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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL SINDACO, ALLA GIUNTA E AL CONSIGLIO COMUNALE DI ROMA

Giovedì, 4 febbraio 1988

 

Onorevole signor sindaco di Roma,
Signori della Giunta
e del Consiglio comunale!

1. Vi saluto tutti con sincera cordialità e vi ringrazio per questa gradita visita all’inizio dell’anno, la quale, pur essendo tradizionale, non è formalistica, anzi diventa occasione favorevole per un reciproco scambio di idee e un rinnovato stimolo per l’assolvimento di un non facile compito. Ringrazio sentitamente l’onorevole sindaco Nicola Signorello per le calde e deferenti parole di omaggio che mi ha indirizzato a nome vostro personale e di tutta la cittadinanza romana.

Lo scambio degli auguri annuali tra autorità religiose e civili contribuisce a mettere in luce l’utilità e la necessità del loro rapporto a vantaggio delle stesse persone umane, che sono destinatarie del rispettivo servizio. Quando poi si tratta di una capitale come Roma, l’incidenza e la qualità del servizio sono più che mai in relazione al grado di tale collaborazione. Mi auguro, pertanto, che il nostro presente incontro, oltre al consolidamento della cooperazione valga segnare un dato positivo nel cammino della nostra città.

2. Nell’odierna circostanza, desidero soprattutto rilevare anche a vostro conforto e incoraggiamento, quanto la Chiesa si attende dal potere civile e amministrativo, come fattore essenziale nel faticoso itinerario dello sviluppo di un popolo.

La Chiesa - come ben sapete - ha sempre chiaramente riconosciuto i diritti della potestà civile, raccomandando ai propri fedeli l’obbligo di renderle onore, sull’esempio di Gesù, che ha sottolineato il dovere di versare il tributo a Cesare (Mt 22, 21). E, con immediata rispondenza, san Pietro, nel testo di quella che è da considerare la prima lettera pontificia della storia, mentre esortava i cristiani a comportarsi coerentemente “come uomini liberi”, insisteva sulla necessità di sottomettersi ad “ogni istituzione umana”, dalle autorità più alte a quelle intermedie (cf. 1 Pt 2, 13-17).

Anche il più recente Concilio si mantiene sulla stessa linea, col mettere in rilievo la dignità e l’alta funzione di coloro che sono preposti alla cosa pubblica, ricordando ai cittadini di essere tenuti a obbedire per dovere di coscienza (cf. Dignitatis Humanae, 11). L’autorità pubblica, infatti, ha il suo fondamento nella natura umana, ed appartiene quindi all’ordine stabilito da Dio (cf. Gaudium et Spes, 74). Senza l’effettivo ed equilibrato esercizio della potestà pubblica non sarà possibile raggiungere, mantenere ed incrementare l’ordine sociale, che è finalizzato alla promozione del bene comune, davanti a cui debbono cedere gli interessi di parte.

Ecco perché il Concilio non manca di sottolineare la responsabilità del potere civile di esercitare l’autorità nell’ambito della legge morale e della corretta amministrazione. Spetta alla legittima autorità il compito specifico di dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, non in forma dispotica, ma come forza morale che si appoggia prima di tutto sulla libertà e sulla coscienza del dovere e del compito assunto.

Non è stato mai facile governare, ed è più che mai difficile oggi, nel contesto della società moderna, in una metropoli come Roma, capitale di uno Stato sovrano e, allo stesso tempo, centro della cattolicità. Ciò è anche più vero alla luce della fede cristiana, che considera ogni persona umana superiore a tutte le cose. Tuttavia, governare è necessario evitando da una parte abusi di autorità a ogni livello, dall’altra l’eccesso opposto del vuoto o dell’inefficienza dell’autorità. Un potere pubblico paralizzato non si può giustificare nell’insieme dell’ordine stabilito da Dio. Il dovere di ubbidire da parte dei sudditi è strettamente collegato con l’obbligo delle autorità di intervenire.

3. In tema di efficienza del potere pubblico e di funzionalità amministrativa, si pensa subito al dovere primario di mettere i cittadini in condizioni di condurre una vita veramente degna dell’uomo. Desidero qui fare riferimento preciso al problema indilazionabile che ad ogni persona non manchi la possibilità di procurarsi il necessario al vitto, al vestito, all’abitazione, anche in vista della formazione di una nuova famiglia; non manchino il lavoro, una sufficiente educazione, una sana ed obiettiva informazione, un’adeguata rete di servizi sociali.

Quando si esamina lo stato presente della città di Roma, non si può non riconoscere la realtà dei notevoli progressi realizzati, con la collaborazione di molti, sotto il profilo economico, sociale, culturale ed anche del benessere materiale. Ciò è tanto più vero, se si tengono presenti le enormi e crescenti difficoltà proprie di una metropoli moderna, nel quadro nazionale e internazionale, con tutto l’insieme delle spinte positive e negative caratteristiche di una società libera.

Tuttavia, il Vescovo di Roma, anche nella sua funzione inscindibile di pastore della Chiesa universale, non può chiudere gli occhi di fronte alla persistenza di zone non ristrette di miseria e di sottosviluppo, coesistenti accanto alle fasce sempre più ampie di ricchezza ed anche di opulenza.

Egli non può trascurare di dire che, insieme con la diffusione dell’inquinamento ambientale, di cui non infrequentemente si parla, esiste pure il fenomeno, grave per lo sviluppo globale dell’uomo, dell’inquinamento morale. E ciò,non contribuisce a promuovere universalmente l’immagine più vera della città, che non è certo un agglomerato di elementi eterogenei né una massa informe o anonima di cittadini.

4. Onorevole sindaco, egregi signori, anche chi non ha fede riconosce la peculiarità unica di Roma come sede del successore di Pietro e centro propulsivo della religione cattolica,e tutti sanno quanto lo spirito del Vangelo possa contribuire anche al miglioramento e alla qualità della vita umana sulla terra.

Nel rinnovare il mio ringraziamento per questa vostra visita, rivolgo a tutti, a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai vostri concittadini il mio benedicente saluto e augurio.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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