratelli nell’episcopato.

1. Siete i benvenuti a questo incontro, per me un momento di grande gioia in Cristo.

Ringrazio le delicate parole che il signor presidente della vostra Conferenza episcopale del Mozambico mi ha rivolto, interpretando i sentimenti di tutti, dei cristiani affidati alle vostre cure pastorali e, in certi aspetti, di tutta la diletta popolazione del Mozambico.

Questo vostro pellegrinaggio quinquennale ai luoghi segnati dalle tracce della presenza e del sangue degli apostoli - come quello di tutti i Vescovi del mondo - testimonia la vostra unione con la Chiesa di Roma, nell’intero Corpo mistico di Cristo e la vostra comunione con il successore di Pietro. Grazie! Ma questo è anche il momento privilegiato per ravvivare l’interesse e l’affetto fraterno di tutta la comunità cattolica verso la porzione dell’unico gregge del Signore, nuovo Popolo di Dio pellegrino il quale, nel Mozambico, trova in mezzo alle tentazioni e le tribolazioni, il conforto della grazia di Dio promessa, affinché, anche li, la Chiesa “rimanga la sposa degna del suo Signore” (cf. Lumen Gentium, 8).

2. Venite a trovarvi anche con gli immediati collaboratori del Vescovo di Roma nei diversi organismi della Santa Sede, esprimendo, in modo tangibile, i profondi vincoli che ci uniscono tutti, nonostante le distanze geografiche e le differenze culturali. Questa unione si radica esattamente nel mistero pasquale che celebriamo: il mistero della morte e della risurrezione del Signore. Per lui il popolo messianico che cammina verso la città futura e permanente (cf. Eb 13, 14) è stato riscattato; e, come Chiesa, ha cominciato ad essere “per tutta l’umanità un seme fecondissimo di unità, di speranza e di salvezza” (Lumen Gentium, 9), nella missione di far penetrare e instaurare nella storia degli uomini il Regno di Dio, che trascende i tempi e i confini.

È un fatto conosciuto e mi è stato da voi confermato che, nella Chiesa del Mozambico, nonostante la luce della speranza pasquale, ci sono ancora segni della sofferenza. Abbiamo già offerto tutto ciò in unione al sacrificio dell’Eucaristia concelebrata, punto più alto di incontro e di comunione nella vostra visita “ad limina apostolorum”. La testimonianza che voi date e della quale siete portatori, da parte delle care comunità cristiane mozambicane, è tanto più apprezzata quanto più le sappiamo povere e bisognose di tutto. Nonostante ciò, hanno saputo “rinnovarsi per l’azione dello Spirito Santo”, grazie alla grande generosità delle sue forze vive, per mantenere la sua qualità di segno dell’assoluto di Dio.

3. Questo anno rappresenta per voi un anno di nuove speranze, le quali hanno già cominciato a segnare e polarizzare le vostre attività pastorali: è l’anno della visita pastorale del successore di Pietro. Confesso che anche da parte mia, nutro simili sentimenti e aspettative; voglia Dio che i nostri desideri si compiano, per il più grande bene e gioia di tutti i mozambicani, della Chiesa e della famiglia umana. In questa, infatti, cresce sempre la convinzione di una “radicale interdipendenza” e della esigenza di una solidarietà senza frontiere, da assumere come imperativo etico (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 26).

4. Ognuno di voi, carissimi fratelli, è portatore di ciò che sente e vive una Chiesa particolare: delle consolazioni del Signore, le gioie e le speranze, così pure delle tristezze e delle angosce degli uomini che la compongono. E nell’insieme, come concretizzazione locale della collegialità dei Vescovi, voi vi dichiarate profondamente fiduciosi in colui che ci dà la forza, e che è fedele alla promessa che ci ha fatto: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Allo stesso tempo, però, nei vostri rapporti, elaborati con cura in funzione di questa visita, vi dimostrate preoccupati di una rottura generalizzata dei valori spirituali e morali nella vostra patria, la quale risulta prevalentemente dalla introduzione non graduale di mutazioni profonde, nel piano sociale, e di situazioni di insicurezza; rottura alla quale non si può rimediare subito, tenendo conto della mancanza di opportunità, mezzi e personale indispensabili per la difesa e la promozione di questi valori nella stima comune, tramite il lavoro pastorale, l’educazione e il contributo per uno sviluppo ordinato.

Tra le molteplici concretizzazioni di questa crisi, riferite: la perdita del senso del valore supremo e sacro che è la vita umana, con il sorgere di una mentalità di violenza e di malessere, che si ripercuote nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nel quotidiano; ciò ha un’incidenza negativa soprattutto nei giovani che, perplessi, disorientati e confusi, s’interrogano oppure “evadono” dai condizionamenti reali e dalla prospettiva del futuro, abbandonando il generoso impegno nel tracciare e costruire, secondo le direttive del bene e della verità, un proprio progetto di vita.

In questo contesto, che si presenta alla vostra sollecitudine pastorale e alla sensibilità della Chiesa universale, “manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza . . . e cerchiamo di stimolarci a vicenda nella carità” (Eb 10, 23), e non si turbi il vostro cuore, né venga meno (cf. Gv 14, 27).

5. Condividendo le vostre cure di pastori, come cultori di Dio per la preghiera, e dei suoi diritti, per la vigilanza del gregge, come annunziatori di Gesù Cristo e del suo messaggio e fautori dei valori spirituali e morali nonché come padri solleciti ed educatori nella fede e allo stesso tempo fratelli accoglienti di tutte le persone umane, vorrei analizzare con voi, riflettere e pregare sulle cause lontane e vicine, più o meno riscontrabili e più o meno rimuovibili, di una tale congiuntura. Mi limito a toccare solo alcune.

La più evidente è la situazione di conflitto che da tempo investe la vostra patria, con il suo corteo di morte, desolazione, carestia, nudità, fame e malattia, che si aggiungono ai mali endemici non ancora totalmente debellati; c’è, poi, un condizionamento che rende inefficaci, se non impossibili, i tentativi e gli sforzi di buona volontà per soccorrere i bisognosi. Voglio fare mia la richiesta che più volte avete fatto: che si cerchi, si favorisca e si coltivi la pace, con tutti i mezzi a disposizione (cf. “Allocutio ad Nationum apud Sanctam Sedem Legatos”, 8, die 9 ian. 1988: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI, 1 [1988] 57-58).

Pensando prevalentemente al bene dell’uomo mozambicano, voglio qui ricordare che la pace autentica e la sicurezza collettiva, indispensabili per lo sviluppo di un popolo, non possono essere separati dalla giustizia, dalla libertà rettamente compresa e dalla verità, che debbono dettare la sintonia degli sforzi per la costruzione delle basi dello sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

E questa richiesta, così sincera e rispettosa, è implicata nell’appello formulato a tutto il mondo nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis: “I Paesi di recente indipendenza, che sforzandosi di conseguire una propria identità culturale e politica, avrebbero bisogno del contributo efficace e disinteressato dei Paesi più ricchi e sviluppati, si trovano coinvolti - e talora anche travolti - nei conflitti ideologici, che generano inevitabili divisioni al loro interno . . . e impediscono il diritto di ogni popolo alla propria identità, alla propria indipendenza e sicurezza, nonché alla partecipazione, sulla base della uguaglianza e della solidarietà, al godimento dei beni che sono destinati a tutti gli uomini” (Sollicitudo Rei Socialis, 21).

6. In questo contesto di solidarietà senza frontiere, penso e prego anche per le migliaia di senza tetto e profughi, che sono l’oggetto della vostra preoccupazione e carità pastorale. Nell’incoraggiarvi negli sforzi generosi che, lo so, non risparmiate per “farvi tutto a tutti”, come ho fatto altre volte - principalmente in occasione della visita del signor Cardinale Roger Etchegaray nel vostro Paese - voglio fare appello perché la comunità internazionale risponda ai problemi aperti in questo campo e fornisca a questi nostri fratelli l’aiuto umanitario possibile. La loro sofferenza è segno, se non causa, degli squilibri persistenti nella famiglia umana, che tutti interpellano, con delle esigenze di carattere etico (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 19).

Quando, in effetti, da un lato sussistono delle difficoltà o addirittura l’impossibilità di organizzare e portare l’aiuto urgente con i beni di prima necessità e di stabilire programmi di assistenza sanitaria, educativa, sociale e morale per tali fratelli e, dall’altro si verifica che il commercio e la circolazione delle armi vince tutti gli ostacoli e attraversa tutti i confini, c’è motivo per interrogarsi (Sollicitudo Rei Socialis, 24).

7. Un’altra realtà estremamente importante, alla quale offrite il meglio del vostro zelo apostolico, è la famiglia, luogo privilegiato di coltivazione, preservazione e trasmissione di valori, con un ruolo unico nella formazione culturale. Condivido con voi la felicità e le angosce delle famiglie mozambicane, in questo momento che stanno attraversando.

Prego Iddio che il rispetto senza indifferenza, la generosità spontanea e lo spirito di solidarietà e comprensione come valori tradizionali, rafforzati dai valori cristiani, possano in breve permettere alla famiglia mozambicana di reincontrarsi e ritrovare i sacri vincoli su cui si appoggia e l’ambiente che la difenda e la favorisca, come formatrice delle persone che compongono il popolo nazionale, per essere sempre più illuminati dagli autentici valori spirituali e dalla fede in Dio.

Nella vostra pastorale, evangelicamente sollecita per i più carenti e bisognosi, ancora nel campo familiare, so che vi preoccupate di difendere i poveri e la loro dignità personale; e non tralasciate di tener presente il desiderio di fare delle famiglie cristiane delle “Chiese domestiche”, primo “seminario”, dove quelli che crescono si possano confrontare con il disegno e la iniziativa di salvezza di Dio che li coinvolge; confrontarsi con l’amore di Cristo che domanda loro, oggi come ieri: “E voi, chi dite che io sia?” (Mt 16, 15). E un tale confronto può avvenire, normalmente, in un clima di fede, di carità e di preghiera che si respira nella famiglia.

8. Ho osservato con soddisfazione, che dopo la vostra visita “ad limina” precedente ed in particolare negli ultimi anni, si è verificato un crescente interessamento dei giovani verso la religione. Questo è un motivo di ringraziamento al Signore e di speranza per il futuro, come è anche un momento per sentire, capire e accogliere i loro desideri per gli ideali più nobili, che soddisfano la tensione che li anima di essere liberi senza sregolatezza, utili senza strumentalizzazione e protagonisti nella ricerca del bene comune senza egoismo, come costruttori di una società più umana, più giusta e fraterna in cui ci sia posto e voce per tutti.

So che voi tutti volete aiutare i cari giovani mozambicani - il futuro della nazione - a coltivare e vivere la propria dignità di uomini, responsabili e consapevoli come persone, nel rispetto della gerarchia dei valori - principalmente il valore della vita in tutti i momenti e circostanze - preoccupati della autentica solidarietà fraterna: “voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Per fare tutto ciò, bisogna aiutare questi cari giovani a scoprire le ricchezze della buona novella di Gesù Cristo. A questo proposito, sappiamo che il riconoscimento dei diritti umani, inclusi nel mistero della redenzione, si ottiene per il riconoscimento dei diritti di Dio. Vale la pena rinnovare qui l’appello che ho lanciato a tutto il mondo con il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, in favore del diritto alla libertà religiosa, che è “la misura degli altri diritti fondamentali, in quanto rispetta lo spazio più geloso dell’autonomia della persona”. Perciò scrivevo, nel suddetto messaggio: “Il retto ordine sociale esige che tutti - singolarmente e comunitariamente - possano professare la propria convinzione religiosa, nel rispetto degli altri” (“Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1988”, 1, die 8 dec. 1987: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 3 [1987] 1334).

9. In questo stesso ordine di idee sarebbe utile, indubbiamente, fare qui la storia della evangelizzazione nella vostra patria; sarebbe il momento opportuno per rendere omaggio ai missionari e fare il punto della situazione: in quale fase si trova la lievitatura della “massa”, per il “lievito” del Regno e il radicamento e la crescita del “granello di senape” nell’“humus” mozambicano, valutare, infine, la presenza autentica dello stesso Regno in questa parcella del continente africano. Il tempo non ci consente.

Le cifre fornite dai rapporti ci offrono il motivo per ringraziare il Signore; ma, da un’altra parte, fanno venire in mente l’ora del realismo del Maestro, quando diceva ai “suoi”, in due occasioni: “I campi già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4, 35); ma “la messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque, il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe” (Lc 10, 2). Vediamo quasi tutti i pastori e alcuni sacerdoti autoctoni, le religiose provenienti del Paese, i catechisti impegnati, animatori delle comunità e laici impegnati nei movimenti che tentano di animare cristianamente le attività secolari; ma avete davanti a voi il grandioso compito di reclutare e formare gli operai del costante rinnovamento vitale e dell’espansione della Chiesa evangelizzata.

Condividendo la vostra speranza e stimolando il vostro impegno, voglio fare mia, anzi, di tutta la Chiesa, la vostra aspirazione: che possiate contare in breve su nuove leve di missionari - sacerdoti, religiose e laici - convinti della indispensabile sollecitudine, gli uni verso gli altri, dei membri dell’unico corpo della Chiesa (cf. 1 Cor 12, 25) o della realtà della Chiesa-comunione, sottolineata dal Sinodo dei Vescovi, nel commemorare il ventesimo anniversario del Concilio Vaticano II.

So che siete molto impegnati nell’utilizzare e valorizzare quelli di “casa”; impegnati per offrire una formazione ai catechisti e animatori delle “comunità”, che sono sorti per coprire la mancanza di sacerdoti. In queste “comunità di base” la responsabilità più grande dei laici e i nuovi ministeri si sono dimostrati molto utili e con molti aspetti positivi. Rimane però indispensabile il ministero dei sacerdoti. Perciò, si deve mantenere l’apertura e proseguire nell’impegno per “dotarsi”, il più presto possibile, di “propri” sacerdoti: scelti tra gli uomini di queste “comunità”; ma come li vuole Cristo e la Chiesa, “costituiti” in favore degli uomini nelle cose che riguardano Dio (cf. Eb 5, 1).

10. Anche se siete pochi, cercate di inserirvi, fraternamente con gli altri, nelle iniziative di sviluppo con un servizio disinteressato. Ho molto a cuore la vostra partecipazione alla grande battaglia contro la fame, la nudità, le malattie, le sofferenze morali e l’analfabetismo, resa più difficile, a volte, a causa della durezza delle calamità naturali. Sono lieto di sottolineare qui con voi i meriti di questo servizio alla vita e alla qualità di vita; e vi affido il compito di trasmettere a tutti coloro che si sono impegnati in questo aiuto fraterno che il Papa apprezza molto la loro testimonianza di carità cristiana e sacrificio e gli impeti di generosità che esso implica.

Voglia Iddio che questa solidarietà, alla luce della fede, con il suo carattere di gratuità, di perdono e di riconciliazione, spinga sempre più chi vede queste “buone opere” a riconoscere e glorificare Dio e alla pratica delle virtù che favoriscono la serena convivenza, e crei l’unione per costruire, dando e ricevendo, una società nuova e un mondo migliore, dove la pace, fondata sulla libertà e sulla giustizia, raduni tutti in uno sforzo congiunto per l’autentico sviluppo umano.

E di altri questioni faccio tesoro nel cuore e prego per l’esito di quello che state facendo. Posso citare:
- il dialogo con tutti coloro che credono in Dio;
- il ruolo dei membri degli istituti di vita consacrata, soprattutto delle religiose: delle contemplative, che tanto ci aiutano; e di quelle che assicurano la presenza della Chiesa nei campi della sanità, della educazione e della promozione sociale;
- la missione dei laici, per rendere il mondo più conforme al disegno del Creatore e con la dignità dell’uomo;
- la formazione per il sacerdozio e la formazione permanente del clero.

11. Vi ringrazio, cari fratelli, e con voi ringrazio il Signore per la generosa dedizione, come pastori della Chiesa nel Mozambico. Nel vostro quotidiano lavoro pastorale sono con voi molto presente, con l’affezione in Cristo e con la mia preghiera.

Per concludere, ripeto: siamo fermamente attaccati alla nostra speranza, aiutandoci, gli uni gli altri per stimolarci alla carità, perché è fedele colui che ci ha fatto la promessa: “Sarò con voi tutti i giorni” (Mt 28, 20).

E in questo anno mariano la beata Vergine Maria, “Nostra Speranza”, sia sempre vicina ai discepoli mozambicani del suo Figlio - così devoti della nostra Signora - e per tutti sia sempre la “Madre di misericordia”: la madre che fu donata ai piedi della croce.

Nel clima della Pasqua, saluto nelle vostre persone le vostre comunità diocesane e tutti i mozambicani, con le parole del divino Risorto: “La pace sia con voi”, impartendo, come pegno di comunione, la benedizione apostolica.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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