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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI
ALLA II CONFERENZA NAZIONALE DELL’EMIGRAZIONE

Sabato, 3 dicembre 1988

 

Egregi signori!
Cari fratelli e sorelle!

1. Sono lieto di salutarvi e di accogliervi in qualità di rappresentanti delle Associazioni Nazionali dell’Emigrazione, riuniti a Roma per la vostra seconda conferenza sul tema: “Gli italiani che vivono il mondo”.

Ringrazio il signor senatore Gilberto Bonalumi per le espressioni ora rivoltemi, e voi tutti per la visita che avete voluto farmi e soprattutto per l’opera che svolgete per l’elevazione morale e sociale degli emigranti.

Con voi ed attraverso voi esprimo il grato pensiero ai Vescovi delle Chiese locali di tutto il mondo, particolarmente a quelli della Chiesa che vive in Italia, tanto pastoralmente solleciti anche nei vostri confronti; ai sacerdoti dell’emigrazione, diocesani e religiosi, ed alle religiose che hanno fatto la scelta di servire i migranti. Il mio sincero apprezzamento e fiducioso augurio si estendono ai laici impegnati nella causa della promozione degli emigranti.

2. La Chiesa è costituita per la “missione” e per l’evangelizzazione: questo è il suo impegno fondamentale, che diviene anche servizio all’uomo.

Cristo, infatti, non solo ci ha rivelato il Padre e donato il suo Spirito, ma ci mostra anche la profonda verità sull’uomo. Così “il Vangelo è per essenza un messaggio senza frontiere” (cf. “Allocutio Missionariis qui Conventui «UCEI» interfuerunt”, 2, die 27 iunii 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 1 [1986] 1950).

La Chiesa si è interessata del fenomeno migratorio fin dai primi suoi inizi con vari documenti ed interventi. Non posso non ricordare, a questo proposito, le grandi figure di due Vescovi italiani, attenti ai nuovi fermenti sociali e premurosi verso le necessità del loro popolo, divenuti tanto benemeriti verso coloro che andavano a cercare non facile fortuna per sé e per i propri cari in terre d’Europa e delle Americhe. Mi riferisco - voi lo avete compreso - a monsignor Geremia Bonomelli, Vescovo di Cremona, ed al servo di Dio monsignor Giovanni Battista Scalabrini, il quale fondò una società apostolica, la benemerita Congregazione Scalabriniana per l’assistenza morale e materiale dei migranti. Né si può ignorare l’impegno generoso e solidale, particolarmente in favore delle ragazze emigrate, svolto dalla “maestrina di Sant’Angelo Lodigiano”, santa Francesca Saverio Cabrini.

3. I tempi sono certamente mutati da allora ad oggi. Alla assistenza per difendere gli emigranti da soprusi è succeduta nel tempo una legislazione nazionale ed internazionale che sancisce i fondamentali diritti dei lavoratori, tra cui il diritto al ricongiungimento con i propri familiari, il diritto di prendere parte alla vita sociale, sindacale e, almeno parzialmente, a quella politica. Sono stati anche stipulati numerosi accordi di previdenza e sicurezza sociale.

Ebbene, non ci stancheremo mai di ripetere con il Concilio Vaticano II che “l’uomo . . . è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” (Gaudium et Spes, 63) e che quindi “sono da onorare e da promuovere la dignità e l’integrale vocazione della persona umana come pure il bene dell’intera società” (Gaudium et Spes, 63).

È l’economia, pertanto, a doversi adattare “alle esigenze della persona e alle sue forme di vita” (Gaudium et Spes, 67), e non viceversa. È la politica a dover servire la comunità degli uomini dai quali ha ricevuto la deputazione e per i quali è costituita, e non il contrario. È la società intera, infine, che deve aprirsi a tutte le categorie, gruppi etnici, classi sociali che la compongono: nessuna di queste deve servire da semplice supporto per l’unilaterale vantaggio di alcuni o di qualche gruppo. È quanto ho espresso nella enciclica sul lavoro umano, affermando che “l’emigrazione per lavoro non può in nessun modo diventare una occasione di sfruttamento finanziario o sociale” (Laborem Exercens, 23). Anche nella più recente enciclica sulla questione sociale ho voluto ribadire che “lo sviluppo è globale, è un fatto etico e che riguarda la sfera dei beni morali ancor prima e più ancora di quelli materiali” (Sollicitudo Rei Socialis, 15).

Dagli argomenti da voi trattati rilevo con soddisfazione che queste preoccupazioni sono vivamente sentite e che sono tenute presenti nel vostro impegno sociale, sindacale e politico. Vi esorto, pertanto, ad intensificare ogni sforzo teso a coordinare le iniziative, a finalizzare sempre meglio gli interventi.

4. Molto è cambiato nelle migrazioni storicamente considerate a 13 anni dalla vostra prima conferenza. Lo dimostra lo stesso titolo dell’attuale convegno: “Gli Italiani che vivono il mondo”. Se così è, allora dovete sentire il respiro del mondo, e vivere i vostri problemi anche nello spirito delle attese dei Paesi che vi ospitano, dei quali siete per vari motivi parte integrante ed ai quali dovete offrire il contributo della vostra collaborazione fattiva e leale.

Non è detto con ciò che siano sparite del tutto sacche di miseria, che non venga più praticato alcuno sfruttamento nei confronti dei migranti. Ma è indubbio che la laboriosità e la tenacia vi hanno permesso di elevare le condizioni generali di vita. Anche per questo cresce oggi l’esigenza di una responsabile ed attiva partecipazione alla comune gestione di quanto interessa tutti ed è frutto del concorso di tutti.

A ciò si aggiunga la richiesta delle giovani generazioni di chiarire la propria identità individuale e collettiva: una ricerca di radici per inserirsi nel nuovo tessuto culturale, spirituale e sociale. La convinzione, inoltre, che alcuni problemi, divenuti planetari, hanno bisogno di ampia solidarietà, e che tante soluzioni sono possibili soltanto con politiche che superino le barriere nazionali, giova molto alle cause dei migranti. Se si persegue questa prospettiva, la società umana diverrà veramente una sola grande famiglia.

Permettete che anche in questa occasione mi faccia, nel nome di Cristo, voce e difensore di quanti soffrono a causa di discriminazioni, e rinnovi la condanna per ogni forma di rigetto sociale o rifiuto verso coloro che sono culturalmente diversi, per qualsiasi espressione di xenofobia o di razzismo: il messaggio di figliolanza in Dio e di fratellanza in Cristo, che è anima del Vangelo, non permette al riguardo incertezze o compromessi.

Ricordo un altro fenomeno che da alcuni anni interessa anche l’Italia: gli immigrati del Terzo Mondo ed i profughi. L’Italia, memore del proprio passato di massiccia emigrazione, e attenta al corso della storia, si mostra sempre più accogliente e, nella misura delle sue possibilità, ospitale verso questi lavoratori, studenti e profughi. “A lungo termine nessun Paese benestante - ricordai ai lavoratori emigranti in Germania - potrà difendersi dall’assalto di tanti uomini che hanno poco o nulla per vivere” (“Allocutio ad operatores in Germania migrantes, in templo cathedrali Maguntino habita”, die 17 nov. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1262 ss). Occorre avviarsi verso una ordinata e rispettosa convivenza di diversi gruppi etnici e di diverse razze. È un passaggio epocale, che a tappe diviene sempre più chiaro e necessario. Lo conferma lo stesso progetto dell’Europa del 1992. La diversità deve essere complementarietà e ricchezza, non deve generare opposizione.

5. Con questi sentimenti auguro buon esito ai vostri lavori che ormai volgono al termine.

Il periodo di Avvento che stiamo vivendo, vi prepari ancora una volta all’incontro con Cristo ed a riconoscerlo soprattutto nei poveri ed emarginati.

E a voi tutti imparto la mia benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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