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VISITA PASTORALE A FERMO E A PORTO SAN GIORGIO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL CLERO E LE AUTORITÀ NELLA CATTEDRALE DI FERMO

Venerdì, 30 dicembre 1988

 

Carissimo Arcivescovo di Fermo
e Vescovi della regione marchigiana,
Onorevoli signori, autorità civili, amministrative e militari,
Cari sacerdoti, religiosi e religiose, fratelli e sorelle tutti!

1. Ritrovarmi all’interno di questo storico tempio, che è come il cuore dell’antica ed illustre “Ecclesia Firmana”, costituisce per me un’opportunità assai gradita, poiché mi dà modo di incontrare o, meglio, di visitare e confermare nella fede (cf. Lc 22, 32) una comunità cristiana viva ed operante. Dico viva ed operante non solo in riferimento ad una tradizione plurisecolare di fedele connessione con la Sede apostolica e il successore di Pietro, ma anche e soprattutto in ragione dell’impegno che essa sta dimostrando per l’animazione religiosa e spirituale, com’è oggi necessaria nel contesto, in gran parte nuovo, della nostra età. Già la peculiare circostanza che mi ha portato tra voi - quella di partecipare al raduno delle famiglie che vivono l’esperienza del cammino neo-catecumenale nella vicina Porto san Giorgio - vale a testimoniare un tale impegno di adeguamento e di presenza, come la volontà di dare puntuale risposta alle odierne esigenze.

Nel salutare tutte le illustri personalità presenti, desidero ringraziare, in particolare, il pastore dell’arcidiocesi per le parole affettuose e cordiali, che ha voluto rivolgermi a nome di tutti i presenti. A suo fianco mi piace collocare idealmente l’amabile figura del predecessore monsignor Norberto Perini, che proprio qui ebbe la gioia di accogliere - appena qualche mese prima dell’elevazione al Pontificato - il suo conterraneo ed amico, il futuro Paolo VI. Il vincolo che già legò quelle anime elette mi è sembrato di avvertirlo ancora nell’indirizzo che ora ho ascoltato, quasi eco di una continuità e comunione che va ben oltre le persone e segna il rapporto tra questa Chiesa particolare e l’universale Chiesa di Cristo.

2. Giustamente, nel presentare le diverse componenti che formano la realtà della vostra Chiesa, l’Arcivescovo ha accennato ai principali problemi che oggi, nell’urgenza delle profonde trasformazioni che sono già avvenute, mentre altre le incalzano, si pongono ad una comunità ecclesiale che voglia crescere e protendersi verso il futuro, l’ormai vicino terzo millennio cristiano. Non si tratta, infatti, solo di mantenere un sacro deposito, ricevuto in eredità dalle generazioni dei padri: si tratta di far sì che l’antica radice continui a pullulare e a fiorire; si tratta di andare avanti, tenendo alta e luminosa la fiaccola!

Quali sono questi problemi? Come certamente sapete, su un piano generale li ha già individuati il Concilio Vaticano II, prospettando le possibili soluzioni secondo precise linee direttrici di orientamento e di intervento. Non basta, però, conoscere i problemi e intravedere come risolverli: bisogna passar concretamente all’azione, bisogna operare con determinazione e tempestività, con discernimento, con fedeltà, con equilibrio, applicando e commisurando i criteri di ordine universale alle particolari circostanze di ambiente.

So che un tale lavoro è già stato avviato da tempo nella vostra diocesi e me ne compiaccio vivamente, perché in esso sono coinvolti, con senso di ecclesiale corresponsabilità, tanti laici, sacerdoti, religiosi sotto la guida del Vescovo. Se la società è cresciuta, se nel territorio fermano e, in genere, in tutta la regione Picena è cambiato il quadro socio-culturale, se da un’economia prevalentemente agricola si è passati ad una variegata realtà artigianale, piccolo-industriale ed anche industriale, se la regione Marche - come han dimostrato recenti statistiche - è balzata ai primi posti nella classifica della produzione e del tenore di vita, sarebbero forse per questo risolti tutti i problemi? O non è forse vero che a volte certi traguardi di ordine temporale e la sicurezza del benessere materiale possono insidiare o alterare quella superiore scala di valori che toccano, incidendovi profondamente, la vita familiare, professionale, morale e religiosa? E ove questo si verificasse, come potrebbe la Chiesa restare indifferente? Per la Chiesa è ragione di vita, è dovere essenziale la missione di andare e di annunziare agli uomini l’immutabile messaggio di liberazione e di salvezza che Cristo le ha affidato; perciò, di fronte a siffatta emergenza essa non potrà assolutamente rimanere estranea o “chiamarsi fuori”. Di qui l’urgenza di fare risposta ai problemi via via emergenti della vita sociale, ed attinenti a quella scala di valori primari per riaffermarli ove siano caduti, per testimoniarli nella vita, per proporli con fiducia alle nuove generazioni.

3. A Fermo la Chiesa - forse più che altrove (e ne deve ringraziare il Signore!) - ha strutture operative ben consolidate e collaudate. Quante associazioni vi sono, quanti movimenti ecclesiali, quanti gruppi religiosi? Ma tutti - conviene ricordare - devono essere e mantenersi come attive strutture di servizio, dunque sensibili, attente, sollecite cospiranti - nel rispetto della loro specifica fisionomia - a quel comune obiettivo di servire, cioè di porsi a fianco e di mettersi a disposizione dell’uomo considerato e onorato come vero fratello. Laddove emerge un bisogno dell’uomo, lì la Chiesa è chiamata ad operare, lì i suoi figli devono farsi “prossimo” (cf. Lc 10, 29-37), lì gli strumenti, di cui si dispone, devono efficacemente rispondere.

So che è in preparazione il Sinodo diocesano: dovrà anche questo essere uno strumento, uno strumento eletto per meglio individuare le urgenze e i settori di intervento. Esso dovrà compiere un’esatta “ricognizione pastorale”, studiando a fondo le necessita spirituali della popolazione e, con cura del tutto speciale, le esigenze delle famiglie perché si conservino e si confermino veri focolari cristiani, analizzando le tendenze positive o meno che in esse si determinano, verificando la validità delle scelte pastorali e la funzione apostolica dei vari gruppi associati nell’insieme della vita diocesana.

Certo, il Sinodo farà tesoro di quanto il Magistero della Chiesa ha già elaborato nei settori vitali dell’evangelizzazione, della catechesi, della formazione cristiana e - per ciò che riguarda i gruppi e i movimenti - si atterrà alle conclusioni della più recente assemblea del Sinodo dei Vescovi, dedicata appunto alla missione dei laici. Ma resterà sempre, come compito necessario, quello di calare le indicazioni di carattere generale nell’ambito di questa Chiesa particolare.

Formulo fin d’ora l’augurio che un tale sforzo, che sarà proprio del vostro Sinodo, possa ben riuscire ed esprimersi in forme anche originali, com’è nel “genio” di questa gente e di questa terra.

4. Accanto alla pastorale familiare il Sinodo diocesano non potrà non occuparsi del problema delle vocazioni. Se la odierna festa della sacra Famiglia ci richiama - in contrapposizione a certo permissivismo di leggi e di costume - all’esempio delle sublimi virtù che fiorirono nella casa di Nazaret, circa il tema vocazionale non posso che ripetere quanto già dissi ricevendovi in udienza durante l’Anno Santo della Redenzione, allorché auspicai una “salutare inversione di tendenza” (cf. “Insegnamenti di Giovanni Paolo II”, VII, 1 [1984] 757 s).

Approfondendo la natura della vocazione battesimale, si scopre agevolmente che da essa devono scaturire le vocazioni di speciale consacrazione. Non è forse il Battesimo un germe di vita, la cui legge è di crescere e svilupparsi? E non deve, dunque, una comunità di battezzati - grazie alla collaborazione dei presbiteri, dei catechisti, delle famiglie - procurarsi, in numero sufficiente, altre persone pronte ed atte al suo servizio e disponibili al servizio di altre comunità? È tutta questione di generosità, di spirito di sacrificio, di volontà di rinuncia non già per isolarsi dagli altri, ma per donarsi agli altri; è questione di ascolto e di accoglienza, nella fede, di quella parola che il Signore non cessa di rivolgere ai discepoli del suo Vangelo: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9, 37-38; Lc 10, 2). È a voi soprattutto, giovani uomini e donne, che io indirizzo questa stessa parola, perché siate attenti all’invito che essa contiene e sicuri, altresì, dell’aiuto che vi promette.

5. Ho parlato finora di servizio, di strutture e di problemi. Ma è tempo ormai che il mio discorso si precisi ulteriormente e si trasformi in appello diretto a voi, sacerdoti e religiosi, che già avete detto sì alla chiamata del Signore e - collocati come siete in posizione di dinamica intermediazione tra il Vescovo e il resto del Popolo di Dio - avete un inderogabile, peculiare dovere in ordine al lavoro da svolgere.

Carissimi sacerdoti e religiosi! Sappiamo bene che le risorse umane, l’utilizzo di strumenti moderni, l’originalità delle iniziative sono cose sempre necessarie, ma non sufficienti. Ce lo ricorda il salmista quando afferma: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 126, 1). E non c’è, del resto, più netta la parola del Signore, che dalla similitudine del tralcio che non può dar frutto se non rimane attaccato alla vite conclude in modo perentorio: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 4-5)? Quante volte pensiamo di aver pur lavorato, abbiamo messo a punto una macchina tecnicamente attrezzata, e poi la macchina non parte! . . . Ecco perché l’appello, che rivolgo a voi, a ciascuno di voi, è di costruire sempre e soprattutto sull’unico fondamento che è Gesù Cristo (1 Cor 3, 11), di alimentare la vostra spiritualità alla fonte inesausta della sua grazia. Prima delle decisioni, prima delle iniziative, prima di ogni programmazione pastorale dovete andare dal Signore e domandare la sua grazia, cercando lui nell’intimità dell’unione e ottenendo quella con l’assiduità della preghiera (cf Mt 7, 7-11). Sarà sempre necessario un quotidiano, rinnovato sforzo di personale santificazione che, com’è nella linea della vocazione ricevuta, così è premessa irrinunciabile perché sia credibile la vostra opera e fruttuoso il vostro ministero verso i fratelli, anche se indifferenti e lontani.

6. Sul punto di lasciare questa Basilica, dedicata a Maria santissima assunta in cielo, consentite che - nel ricordo del recente anno mariano - io tutti vi inviti a levare gli occhi verso la nostra Madre amatissima. So dei bei Santuari che, eretti in suo onore ai piedi dell’Appennino e lungo il mare, definiscono la geografia della vostra pietà, quasi a duplicare il richiamo del maggior Santuario che sorge a Loreto.

Colei che dell’intera sua vita fece un’ininterrotta peregrinazione di fede, ci chiama tutti a seguirla per procedere insieme con lei sulle orme del suo Figlio divino. Se i luoghi a lei consacrati possono segnare un punto di orientamento, è tuttavia il santuario del cuore che dovrà costituire il centro in quello sforzo di rinnovamento e incremento della vita cristiana, a cui è chiamata la Chiesa fermana con tutte le Chiese sorelle della regione.

A confermare i comuni sentimenti e propositi imparto a voi ed alle vostre comunità ecclesiali la propiziatrice benedizione apostolica.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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