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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II DURANTE LA VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN BENEDETTO
Domenica, 14 febbraio 1988
Il primo saluto alla comunità parrocchiale nel 60° di
fondazione
Un motivo di più ha la comunità di San Benedetto fuori porta San Paolo per
fare festa con il Papa. La visita pastorale coincide infatti con la conclusione
delle celebrazioni per il 60° anniversario dell’istituzione della parrocchia.
Una coincidenza significativa che offre l’occasione per approfondire il bilancio
del cammino percorso in questo lungo periodo, ma anche e soprattutto per
guardare con maggiore responsabilità al futuro. Questo particolare aspetto
della visita pastorale emerge fin dal primo incontro del Papa con i fedeli che
si svolge davanti alla chiesa. Assiepate dietro le transenne, centinaia di
persone salutano calorosamente Giovanni Paolo II, mentre interi gruppi familiari
applaudono dalle finestre e dai balconi dei palazzi vicini, addobbati con
tovaglie e drappi ricamati. Accolto dal Cardinale Vicario Ugo Poletti, dal
Vescovo Ausiliare Monsignor Clemente Riva e dal parroco, don Luigi Paroni, il
Santo Padre si sofferma a lungo a rispondere al cordiale omaggio della
popolazione. Poi, raggiunto l’atrio della chiesa parrocchiale, ascolta il breve
indirizzo di saluto del parroco, il quale presenta la ricca e complessa realtà
della comunità ecclesiale. Rispondendo al saluto di don Paroni, Giovanni
Paolo II pronuncia le seguenti espressioni.
Con grande gioia partecipo al vostro anniversario, il sessantesimo
anniversario di questa parrocchia di san Benedetto. Saluto tutta la comunità,
tutti i parrocchiani. Sono passato accanto alle transenne per salutare alcuni, i
più vicini, ma nella mia intenzione c’era anche quella di andare dappertutto, in
tutti questi palazzi, in queste case, per incontrare le persone, specialmente
quelle sofferenti, tutti i membri della vostra comunità parrocchiale dove
vivono, lavorano, gioiscono, soffrono.
Tutti siamo figli dello stesso Padre. A questo vero Padre che è nei cieli ci
guida il suo Figlio che si è fatto uomo, uno di noi, per renderci possibile
questa strada, questa strada spirituale, questo cammino della fede, della
speranza, della carità, questo cammino del Vangelo e cammino della Chiesa. Così
siamo tutti uniti a Gesù Cristo.
La vostra parrocchia è intitolata a san Benedetto, Patriarca dell’Occidente.
Lo è grazie ai suoi meriti, alle sue iniziative connesse con la vita monastica -
il grande Ordine benedettino - con la sua parola programmatica lasciata a tutti
i suoi concittadini, non solamente di questa penisola, ma di tutta Europa: “ora et labora”. Possiamo ripetere queste parole. Sono sempre attuali e presentano un
programma di vita umano e insieme cristiano. Possiamo, anzi dobbiamo augurare a
tutti noi che questa espressione di san Benedetto, questo suo famoso motto,
possa rappresentare un programma per oggi, per questa parrocchia, per tutti noi.
Vi ringrazio per la buona accoglienza. Saluto tutti ancora una volta e voglio
offrirvi una benedizione all’inizio di questa visita pastorale, svolgendo il mio
ministero pastorale petrino nella Diocesi di Roma. Voglio che partecipino alla
mia benedizione il Cardinale vicario e Monsignor Vescovo del vostro settore
pastorale per invocare, così uniti, il nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo come sorgente di benedizione continua per ciascuno e per tutti,
per la Chiesa e per il mondo, per la città di Roma e per la vostra parrocchia.
Ai bambini, ai genitori e agli insegnanti
Con un incontenibile entusiasmo i bambini della parrocchia di San
Benedetto si stringono intorno al Papa. L’incontro si svolge nel campo sportivo,
dove Giovanni Paolo II giunge subito dopo una breve cerimonia di accoglienza e
dopo aver attraversato la Cesa gremita da moltissimi fedeli in attesa della
celebrazione eucaristica. Un alunno della scuola “Regina Pacis” retta dalle
Maestre Pie Filippini, rivolge a nome dei coetanei un breve saluto al Papa. Con
sicurezza e a gran voce esprime l’affetto di tutti e l’impegno quotidiano a
pregare per il Santo Padre, per il suo ministero, e per le vocazioni
sacerdotali. Ringraziando i bambini e soprattutto il piccolo oratore,
Giovanni Paolo II saluta anche i genitori, le insegnanti ed i sacerdoti,
sottolineando lo strettissimo legame che unisce la famiglia, la parrocchia e la
scuola nel compito primario della formazione delle nuove generazioni. Queste le
parole del Santo Padre.
Saluto tutti i vostri genitori qui presenti o che si trovano a casa. Saluto i
vostri maestri, insegnanti, le suore, le Maestre Pie Filippini, che io conosco
abbastanza bene perché sono anche a Castel Gandolfo. Saluto poi i vostri
sacerdoti che offrono la loro sollecitudine pastorale per questa comunità.
Possiamo dire che in questo momento si uniscono tre ambienti: la famiglia, la
scuola - non solamente una ma diverse scuole, perché certamente i bambini e i
giovani della parrocchia frequentano diverse scuole - e poi la parrocchia, ossia
la Chiesa. Questi tre ambienti devono sempre rimanere uniti per il bene
dell’uomo in fase educativa, in formazione, come sono i bambini nella famiglia,
ma poi anche nella società. La famiglia viene infatti affiancata, aiutata dalla
scuola ed anche dalla parrocchia, dalla Chiesa.
Vi auguro che sia sempre forte quel triplice legame: famiglia, scuola,
parrocchia; famiglia, parrocchia, scuola. E vi auguro che siano sempre unite fra
loro per il bene della nuova generazione, della futura generazione. Di fronte a
noi, specialmente di fronte a questi tre ambienti, c’è una grande opera, l’opera
dell’educazione. Educare vuol dire fare l’uomo umano, umano e nello stesso tempo
cristiano. Le forze, le energie, le iniziative della famiglia, della scuola,
della parrocchia devono essere unite per arrivare a questa grande finalità. Così
voglio inaugurare la visita nella vostra parrocchia salutando questa comunità
educativa costituita dalla parrocchia insieme con la famiglia e con la scuola. E
auguro a questi tre ambienti un lavoro fruttuoso per il bene dei bambini, dei
giovani, della nuova generazione, del futuro della vostra città, della vostra
patria e del mondo. Voglio offrire una benedizione a tutti i presenti e a tutti
gli appartenenti a questa triplice comunità educativa: famiglia, scuola,
parrocchia.
Ai membri del Consiglio pastorale
Nella parrocchia di S. Benedetto operano numerose associazioni di laici
organizzate in vari gruppi: gruppo del Vangelo, Azione Cattolica, catechisti,
apostolato della preghiera, volontariato vincenziano e segretariato della
carità, movimento di fraternità spirituale tra vedove, gruppo amici della
chiesa, gruppo amici del presepio, gruppo buona stampa. Tutte queste varie
attività sono coordinate dal Consiglio pastorale che si riunisce una volta al
mese ed è suddiviso in cinque commissioni: liturgica, catechetica,
assistenziale-caritativa ricreativo-oratoriale, stampa e cultura. È presente
inoltre il Consiglio parrocchiale degli affari economici. Al termine
dell’incontro con le religiose, in un altro locale della parrocchia dove sono
esposti alcuni bei dipinti di tema pastorale e catechistico, un rappresentante
del Consiglio pastorale esprime al Papa, a nome anche dei vari gruppi presenti
la gioia di tutta la comunità per questa visita pastorale tanto attesa. A
tutti i presenti il Papa così risponde.
Ho detto alla fine dell’omelia che non solo il male è contagioso, ma che
anche il bene lo è. E questo è il principio su cui si fonda la Chiesa, e grazie
al quale essa cresce sempre. C’era un bene grande, molto contestato, che si
chiamava Gesù Cristo (si, molto contestato, fino alla morte sulla croce). Ma
questo bene ha trovato accoglienza e si è diffuso. Quelli che lo hanno accolto
sono tanti.
Dodici di loro sono stati chiamati, come apostoli; ma la Chiesa è tutta
apostolica, tutta vive dell’apostolato. Questo significa diffusione del bene,
bene che proviene sempre da Cristo Gesù, ma passa attraverso tanti altri: gli
apostoli e i loro successori (e a Roma abbiamo il centro della Sede apostolica,
e la successione di Pietro). Ma anche tanti, tanti altri.
E oggi siamo più che mai consapevoli che questo apostolato, questa diffusione
del bene che si chiama Cristo, opera anche attraverso i laici. Io saluto in voi
questo apostolato dei laici nella parrocchia di san Benedetto. Saluto le
persone, i diversi gruppi di questo apostolato. E saluto soprattutto quell’organo
centrale, “concentrante”, che si chiama Consiglio pastorale. E auguro a voi
tutti la diffusione del bene, la diffusione di Gesù Cristo e del suo Vangelo, di
questi valori che sono cristiani, e che fondano una vita veramente umana.
Auguro questo a tutti voi, vi ringrazio per la vostra collaborazione
nell’apostolato in questa parrocchia, insieme ai vostri sacerdoti. Insieme al
vostro parroco e anche al vostro Vescovo, presente in ogni parrocchia. Tutti
collaboriamo con lui e tutti insieme collaboriamo con Gesù Cristo. Vi ringrazio
ancora e benedico tutti i presenti, le vostre famiglie, i vostri cari, tutta la
comunità parrocchiale.
Alla Compagnia di San Paolo
La nascita della parrocchia di S. Benedetto e la sua successiva crescita
sono strettamente legate alla Compagnia di S. Paolo, cui la comunità è affidata.
Il Papa incontra una folta rappresentanza della Compagnia (sacerdoti, esponenti
laici maschili e femminili) in un altro locale in cui campeggia un dipinto
raffigurante il Cardinale Ferrari. Il Presidente della Compagnia, don Pier Luigi
Borraco, ringrazia a nome dell’Istituto Giovanni Paolo II per la beatificazione
del Cardinale Ferrari che oggi rappresenta un patrimonio spirituale riconosciuto
da tutta la Chiesa. E lo ringrazia anche per la visita compiuta nella parrocchia
di S. Benedetto che definisce “quasi il santuario della nostra presenza a Roma”.
Rispondendo al saluto il Papa dice.
Sappiamo bene che san Paolo ha avuto tanti collaboratori. Di essi si
conoscono anche i nomi, sono i compagni e i collaboratori di san Paolo, e anche
le sue collaboratrici, lungo le strade del mondo. Ci sono tanti volti familiari
in questo apostolato di san Paolo. E in questo secolo, grazie a un Cardinale, è
nata la Compagnia di san Paolo. Mi congratulo con san Paolo, con il Cardinale
Ferrari proclamato beato il 10 maggio, e mi congratulo con voi, compagni e
collaboratori di san Paolo, e con il vostro superiore generale. Non devo
spiegare di più perché il resto lo dice il vostro nome, o meglio il binomio: san
Paolo e Compagnia. Non può non essere apostolica una Compagnia che si richiama
all’Apostolo delle genti. E non può non essere universale perché questo
Apostolo, più di altri - senza togliere nulla a san Pietro - seppe dare alla
Chiesa nascente la sua dimensione universale. Portare Cristo agli ultimi confini
del mondo, del mondo di allora . . . Oggi un ragazzo mi ha chiesto perché il Papa
viaggia. Io ho un po’ scherzato con lui, poi gli ho risposto: il Papa viaggia
perché Gesù ha detto “andate nel mondo intero”. Ecco la risposta. La mia
benedizione su tutti voi.
A rappresentanti del mondo del lavoro
Il territorio della parrocchia di S. Benedetto fuori Porta S. Paolo è
caratterizzato dalla presenza di svariate attività commerciali (Mercati
Generali), industriali (Italgas, Acea, Acotral), e artigianali. Con i
rappresentanti di questa multiforme realtà Giovanni Paolo II si incontra in
un’ampia sala parrocchiale sulla cui parete è effigiato il Santo Patrono di
questa Comunità. Ai presenti il Santo Padre rivolge le seguenti parole.
La prima associazione che mi viene in mente, qui, è quella di san Benedetto,
perché la vostra parrocchia è appunto la parrocchia di san Benedetto. Sappiamo
di lui che fu un grande promotore della vita monastica. Ma all’interno di questa
esperienza egli fu soprattutto il promotore dell’ora et labora. Vita di
preghiera, con san Benedetto, ma anche di fondazione di una vera e propria
civiltà. Sappiamo bene quali sono i meriti dei benedettini fin dal primo
millennio della nostra era, in tutta Europa (e patrono d’Europa san Benedetto è
stato proclamato da Papa Paolo VI). Fondatore di una civiltà nuova grazie alla
sua iniziativa che riguardava insieme la spiritualità umana attraverso la
preghiera e la civiltà nelle sue diverse dimensioni: non solo in quella
culturale e artistica, ma anche in quella economica. L’economia di allora era
soprattutto agricola, e infatti l’opera dei benedettini fu rivolta in
particolare a questo settore dell’economia. Erano veri maestri nell’agricoltura,
insegnarono non solo a pregare, ma anche, veramente, a lavorare. Poi le
condizioni economiche col tempo mutarono. Da un’economia prevalentemente rurale,
qual era ai tempi di san Benedetto, il mondo economico si è poi sviluppato,
soprattutto nei centri urbani, col commercio e con l’artigianato, e infine con
l’industria. Oggi ci sono diversi campi nel lavoro umano. Ma sempre questa
crescita, questo sviluppo si può subordinare al principio di san Benedetto: ora
et labora. Le forme del lavoro umano sono dunque diverse, si sviluppano nel
corso dei secoli. Certo, un settore di lavoro moderno, come quello
dell’industria, è molto diverso non solo rispetto ai secoli del passato, ma
anche rispetto a questo nostro secolo, alla prima metà di questo secolo. C’è
stato un grande progresso tecnico, voi lo sapete. Ma io ve lo sottolineo per
chiarirvi fino in fondo il significato della vostra presenza in questa
parrocchia, o piuttosto la presenza della parrocchia nel vostro ambiente. Come
ha detto il parroco, si tratta di un ambiente formato da diverse attività
lavorative, specializzazioni, imprese. Ma tutto confluisce in questa parrocchia,
nella finalità fondamentale della vita umana. Perché se le diverse attività
economiche servono a fornire i mezzi, il pane all’uomo, e sempre è stato così
nei vari secoli; è anche vero però che non di solo pane vive l’uomo, ma anche
della Parola di Dio. E la vostra presenza qui, la presenza della parrocchia con
voi è il segno di questa Parola di Dio che vuole essere alleata dell’uomo:
alleata del suo lavoro, delle sue iniziative economiche, per il bene dell’uomo,
per il bene integrale dell’uomo. Voglio augurare a tutti voi, alle vostre
famiglie, alle vostre aziende, tutto il bene, nel nome del Salvatore del mondo,
del Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, e del suo fedele e grande apostolo san
Benedetto, il quale ci ripete da sempre, a tutti, europei e non solo europei:
ora et labora.
Ai giovani riuniti nella chiesa parrocchiale
Non sono numerosissimi i giovani nella parrocchia di S. Benedetto. Da
questa zona dell’antica periferia le nuove generazioni tendono ad allontanarsi
verso i nuovi insediamenti urbani. Tra quelli che restano, non tutti frequentano
la parrocchia e le inquietudini e i problemi che tanto assillano le nuove
generazioni sono fortemente sentiti in questa zona della città. Di tali dubbi si
fanno portavoce un ragazzo e una ragazza esprimendo a Giovanni Paolo II, nella
chiesa gremita di loro coetanei, la profonda gioia e la gratitudine per la sua
visita pastorale. Un altro giovane a nome della “Repubblica dei ragazzi” di S.
Severa nei pressi di Civitavecchia (sorta nell’ambito dell’apostolato della
Compagnia di San Paolo) illustra brevemente al Papa le caratteristiche di questa
esperienza invitandolo a visitare la Comunità. A tutti il Papa così si rivolge.
Saluto cordialmente la comunità giovanile di san Benedetto, qui riunita. Vi
ringrazio per le parole dei vostri rappresentanti, anche del giovane della
“Repubblica dei ragazzi”. Vorrei riferirmi al Vangelo di oggi, e alla
interpretazione del Vangelo . . . che ho dato all’omelia. Ho detto che dal Vangelo
di oggi noi vediamo che il male, in particolare un male come la lebbra, è
contagioso. A causa di questa contagiosità i lebbrosi erano tenuti lontani dalla
società. Un’ingiusta umiliazione, ma era così. Si, il male è contagioso, eppure
dentro quel male contagioso, passa il bene: il bene che è Gesù, e che guarisce
il male. E dunque non solo il male ma anche questo bene è contagioso. Tanti
sofferenti, tanti malati, al contatto di Gesù guarivano, gioivano, si
convertivano: anche i grandi peccatori e peccatrici. Perché Gesù significa
appunto il bene che passa attraverso il male e lo trasforma. Questa forza di
trasformare il male nel bene, questo è Gesù Cristo: è la sua caratteristica più
profonda, è la sua missione. Lo dico ai giovani perché Gesù Cristo rappresenta
sempre una sfida, e direi una sfida specifica per i giovani, perché i giovani
sono consapevoli dei diversi mali che esistono al mondo e anche dei mali che
sono nascosti nella loro stessa personalità. Ma i giovani sono desiderosi del
bene, anche se qualche volta il bene, sembra impossibile. Ma Gesù Cristo è
capace di convertire il male nel bene. E anche noi ne siamo capaci. E il bene
così può diventare contagioso. Anche gli altri, gli altri vostri coetanei
possono aprire gli occhi, vedere che è possibile questo cambiamento. Questo
passaggio dal male al bene, questa metànoia, come si dice in greco, tutto è
possibile all’interno del mistero di Cristo, che ha saputo passare dalla morte
alla vita: Cristo crocifisso e risorto. Si, tutto questo è possibile. Il mistero
pasquale è la prova di questa possibilità di cambiamento in ciascuno di noi. Dal
male contagioso al bene contagioso. Con queste parole, con questa sfida di
Cristo, io vi lascio. Vi auguro di ascoltare, di seguire sempre Cristo, e di
trovare il lui la forza del bene. Vi benedico tutti.
© Copyright 1988 - Libreria
Editrice Vaticana
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