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VISITA PASTORALE IN VENETO, LOMBARDIA, TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL

PREGHIERA E PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II
PER LE VITTIME DELLA FRANA DEL 1985

Tesero (Trento) - Domenica, 17 luglio 1988

 

1. Ho accolto volentieri l’invito della comunità di Tesero, presentandomi dall’Arcivescovo, monsignor Giovanni Maria Sartori, ed associarmi a voi nel ricordo della tragedia, che tre anni fa ha colpito quella comunità.

La mia presenza qui intende rendere visibile la sollecitudine che ho avuto modo già di esprimere: sia in quel doloroso evento del 19 luglio 1985, sia l’anno scorso nella mia visita a Longarone.

In questo momento, mentre rivivono nel nostro cuore quelle giornate di indicibile dolore, sentiamo anche il conforto della Parola di Dio, che ci assicura: “Il Signore risana i cuori affranti, e fascia le loro ferite” (Sal 146). Oggi sono venuto tra voi per confermarvi negli ideali di fede, di speranza, e di carità che vi sostennero in quella durissima prova; e per invitarvi a continuare sulla via della fedeltà al Signore che, nella sua provvida e misteriosa pedagogia del dolore, tutto dispone in un sapiente disegno di amore.

Come ho detto l’anno scorso al cimitero di Longarone, il problema del male costituisce l’“interrogativo perenne intorno al quale si sono affaticate le menti più elette, senza poter giungere a una spiegazione. Il problema del male in genere, e delle calamità in particolare, resta un mistero fitto, addirittura assurdo per l’intelletto umano. L’unico appoggio a cui l’uomo può aggrapparsi è il pensiero che Dio non è mai indifferente al dolore dei suoi figli, ma vi si è coinvolto drammaticamente nel suo unigenito, Gesù Cristo, che fu «soggetto alle nostre infermità, poiché fu messo alla prova in tutto come noi»” (Eb 4, 5).

2. Abbiamo pregato perché la luce eterna risplenda alle anime delle vittime, e perché il riflesso di quella luce rischiari anche tutti i momenti della nostra vita. Il ricordo dei defunti che riposano nel camposanto di san Leonardo e nei cimiteri dei luoghi di provenienza ci è di insegnamento. Le loro spoglie ci parlano della fragilità e della precarietà del passaggio terreno; mentre la memoria delle loro persone, dei loro meriti, della bontà dimostrataci e il pensiero della loro anima immortale ci ricordano quali sono i beni che dobbiamo maggiorente apprezzare nella vita di quaggiù. Soprattutto il pensiero dell’immortalità, di cui Dio ha dotato la nostra anima. È una certezza consolante, perché significa la vittoria sulla morte, il fatale avvenimento, che mette fine al nostro soggiorno terreno, ma non distrugge la nostra esistenza. La fede ci dice che essa non è che un episodio, al quale succede il nostro definitivo incontro con Cristo. In questo modo si esprime l’apostolo Paolo: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14, 8).

3. Ma possiamo e dobbiamo costatare con gratitudine anche la presenza della paternità di Dio nelle ore della prova, quando egli ha dato forza, ha suscitato energie, ha aperto strade, che solo una potenza infinita e piena di amore può e sa assicurare. La fede e l’esperienza indicano una di queste espressioni quale frutto della sventura cristianamente accolta e vissuta: ed è l’accrescersi dell’amore all’interno della stessa famiglia, tra i congiunti delle vittime e gli abitanti di Tesero. La dolorosa esperienza della fragilità della vicenda umana e della labilità dei beni materiali, la comunione dell’angoscia, l’improvviso cadere di terrene sicurezza aiutano a superare estraneità ed eventuali egoismi, rancori, e invitano ad aprire il cuore a nuove capacità di affetti, a rispettosa comprensione, a generosa condivisione. Questo hanno testimoniato quanti sono qui accorsi in questi giorni a donare energie, tempo, e cuore. Questo voi avete dimostrato di capire e di vivere; questo anche oggi vi proponete per l’avvenire quale risultato positivo di quell’ora tragica della vostra storia, da voi affrontata e superata con ammirevole forza d’animo e col conforto della fede.

Questo hanno testimoniato quanti hanno voluto trasmettere alle future generazioni la memoria perenne della loro solidarietà come le comunità del Vajont, provate da una tragedia ancora più immane, e i “vicini” della magnifica comunità di Fiemme, con la collaborazione di altri enti, attraverso il dono di due monumenti che, nella potenza simbolica dell’arte, sono un messaggio vigoroso di speranza e insieme un severo ammonimento a salvaguardare prima di ogni altro il bene supremo della vita. Quando ci ritroviamo attorno a una medesima croce, allora più che mai ci si scopre fratelli, attratti ancora una volta dal Cristo, e da lui indotti a vivere in confortante unità (cf. Gv 12, 32; 17, 20-21).

4. Questo luogo, inoltre, sollecita un altro pensiero. Nello splendore della natura, il Creatore manifesta la sua bellezza, e mette a disposizione dell’uomo risorse enormi, che devono essere usate per conseguire ordinatamente le finalità insite nella sua natura. Un uso ordinato per lo sviluppo, dunque. E qui amo ricordare quanto ho scritto nella recente enciclica Sollicitudo Rei Socialis: “Il carattere morale dello sviluppo non può prescindere neppure dal rispetto degli esseri che formano la natura visibile, e che i greci, alludendo appunto all’ordine che la contraddistinguono, chiamavano il “cosmo”. . . . Il dominio accordato dal Creatore all’uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di “usare e abusare”, o di disporre le cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con la proibizione di “mangiare il frutto dell’albero” (Gen 2, 16), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire” (Sollicitudo Rei Socialis, 34).

5. La preghiera che subentra alla riflessione ci aiuta a leggere la prova - pur sempre lacerante - fuori dalla emotività del momento.

La preghiera ci aiuta a comprendere che questo è un luogo non solo di sofferenza, di testimonianza e di ammonimento, ma anche di speranza e di crescita: perché proietta il nostro pensiero e la nostra vita al di là del contingente, fuori dello spazio e del tempo, e lo stabilisce in Dio. “Dice il Signore: io ho pensieri di pace, e non di afflizione; mi invocherete, e io vi esaudirò, e vi ricondurrò in patria da tutti i luoghi da dove siete stati condotti” (Ger 29, 11. 12. 14).

In questo cammino ci conforta e ci sostiene la Vergine Maria, invocata in queste zone come Madre Addolorata. Il suo esempio di fortezza nel dolore ci ottenga dal Signore la speranza del sabato santo, che venne coronata con la letizia della domenica di risurrezione.

Con questi voti a tutti imparto la benedizione, che estendo a tutti i vostri cari, specialmente ai piccoli, agli anziani e ai malati.

Al termine del discorso il Santo Padre si rivolge ancora a quanti hanno patito la morte dei propri cari nella grande tragedia di tre anni fa con queste parole:

Voglio ringraziare con tutto il cuore per questi doni che mi avete offerto, doni significativi, doni che fanno testimonianza. Ma più grande di questa testimonianza e di questi doni simbolici, è la presenza dei molti, qui convenuti. Vi ringrazio per la vostra presenza e per la vostra partecipazione alla preghiera commemorativa di oggi. Ringrazio il Cardinale Patriarca di Venezia per la sua presenza, l’Arcivescovo di Trento, come anche il suo predecessore, per questo invito. Ringrazio la comunità locale per la cordiale accoglienza.

Per me è un grande dono essere qui con voi in questo momento, come lo è stato tre anni fa.

L’uomo è così creato, così costituito dal Signore, dal suo Creatore che non può essere e vivere pienamente se non offrendo agli altri, offrendo i diversi doni, offrendo se stesso. Possiamo pensare anche a coloro che sono scomparsi. Anche loro ci fanno un dono: non possono più fare un dono visibile, sensibile, ma ci offrono il dono della loro memoria, il dono di questa testimonianza sulla precarietà e fragilità della vita, e di questa speranza che nella nostra fede è profondamente unita con la fragilità della vita terrestre. Ringraziamo per questo dono i nostri defunti, le vittime di questa tragedia, ringraziamo per tutti gli altri doni che la loro morte, tutta questa tragedia, ha suscitato nei cuori dei concittadini, dei familiari, di tutta la vostra nazione, perché fra le vittime non c’erano solamente i cittadini di questa zona e specialmente di questa località, ma erano anche italiani delle diverse parti della vostra patria. Ringrazio per la testimonianza della generosità e voglio aggiungere a questa testimonianza anche la presenza dei miei connazionali che si trovano qui; grazie a una iniziativa della Croce Rossa Italiana.

Saluto i miei connazionali. Così ringraziando tutti voglio congedarmi dalla vostra comunità e dalla vostra Chiesa; saluto ancora tutti i sacerdoti qui presenti, le religiose, tutti noi che siamo chiamati a seguire Cristo, donando la nostra vita per i nostri fratelli nella Chiesa e nel mondo. Speriamo così che si possa camminare con tutte le deficienze della vita presente verso il mondo migliore. Sia lodato Gesù Cristo.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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