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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA

Giovedì, 18 febbraio 1988

 

1. È molto prezioso per me questo incontro, questa udienza in un certo senso unica nel corso dell’anno, durante la quale posso sentire le voci dei parroci, dei Pastori di Roma: della diocesi, delle parrocchie, delle comunità. Se si tratta del Sinodo romano penso che sia arrivato il momento giusto per cominciarlo. Forse la spinta decisiva a celebrarlo ci è stata data dalla sessione straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985, nella quale parlando, a venti anni dal Vaticano II, della problematica conciliare, il Sinodo ha sottolineato anche l’importanza dei Sinodi o regionali o diocesani per far progredire il rinnovamento conciliare.

Questo per quanto concerne il tempo. Per quanto attiene invece la tematica e la struttura organizzativa, esse, in un Sinodo postconciliare, devono andare insieme. Questo non è tanto determinato dalle prescrizioni giuridiche, quanto piuttosto dal magistero conciliare. Possiamo dire che il Concilio è già molto conosciuto, ma rimane sempre da studiare, da conoscere meglio. In questo Concilio c’è una grande novità, ci sono molte novità: qualche volta queste novità del Concilio appaiono quasi troppo pesanti, troppo difficili, per alcuni o di spirito conservatore o anche di spirito progressista. Allora si deve sempre studiare il Concilio per sapere cosa veramente lo Spirito Santo ci dice attraverso questa assemblea privilegiata, in cui si esprime il supremo magistero della Chiesa. Il Sinodo deve quindi uscire dal Concilio come magistero, ma anche come evento. Le due cose vanno insieme.

2. Tra le diverse svolte che si sono operate in questo Concilio Vaticano II, forse una delle più importanti è stata la decisione, nel progetto della costituzione dogmatica sulla Chiesa, di trattare, dopo il mistero della Chiesa, del Popolo di Dio e poi della struttura gerarchica della Chiesa. Questa è stata una svolta importante, anzi decisiva; direi soprattutto decisiva per il modo di vedere e di organizzare i diversi Sinodi locali, diocesani, regionali. Se ci domandiamo dove è il punto nodale della pastoralità del Vaticano II, io penso che lo troviamo in questa svolta, in questo momento del magistero conciliare. Dopo una tale sistemazione della problematica ecclesiologica, il Concilio non poteva non essere pastorale, come non poteva non essere ecumenico, aperto alle altre confessioni cristiane ed a tutte le altre religioni del mondo, aperto al mondo. Il grande padre del Vaticano II, Giovanni XXIII, ancora negli ultimi momenti della sua vita insisteva perché si trattasse questo problema: Chiesa e mondo.

Tutto questo ci porta verso la caratteristica pastorale anche dei nostri Sinodi. Questo comporta una certa difficoltà organizzativa, ma porta con sé anche una prevedibile ricchezza di risultati. Certamente era più facile un Sinodo a tempi brevi, come quelli di un tempo, dove tutto era prestabilito sulla base del Diritto Canonico e, nell’ambito dei principi di questo Diritto, era unilateralmente clericale: gli unici agenti di tale Sinodo tradizionale erano i chierici, il clero, una rappresentanza del clero - forse qualche volta era convocato anche un laico per essere consultato. Invece, dopo il Vaticano II, con quella svolta di fondo che si trova soprattutto nella Lumen Gentium e poi nella Gaudium et Spes ed in altri documenti, non si può fare altrimenti. Si deve fare così, come prevede di fare il Sinodo romano. Il problema è che questo Sinodo romano è, naturalmente, già in cammino, ma finora i lavori si sono svolti nel centro organizzativo e giuridico della diocesi. È previsto, come ha detto il Cardinale Vicario all’inizio, che il Sinodo ora scenda a livello delle parrocchie. Vuol dire che deve essere coinvolta in questo processo sinodale la grande comunità, la comunità del Popolo di Dio, che ha certamente i suoi diritti, i suoi doveri, ma che ha soprattutto la sua missione. Ha la sua missione ed essa è indicata con la parola apostolato: parola molto alta, che forse, in precedenza, era riferita troppo esclusivamente ai sacerdoti, ai Vescovi, al clero, Invece, evangelicamente, se studiamo il comportamento di Gesù e, dopo, il modo di procedere degli apostoli, si vede che, fin dall’inizio, la comunità aveva la sua responsabilità apostolica attorno agli apostoli. Questo si ripete sempre nella Chiesa, da un secolo all’altro. Anche nei tempi in cui la Chiesa sembrava essere troppo clericale, si realizzava sempre questo apostolato. Ma il Vaticano II ha dato più rilievo, possiamo dire anche più pubblicità, a questo aspetto. Ma esso indipendentemente dalla pubblicità, è una realtà.

3. Allora il Sinodo romano deve scendere al livello del Popolo di Dio che vive soprattutto nelle parrocchie, ma non esclusivamente nelle parrocchie. Qui io vedo un problema, non un problema dottrinale, perché questo è stato già spiegato - non poteva essere altrimenti dal punto di vista dottrinale, dal punto di vista del magistero del Vaticano II -, ma vedo un problema dal punto di vista pastorale, pratico. Se dobbiamo fare questo Sinodo negli ambienti parrocchiali, con tutti i nostri carissimi fratelli e sorelle che compongono ogni parrocchia, dobbiamo prevedere una giusta metodologia per questo lavoro. Questa metodologia deve essere studiata nelle sue linee generali, insieme, al centro; ma deve essere studiata poi particolareggiatamente in ogni ambiente, in ogni parrocchia, perché ogni parrocchia ha le proprie caratteristiche e, forse, anche i metodi, che si devono prevedere per fare questo passo nell’insieme del processo sinodale, possono essere simili, ma non necessariamente identici. Porrei una sottolineatura su questa necessità.

Si deve pensare alla metodologia, a come fare adesso il Sinodo nei diversi ambienti, nelle parrocchie. Ma qui si deve ancora osservare che la Chiesa di Roma è molto ricca. Questa sua ricchezza proviene non solamente dal fatto che è la Chiesa di Roma, la Chiesa apostolica, ma proviene anche dal fatto che la Sede di Pietro, il ministero petrino, è, in un senso specifico ed unico, universale. Allora vi sono a Roma diversi istituti, diverse comunità a causa del ministero petrino, della sua caratteristica universale. Pensiamo, per esempio, a tutte le case generalizie delle congregazioni, degli ordini; pensiamo alle università romane. Dobbiamo allora porci una domanda: queste comunità, legate più all’universalità della Chiesa di Roma che alla sua dimensione locale, devono entrare nel Sinodo o no? Penso che debbano entrare, a modo loro. Devono essere coinvolte, perché, anche se lavorano nella prospettiva di tutto il mondo, si trovano a Roma e fanno parte della Chiesa di Roma. In qualche modo devono essere coinvolte e qui ci vuole ancora un’altra metodologia.

4. Se parliamo di metodologia, secondo me, il problema principale, che ho anche trovato in molti interventi dei carissimi confratelli, è quello della civiltà moderna, della mentalità dell’uomo contemporaneo, tutto ciò che viene abbracciato sotto il termine “mondo”. Sappiamo che questa categoria, il mondo, ha nella Bibbia stessa, nella Sacra Scrittura, due significati diversi. Un significato è che il mondo è tutto ciò che è stato creato da Dio e redento da Cristo. Così, possiamo dire, tutto è abbracciato dalla categoria Popolo di Dio - in qualche misura lo vediamo ancora studiando la Lumen Gentium, specialmente il secondo capitolo, e studiando poi i diversi altri decreti e documenti del Concilio. Ma c’è ancora un altro significato della parola mondo: il mondo alienato dal divino, indifferente o ostile, quello che tante volte viene definito con la parola “secolarizzazione”. La secolarizzazione è soprattutto qualche cosa che s’avvicina all’indifferenza: non negare l’esistenza di Dio, non negare neanche il valore della religione, della Chiesa, ma vivere, piuttosto, come se Dio non esistesse, non vivere nella Chiesa pur essendo battezzati, appartenere al Popolo di Dio in senso sacramentale, in senso formale - possiamo dire -, vivendo però praticamente come se Dio non esistesse, come se non esistesse tutta quella realtà rivelata, tutto quell’altro mondo, in cui si trovano i nostri destini. Vivere quindi un po’ fuori da questa dimensione degli ultimi destini dell’uomo, dei destini escatologici. Qui entrano, naturalmente, le diverse ideologie, i diversi programmi culturali, filosofici, politici che servono a portare avanti questo progetto. La realtà della città di Roma, e, a causa sua, anche la realtà della Chiesa di Roma e, finalmente, del Sinodo romano è questa. Qui ci vuole ancora una metodologia. Si deve prevedere una metodologia. Come andare incontro a questo mondo secolarizzato, mondanizzato, ma non del tutto sradicato dal contesto cristiano. Certamente ci sono anche elementi ed ambienti totalmente sradicati, ma questa non è la media. La media non è sradicata, ma è senza interesse, cerca semplicemente una vita più facile senza pensare all’aldilà.

5. Tutto quello che ho detto penso che rispecchi anche le preoccupazioni dei presenti. Lo si è potuto sentire già nei vostri interventi.

Per terminare: il Sinodo è certamente un’espressione della comunione della Chiesa, della comunione già esistente, già realizzata e di quella che si vuole realizzare e che si vede come una grande possibilità, come una sfida da realizzare. Il Vaticano II è stato veramente un’espressione di genio dottrinale e pastorale insieme, quando ci ha lasciato questa categoria centrale della comunione, dando ad essa significati diversi, perché sono diverse le dimensioni di quella comunione che esemplarmente si trova in Dio stesso. Nella realtà umana, nella realtà ecclesiale si trova in modi diversi, alcuni già realizzati, alcuni realizzabili, che si devono cercare. Nell’apostolato della Chiesa c’è una ricerca della comunione sempre maggiore, comunione anche con coloro che sono fuori - fuori o in senso formale, perché non battezzati, o perché non cattolici, o fuori perché non credenti, perché indifferenti, perché ostili alla Chiesa -.

Se posso aggiungere ancora una dimensione all’aspetto metodologico, non dobbiamo dimenticare che Roma è una grande città, è una città con tutte le sue specifiche componenti di capitale, di centro culturale: vi sono le università, i diversi ambienti dal punto di vista umano, professionale. Allora, forse, basandoci sempre sulla realtà principale che è la parrocchia, si deve prevedere anche una certa metodologia per entrare in questo mondo, che si ritrova anche, certamente, nelle parrocchie. Nelle parrocchie possiamo incontrare un po’ tutti, anche i grandi pensatori, i grandi artisti, i grandi professori, gli intellettuali, gli uomini politici, ma possiamo dire che per loro il luogo proprio dell’incontro non è tanto la parrocchia. La parrocchia deve cercare se stessa fuori di se stessa. E la Chiesa di Roma deve cercare se stessa un po’ fuori di se stessa.

Così uno degli elementi principali dell’eredità del Vaticano II è la seconda parte della Gaudium et Spes, nella quale vengono indicati i principali problemi, i problemi più urgenti: cioè le dimensioni più urgenti della vita, cominciando dalla famiglia - matrimonio e famiglia -, poi dalla cultura, fino a tutta la dimensione delle relazioni sociali, politiche, internazionali.

Tutto questo per quanto riguarda la metodologia nella tappa che ora deve essere iniziata, cioè nella tappa ulteriore, la tappa in cui tutta la Chiesa di Roma, non solamente il suo centro, diventa il Sinodo e tutti sono, in una qualche misura, chiamati, autorizzati a far parte di questo Sinodo, a portare qualche consiglio. Forse anche coloro che non si sentono cattolici possono darci qualche volta un consiglio, un consiglio non sempre cattivo.

Allora, certamente non si vedono tempi brevi. Piuttosto si vedono tempi lunghi. Ma, penso che la metodologia debba essere anche riferita ai tempi, perché se dobbiamo entrare un po’ dappertutto nell’autoricerca della nostra Chiesa romana, se dobbiamo entrare un po’ dappertutto, dobbiamo prevedere anche i modi ed i tempi per non lasciarci coinvolgere totalmente, perdendo la visione dell’insieme, del piano generale del Sinodo.

6. Un’ultima cosa. Avevo già annunciato l’ultima cosa, ma poi sono caduto nella penultima. Allora ritorno all’ultima e questa volta spero che non mi verrà un’altra tentazione. Se noi leggiamo gli Atti degli Apostoli, della primitiva comunità cristiana, vediamo che essa era assidua nell’ascolto della parola degli apostoli e della Parola di Dio attraverso gli apostoli, nella “fractio panis” e nella preghiera. Non si può andare avanti col Sinodo, con la grande opera di autoricerca della Chiesa romana, senza la preghiera sistematica. Si deve prevedere anche un sistema di preghiera col Sinodo e per il Sinodo, per i suoi frutti. Ci sono tante persone che forse non potrebbero darci tanti consigli, ma che sono pronte a pregare; aspettano solamente una domanda. Questo si deve anche prevedere; e tra le tante possibilità metodologiche che si devono prevedere, questa è la più importante.

Il Cardinale Vicario si è mostrato, come dire, molto comprensivo verso di me. Non ha suonato. Forse doveva farlo. Ma c’era un altro sistema di segnalazione, meno ufficiale: gli applausi. Anche quel sistema, però, non ha funzionato. Così se sono stato troppo loquace e troppo lungo, anche il campanello e gli applausi hanno la loro parte di responsabilità.


Preghiera per il Sinodo  

Questo il testo della preghiera composta dal Santo Padre per il Sinodo diocesano e che è recitata all’inizio dell’incontro tra il Vescovo di Roma ed il suo Presbiterio.  

O Dio, nostro Padre, sii benedetto per il dono dello Spirito che, per mezzo di Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, continuamente effondi sulla Chiesa ed è sorgente della sua comunione e del suo impegno missionario.

Guarda con bontà questa tua famiglia che in Roma si impegna a celebrare il Sinodo, sotto la guida del suo Vescovo, il Papa Giovanni Paolo, e di tutti coloro che ne condividono la sollecitudine pastorale.

Rinnova in essa i prodigi della Pentecoste: rendila docile a ciò che oggi lo Spirito le dice così che sia modello per tutte le Chiese e immagine autentica dell’assemblea universale del tuo popolo.

Le nostre parrocchie e le nostre comunità, edificate sulla tua Parola, e sull’Eucaristia, siano un cuore e un’anima sola, crescano nella fedeltà al Vangelo, siano attente alle tristezze e alle angosce, alle speranze e alle gioie degli uomini che vivono in questa Città.

Fa’ che tutti i membri di questa tua Chiesa, sostenuti dalla forza dello Spirito e illuminati dall’esempio di Maria, tua Serva fedele, ritrovino nuovo slancio nell’annuncio evangelico e preparino i cieli nuovi e la terra nuova del tuo Regno.

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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