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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLA CONGREGAZIONE DEI
FRATELLI DELLA CARITÀ
Martedì, 12
luglio 1988
Caro fratello superiore generale, cari fratelli delegati al capitolo.
È davvero una gioia e una consolazione per il Papa accogliere nel corso degli
anni un certo numero di capitoli generali dei religiosi, quando si riuniscono al
cuore stesso della Chiesa. Tutti questi istituti, animati dallo spirito
evangelico e originale del loro fondatore o fondatrice, sono un dono prezioso
del Signore alla sua Chiesa, per il servizio e la salvezza dell’umanità.
Saranno presto due secoli da quando il canonico Pierre-Joseph Triest, della
diocesi di Gand, soprannomminato subito “il san Vincenzo de’ Paoli del Belgio”,
pose le fondamenta di un istituto che egli aveva consacrato ai più diseredati.
Glorifichiamo insieme il Signore che rinnova sempre le forze della sua Chiesa
attraverso la fede e la carità testimoniate da tanti suoi discepoli (cf.
“Praefatio Sanctorum II”).
Durante il vostro Capitolo generale, avete fortemente risentito ed espresso
con chiarezza un nuovo richiamo a restare fedeli al carisma di carità del vostro
padre fondatore: servire i piccoli, i deboli, gli abbandonati. Questa dedizione
individuale e comunitaria porta gioia e speranza alla Chiesa di Cristo.
Per essere più preciso, allo scopo di sostenere la vostra missione di
Fratelli della Carità, desidero sottolineare, a nome della Chiesa, che la vostra
vita religiosa, come fratelli a servizio dei poveri, dei malati e degli
handicappati di ogni tipo, è anzitutto - nella profondità della vostra
consacrazione attraverso il Battesimo rinnovata con i voti evangelici - una
partecipazione all’amore stesso di Dio: “Deus caritas est” (1 Gv 4, 16).
Insomma, il carisma della vostra congregazione ha origine dal mistero
trinitario, e ogni Fratello della Carità ha un solo desiderio (svolgendo i suoi
compiti professionali con competenza): restare immerso nel mistero dell’amore
divino.
Concretamente, il Verbo incarnato - in missione di carità per il bene degli
uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi - è il modello perfetto del vostro
stile di vita religiosa. Noi tutti ricordiamo bene le commoventi parabole sulla
tenerezza di Dio per le persone ferite dalla vita, specialmente quella del buon
samaritano, quella della pecora perduta, quella del figliuol prodigo. Noi tutti
abbiamo meditato le numerose occasioni in cui Gesù si lasciava circondare e
assillare dai malati, gli infermi, i senza speranza. Questi segni di bontà e
potenza, compiuti discretamente per il bene di tante persone, fanno percepire il
fatto che Gesù è il divino liberatore, vincitore del male e della morte. La sua
risurrezione sarà il segno per eccellenza della sua divinità e della sua potenza
e salvifica che egli desidera condividere con tutti i suoi fratelli uomini. Cari
fratelli, la vostra missione quotidiana concreta deve alimentarsi di questa
ardente contemplazione di Cristo risorto, per essere in grado - per quanto è
possibile - di far rivolgere lo sguardo di fede dei vostri malati e handicappati
verso questo evento storico misterioso della risurrezione. Riattingendo, come
avete fatto, alle profonde motivazioni, allo spirito e allo stile quotidiano
della vostra vocazione, voi avete compiuto l’opera del Signore. Egli attendeva
questo approfondimento e questo nuovo slancio da questo diciottesimo capitolo
generale. E voi che siete i delegati dei vostri ottocento fratelli, voi saprete
trasmettere loro le ricchezze spirituali scoperte in queste settimane di
riflessione e di preghiera.
Ho notato che una delle preoccupazioni di questo capitolo è stata di
associare alla vostra missione di carità dei laici cristiani, che desiderano
vivere con generosità l’ideale dell’istituto. Un appello, con giudizio, perché
si associno i laici è senza dubbio ispirazione dello Spirito Santo. Con ardore e
umiltà, custodite e sviluppate il carisma di padre Triest, in modo che, per un
fenomeno di osmosi evangelica, possiate giungere a costituire, con i vostri
collaboratori laici, delle comunità non solo meglio strutturate
professionalmente, ma soprattutto trasparenti dell’amore di Dio per le persone
ferite nel loro essere fisico o psichico.
Da parte loro, i Fratelli della Carità edificheranno così quella civiltà
dell’amore, secondo la bella espressione del mio predecessore Paolo VI. Sulla
linea di questo progetto di associare dei laici ai molteplici servizi di carità
della vostra congregazione, auspico che giungiate a far intuire ai numerosi
giovani, che frequentano le vostre scuole, come l’attenzione alla sofferenza, il
rispetto e il servizio generoso agli esseri deboli e limitati costituisca una
pedagogia evangelica capace di far loro comprendere a poco a poco che la
sofferenza, accettata e offerta in unità con Cristo redentore, acquista un senso
e può contribuire allo sviluppo della salvezza di Dio nella vita degli uomini.
Cari fratelli, il Signore Gesù è con voi, cammina con voi, soffre con voi,
opera con voi. Non abbiate paura, malgrado le difficoltà! È proprio di tutti i
battezzati e confermati vivere nella speranza, a maggior ragione i religiosi
devono rifulgere di questa speranza soprannaturale! E Gesù ha donato sua Madre a
tutti gli uomini, e ancor di più a quelli e quelle che hanno accolto la sua
chiamata e lo seguono più da vicino. Che Maria vi insegni ad amare, come il
Signore Gesù, i giovani, gli adulti, gli anziani, che soffrono infermità o sono
feriti nelle loro facoltà umane!
Per sostenervi sulle strade della carità, accordo a voi, e a tutti quelli che
rappresentate, la mia affettuosa benedizione apostolica.
© Copyright 1988 - Libreria
Editrice Vaticana
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