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APPELLO DI GIOVANNI PAOLO II
AL MONDO SANITARIO DALL’OSPEDALE SANT’EUGENIO

Domenica, 4 dicembre 1988

 

1. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Is 40, 5). Con queste parole del profeta Isaia, Giovanni Battista - come ci ricorda il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento - invita i suoi contemporanei, e noi con loro, a preparare la via del Signore Gesù, salvatore del mondo (cf. Lc 3, 6). Una via che, nella giustizia e nell’amore, deve raddrizzare i sentieri tortuosi, spianare le cime impervie, colmare i burroni profondi (cf. Is 40, 1-4). La via della salvezza si apre con la nascita di Cristo Verbo eterno di Dio, che sceglie di incarnarsi nella più fragile delle condizioni umane, affinché ogni uomo abbia la vita e conosca la salvezza (Fil 2, 4-9).

Nel nome di Cristo sono lieto di incontrarmi oggi con voi infermi, con voi operatori sanitari e amministratori, e con quanti vi siete raccolti in questa grande e moderna istituzione ospedaliera della città di Roma.

Rivolgo il mio deferente e cordiale saluto alle autorità religiose e civili presenti, agli illustri dirigenti e rappresentanti del mondo scientifico e sanitario, al personale di assistenza e di amministrazione e, in particolare, a voi, carissimi ammalati, che siete la prima ragione della mia odierna visita.

Da quando Cristo ha scelto di farsi uomo, in lui “ogni uomo diventa la via della Chiesa e lo diventa in modo speciale quando nella sua vita entra la sofferenza” (Salvifici Doloris, 3). Tra voi, oggi, fratelli e sorelle di questa vasta comunità ospedaliera, si realizza il mistero dell’incontro di Dio con l’uomo, poiché ovunque ci si riunisce nel nome del Signore, si compie il miracolo della sua presenza che è promessa e garanzia di salvezza delle anime e dei corpi. Cristo stesso ha scelto la sofferenza per trasformarla, attraverso l’amore, in potenza redentrice.

2. Il tempo dell’Avvento e della preparazione al Natale di Gesù trovano, in un luogo di sofferenza e di cura, il loro più profondo significato. Tra queste mura la scienza e l’amore solidale sono chiamati a difendere ed a promuovere la vita nel nome del Signore della vita, di Gesù che, essendo Dio, volle assumere la vita dell’uomo per immetterla sulla via della salvezza. Nel mistero della redenzione il male della sofferenza diventa forza liberatrice, poiché ogni sofferenza umana, unita a quella del Salvatore, completa “ciò che manca ai patimenti di Cristo nella persona che soffre, a favore del suo corpo” (cf. Col 1, 24), che è la Chiesa. La sofferenza serve la causa del Regno di Dio, contribuisce a spianare la strada del Signore che viene.

Ecco, dunque, lo spirito dell’attesa trepida e gioiosa che caratterizza il tempo liturgico dell’Avvento, illuminato dalla presenza supplice della Vergine santissima, Madre di Dio e madre nostra, ci introduce a comprendere il significato vero ed ultimo della sofferenza e del servizio a coloro che soffrono. Non a caso i poveri, gli umili di cuore, i semplici furono i primi ad accorrere alla grotta di Betlemme, i primi a vedere - secondo le parole del profeta - “la salvezza di Dio”. Non li guidava un calcolo umano, ma una luce che veniva dall’alto: ad accogliere quella luce li avevano preparati i disagi di una vita segnata dalla fatica, dalla privazione, dal dolore.

3. Il nostro odierno incontro avviene in questa vasta struttura sanitaria che porta il nome di sant’Eugenio Papa, direttamente richiamandosi ad un altro mio grande predecessore di venerata memoria, Pio XII, Eugenio Pacelli.

Quando, il 9 giugno 1957, veniva inaugurato questo ospedale, i promotori dell’iniziativa del Pio Istituto Santo Spirito vollero che vi fosse scoperto un busto a Pio XII. Oggi a oltre trent’anni da quella data, il richiamo a questo sommo Pontefice si ripropone con grande attualità. L’ospedale sant’Eugenio, infatti, sorgeva sia per rispondere alle esigenze di una zona di Roma che si avviava a rapida crescita, sia quale espressione di gratitudine ad un Papa che aveva intuito e coraggiosamente promosso, in questa Chiesa di Roma, la pastorale sanitaria. In un tempo in cui essa si mostrava carente, Pio XII guardò alla pastorale sanitaria come ad un dovere irrinunciabile del suo ministero pastorale.

Con sensibilità precorritrice, il venerato Pontefice riconobbe ed affermò che, dove l’uomo soffre e dove è in atto il servizio a chi soffre, la Chiesa ha un campo privilegiato di azione in stretta sintonia con la sua missione. Non solo, ma intervenendo con il suo magistero sui più svariati temi della ricerca scientifica e della prassi medica preventiva, curativa, riabilitativa, Pio XII seppe dettare norme morali di così luminosa saggezza da fare dei suoi “Discorsi ai Medici” una sorta di moderno testo di bioetica. Nota caratteristica in tale insegnamento è il costante riferimento al nesso che deve sempre esservi tra scienza e coscienza, tra medicina e morale. Diceva: “La persona del medico, come tutta la sua attività si muovono costantemente nell’ordine morale e sotto l’impero delle sue leggi. In nessuna dichiarazione, in nessun consiglio, in nessun provvedimento, in nessun intervento, il medico può trovarsi al di fuori del terreno della morale, svincolato e indipendente dai principi fondamentali dell’etica e della religione” (Pio XII, “Discorsi ai medici”, Roma, 6, 1961, 49).

4. Oggi, in questo complesso ospedaliero dell’Unità Sanitaria locale Roma-7, sono presenti alcune cattedre della Facoltà di Medicina della seconda Università di Roma-Tor Vergata. In questo luogo, perciò, in maniera prioritaria e privilegiata, studiosi, ricercatori, medici, infermieri ed infermiere, operatori volontari sono chiamati al comune impegno di servire la vita con amore e con pieno rispetto delle leggi di Dio. Quanto più si perfezionano conoscenza e strumenti di prevenzione e di cura, tanto più scienza e coscienza, perizia professionale ed etica umana hanno l’obbligo di rispondere insieme, in convergente e costruttiva armonia, alla domanda di vita del fratello che soffre. La grandezza e la nobiltà, la vera storia di una struttura sanitaria sono costruite dalla gratitudine che ad essa devono quanti ne hanno ricevuto assistenza ed aiuto sia nello spirito che nel corpo, giacché la salute fisica ha nel benessere spirituale la propria condizione ed il proprio sostegno.

In soli tre decenni, da quando questo ospedale fu costruito, questa parte di Roma si è estesa oltre ogni previsione. Nel frattempo, la socializzazione della medicina ha moltiplicato le esigenze dell’assistenza sanitaria. Il personale medico e paramedico è oggi chiamato a rispondere a sempre nuovi compiti, soprattutto nel campo della prevenzione e della educazione sanitaria. Alla formazione professionale deve aggiungersi una attenta, consapevole e responsabile formazione morale. Le malattie più diffuse nel nostro tempo investono in maniera crescente l’equilibrio fisico, psichico e spirituale. Affinché si abbia una medicina veramente umana ed umanizzata occorre una nuova sensibilità che guardi al mistero della vita in tutte le sue componenti.

E tutto questo mentre più tenaci, sottili ed anche pretestuose si fanno le aggressioni alla vita ed alla sua integrità.

5. Sorto nel nome del santo, costruito come atto di gratitudine ad un Papa che fu pioniere dell’attenzione ai problemi della ricerca e della prassi medica, questo ospedale deve trovare nelle stesse motivazioni della sua origine un incentivo a guardare al proprio servizio sociale come a una missione da assolvere con ogni dedizione e competenza. La Chiesa offre a tal fine la propria collaborazione. Essa infatti si sente vicina al mondo della sanità e della salute, come lo fu il suo divino Maestro. Le straordinarie possibilità offerte oggi alla medicina dal progresso della scienza e della tecnica interpellano i credenti chiedendo loro una testimonianza coraggiosa e coerente, affinché il progresso, divenuto strumento della civiltà dell’amore, sia veramente al servizio della vita. Nel difendere e promuovere la vita, dal suo concepimento al suo naturale tramonto, la Chiesa sa di assolvere un suo compito primario, sia sul piano della dottrina sia sul piano della prassi.

Ai padri cappellani, alle religiose infermiere, al consiglio pastorale ed ai laici più impegnati nel servizio degli infermi rinnovo la viva esortazione ad operare per una pastorale sanitaria sempre più efficace. Ogni struttura ospedaliera consapevole, nei suoi componenti, della sua missione è chiamata oggi a raccogliere questa sfida, dall’esito della quale dipende il futuro dell’umanità.

Il Signore della vita, che ci accingiamo a celebrare nella memoria della sua natività, accompagni e guidi ogni vostro lavoro, sostenga quanti sono a voi affidati e, mediatrice la Vergine, salute degli infermi, faccia di questo luogo un tempio nel quale ogni giorno si innalzi un inno alla vita.

Con la mia benedizione!

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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