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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II ALLA GIUNTA E AL CONSIGLIO REGIONALE DEL LAZIO
Sabato, 6 febbraio 1988
Onorevoli presidenti e illustri membri del Consiglio e della Giunta
regionale del Lazio!
1. Sono lieto ed onorato di accogliervi in questa udienza a voi riservata
all’inizio del nuovo anno, e con grande cordialità porgo a ciascuno di voi il
mio deferente saluto, estendendo il pensiero anche a tutti i Consiglieri ed ai
rispettivi familiari.
Desidero manifestarvi viva gratitudine per gli auguri da voi presentati e per
questa visita che è segno di ossequio sincero.
Davanti a voi viene spontaneo e logico immaginare la vasta porzione
dell’Italia, di cui siete direttamente responsabili: “Questa splendida, austera,
vetusta, fatidica regione del Lazio” - come disse Paolo VI, ricevendo per la
prima volta i vostri colleghi nel 1972 - col suo paesaggio “spazioso e solenne e
con la sua gloriosa storia civile e religiosa (cf. Insegnamenti di Paolo VI, X
[1972] 220).
Ma soprattutto è naturale pensare alle vostre responsabilità ed ai compiti,
per i quali siete stati eletti dai cittadini e che dovete svolgere nella
complessa situazione del mondo moderno. Infatti, il vero e retto fine
dell’attività politica è il benessere materiale e spirituale della società, in
modo che i diritti e i doveri siano da tutti rispettati e tutelati. Come scrisse
Pio XI nell’enciclica “Divini Redemptoris”: “Nel piano del Creatore la società è
un mezzo naturale di cui l’uomo può e deve servirsi per il raggiungimento del
suo fine, essendo la società umana per l’uomo, e non viceversa . . . Ciò è da
intendersi nel senso che, mediante l’unione organica con la società, sia a tutti
resa possibile per la mutua collaborazione l’attuazione della vera felicità
terrena” (Pii XI “Divini Redemptoris”, 29).
2. Ma, purtroppo, è diventato difficile realizzare questo intento! Le
difficoltà, intrinseche alla stessa compagine della vita associata, sembrano
ancora aumentare a motivo delle accresciute esigenze dei cittadini, dei
contrasti ideologici e degli ostacoli concreti che ogni giorno sorgono
nell’azione pubblica, nella quale bisogna necessariamente scegliere e decidere.
Chi, come voi, amministra comuni interessi, deve mantenere sempre ferme e
limpide le qualità che rendono saggi, onesti e operosi, e cioè: la coscienza
morale, la sensibilità sociale e la lungimiranza politica, unita alla competenza
tecnica nel proprio settore, in modo che siano veramente risolti i problemi che
man mano si affacciano e siano soddisfatte le giuste richieste dei cittadini.
In proposito, è interessante ed utile rileggere in questo anno, in cui
ricorre il quarantennio della Costituzione della Repubblica Italiana, gli
articoli del Titolo V, riguardanti “Le Regioni, le Province, i Comuni”.
Prescindendo da una interpretazione giuridica e tecnica, che farete voi stessi,
insieme con gli esperti, il messaggio che in sintesi se ne ricava è quello del
“servizio”, specialmente alla luce dell’articolo 5, che recita: “La Repubblica,
una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi
che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i
principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del
decentramento”. Emerge evidente l’intenzione dei legislatori: decentrare per
servire meglio, più concretamente e tempestivamente la cittadinanza. È questa la
vostra responsabilità ed anche la vostra dignità, essere e sentirvi a servizio
di questa vasta Regione, che ha avuto fiducia in voi e da voi attende il
contributo dell’intelligenza, della capacità e - dirò anche - dell’amore.
3. L’occasione di questo incontro riporta il nostro pensiero alla festività
del Natale, che abbiamo da poco commemorato. La solenne e soave liturgia
natalizia ci ha fatto nuovamente meditare sulla “teologia dell’incarnazione”, e
cioè sull’evento unico e strepitoso del “farsi uomo” della seconda Persona della
Santissima Trinità: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il
Verbo era Dio . . . E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi!”
(Gv 1, 1. 14). Poiché Dio si è fatto uomo ed ha voluto inserirsi nella
nostra storia, possiamo dedurre logicamente che Dio vuole la storia umana, la
ama, la stima, la guida, la eleva, la salva. Nel disegno creatore e redentore di
Dio c’è appunto questa nostra storia talvolta drammatica e contrastata, e
tuttavia sempre sostenuta dall’onnipotenza e dall’onniscienza dell’Altissimo. Da
questa verità sgorga la “teologia delle realtà terrene”: queste si rivelano nel
loro pieno valore oggettivo e universale alla luce della ragione e della
rivelazione. La tragedia della società moderna sta proprio nello smarrimento del
significato trascendente ed eterno dell’uomo e, quindi, delle realtà terrene.
L’uomo così rischia di divenire un essere sperduto, senza significato; dietro a
lui non ci sarebbe nulla, come non c’è, nulla davanti; il senso della sua
esistenza sarebbe dato unicamente dall’esistenza stessa. Diventa allora
dolorosamente logico il pullulare di “progetti di vita” insufficienti,
disperati, contraddittori, privi di un’apertura al trascendente.
Alla luce, invece, dell’incarnazione di Dio le realtà terrene non solo
assumono il loro significato di “mezzi” per il “fine”, che trascende l’uomo e la
storia, ma sprigionano anche una forza di attrazione, per cui merita impegnarsi
in esse, in tutti i settori del vivere sociale e familiare, nonostante le
difficoltà ed anche le sconfitte.
4. La “teologia delle realtà terrene” sfocia perciò nella “teologia della
politica”, la quale non deve essere solamente - come si dice - l’arte del
possibile, ma piuttosto deve intendersi come scienza e arte del servizio,
proprio perché Dio, volendo la storia umana, vuole insieme la società,
affidandone il coordinamento all’autorità, in vista del raggiungimento del bene
comune, naturale e soprannaturale. Pertanto, il “fare politica”, in tutti i
settori, anche nell’ambito regionale, significa amare la “persona umana” e
spendere tempo, intelligenza e fatica per venire incontro alle sue necessità. Il
“politico” sente quanto pesante sia l’assillo quotidiano di dover ben ponderare
le questioni, per poi operare le giuste scelte e decidere in modo assennato e
costruttivo.
Per il bene della Regione, cari amici, accettate con generosità questo
impegno di servizio e di amore: grande sarà certamente la ricompensa, prima
nella riconoscenza dei cittadini e poi nell’eterna mercede del cielo, verso il
quale camminano le singole esistenze e l’intera storia umana.
Iniziando il nuovo anno, invoco su di voi e sul vostro lavoro l’intercessione
materna di Maria Santissima e vi imparto la mia benedizione, assicurando il
ricordo nella preghiera.
© Copyright 1988 - Libreria
Editrice Vaticana
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