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VISITA PASTORALE IN EMILIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I GIOVANI NELLA CATTEDRALE

Carpi (Modena) - Venerdì, 3 giugno 1988

 

Carissimi giovani della diocesi di Carpi!

1. Sono lieto di essere tra voi e di rispondere alle domande che avete voluto pormi. Ho visto in esse il vostro desiderio di confrontare la vostra fede e la vostra vita col successore di Pietro, a cui è affidato il compito di “confermare i fratelli”.

Il vostro Vescovo mi ha passato tutti i manoscritti e i dattiloscritti delle vostre richieste, ed ho scelto quelle che mi sono sembrate più attinenti alla vostra condizione di giovani cattolici.

Conoscete la fiducia che ripongo in voi. Siete la speranza della Chiesa e della società del terzo millennio. Mi preme quindi di mettermi in vostro ascolto e di dialogare con voi.

2. Una prima vostra domanda suonava così:

Essere oggi movimento ecclesiale che persegue finalità educative, vuol dire scontrarsi sempre più spesso con una realtà in forte contrapposizione al Vangelo. Nell’eventualità di poterne indicare uno solo, quale pensa che sia l’obiettivo educativo che occorre privilegiare ora nelle nostre Chiese particolari?

Rispondo cominciando con l’osservare che questo non è soltanto problema dei “movimenti ecclesiali”, ma di tutta la Chiesa, che è per struttura comunità educativa. Ed è problema grave in particolare nelle zone di cultura fortemente secolarizzata.

Ora, l’“obiettivo” fondamentale che la Chiesa persegue è la conversione a Cristo di ciascun essere umano, perché “non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12).

Occorre che i giovani di oggi superino la paura di incontrare Cristo, quasi fosse un motivo di soffocamento dell’umano autentico. Cristo è l’uomo perfetto, la verità totale dell’uomo; e concedersi a lui significa recuperare, sanare e recare a compimento la persona nella sua genuinità.

Occorre poi che il giovane credente senta la fierezza della sua identità ed assuma davanti al mondo un sereno atteggiamento critico che, mentre sa scorgere i valori di verità e di grazia disseminati dallo Spirito nei cuori di tutti gli uomini, abbia anche il coraggio di rifiutare i non-valori che la cultura circostante comporta.

L’ideale non è di essere e di agire “come gli altri”, ma di essere e di agire come Cristo vuole, non rinunciando all’annuncio scomodo ma affascinante del Vangelo. Così si incultura il cristianesimo nella società.

Aggiungo che l’incontro col Signore Gesù avviene normalmente attraverso l’incontro con una comunità ecclesiale unita, solida, attiva e lieta: capace di esprimere la componente umana in tutta la sua ricchezza.

3. La seconda domanda suona così:

Nella nostra comunità si tende a insistere nell’iniziazione cristiana su ciò che differenzia il credente dagli altri uomini su un piano esclusivamente morale. Pensiamo che il cristiano si identifica in base al suo rapporto con Cristo. Per noi giovani, chiamati a evangelizzare anche altri giovani, è importante e nello stesso tempo difficile, assumere questa mentalità e quindi agire di conseguenza. Non sarebbe opportuno elaborare e valorizzare di più percorsi educativi che non insistano sul “dover essere”, ma sull’“essere”?

Riconosco, cari giovani, che se l’insistenza nell’iniziazione cristiana vertesse soltanto sull’aspetto morale, trascurando la realtà nuova del battezzato, che in Cristo diventa una “nuova creatura” (cf. 2 Cor 5, 17), vi sarebbe veramente il rischio di scivolare in uno sbiadito “moralismo”.

E tuttavia, la testimonianza cristiana non può ignorare il “di più” che il credente possiede senza proprio merito, come dono ricevuto dal Signore Gesù: la consapevolezza della redenzione operata da Cristo, i mezzi sacramentali della grazia, l’aiuto di un orientamento offerto da un’autorità garantita dalla speciale assistenza divina, il sostegno della fraternità ecclesiale, sono alcuni aspetti di tale “di più”, che occorre riconoscere e condividere con tutti.

Sono certo necessari “percorsi educativi” che non insistano soltanto sul “dover essere”, ma anche e innanzitutto sull’“essere”. E tuttavia non vedo come il “rapporto con Cristo” possa non includere anche l’appello all’impegno morale. All’apostolo Pietro che, dopo la Pentecoste, annuncia pubblicamente, insieme con gli altri apostoli, la redenzione operata da Cristo, gli ascoltatori domandano subito: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2, 37). Non potrebbe essere altrimenti, se non si vuole che la proposta di Cristo finisca per coesistere con una vita inconciliabile col suo messaggio e col suo mistero salvifico.

Sono convinto che voi giovani comprendete benissimo questa esigenza di coerenza: all’“essere” devono seguire le “opere”. Le “opere” manifestano e trasmettono la fede con l’aiuto dello Spirito.

4. Vi è una terza domanda, formulata così:

Come aiutare il giovane nella scoperta di una vocazione laicale, senza tuttavia precludergli la possibile apertura a vocazioni diverse (sacerdotali e di particolare consacrazione)?

Confesso, cari giovani, di non capire bene il senso della domanda: così com’è formulata, sembra separare troppo nettamente la vocazione “laicale”, genericamente espressa dalla domanda, da quella verso la specifica vocazione sacerdotale o di particolare consacrazione. In realtà, la pedagogia cristiana introduce a vivere in Cristo globalmente attraverso i sacramenti dell’iniziazione e il lavoro educativo che li prepara; essa deve portare il giovane a un atteggiamento di disponibilità radicale nei confronti delle diverse vocazioni possibili, compresa quella al sacerdozio ministeriale o alla vita di particolare consacrazione. Sicché la vocazione dei laici è da considerare propriamente “aperta”: con l’illuminazione dello Spirito, con la vita comunitaria, con l’aiuto del direttore spirituale, il giovane, poi, deciderà per la vocazione laicale strettamente intesa (famiglia, lavoro, immersione nel mondo, impegno nell’orientamento a Dio delle realtà terrene) o deciderà per il ministero sacerdotale o per la vita religiosa.

Del resto, è dalla famiglia che nascono le vocazioni sacre.

La Chiesa, dunque, deve proporre ai giovani tutte le possibili vocazioni cristiane perché ciascuno si impegni a rispondere a Dio sulla strada su cui egli lo chiama. Non, dunque, assenza di “preclusione” per vocazioni speciali, ma invito a tutti i giovani perché prendano in considerazione anche tale possibilità.

Oggi la Chiesa - soprattutto la Chiesa delle zone del benessere - ha un estremo bisogno di sacerdoti e di persone che nella verginità, nella povertà e nell’obbedienza, si dedichino a Cristo e ai fratelli.

Una comunità ecclesiale che non esprimesse tutte le fisionomie vocazionali, dovrebbe seriamente interrogarsi davanti al Signore Gesù se stia vivendo una fede lucida, forte e gioiosa, o non invece cedendo al compromesso col “mondo”.

5. Un’altra domanda osserva:

Ella, Padre Santo, ha più volte esortato i giovani a costruire “la civiltà della verità e dell’amore”. Molti, anche non credenti, si dichiarano d’accordo con questa affermazione. Nello stesso tempo, però, ci viene detto che in realtà la verità non esiste e che “saggio è chi coltiva il dubbio”. Dov’è, allora, la verità su cui costruire questa nuova civiltà?

Cari giovani, il dubbio è sano quando nasce da certezze che si intendono approfondire. È invece segno di spirito fiacco, quando viene coltivato mollemente per se stesso.

Nella professione di fede, apriamo il Simbolo con un solenne e risoluto “credo”, che significa: sono certo, sono sicuro che è così. Lo sono perché so di affidarmi alla Parola di Dio, che né s’inganna né può ingannare. Cristo è la verità totale: davanti al suo insegnamento, che il Magistero ecclesiale interpreta autorevolmente, non v’è posto per il dubbio.

Cosa diversa è il giudizio su singole contingenze concrete: qui occorre riconoscere la possibilità di diverse accentuazioni. Occorre anche accogliere con docile obbedienza quanto le guide della Chiesa riterranno opportuno di indicare, con la prudenza che il Signore Gesù suggerisce loro.

A partire da queste certezze di fede, si potrà e si dovrà dialogare con chi si dichiara non credente. Occorrerà rendersi attenti nell’ascolto: può essere che a noi cristiani vengano offerti nuovi spunti di verità e di valore, che ci aiutano ad approfondire la conoscenza di Cristo. Verità piena ed assoluto valore. Il dialogo diviene così un “arricchimento della fede”.

Il dialogo, tuttavia, non è né l’arte di confondere e di lasciarsi confondere le idee, né un fine: esso è un mezzo per raggiungere sempre più pienamente la verità.

Del resto, vi chiedo, cari giovani, di osservare bene la realtà: spesso, chi assicura di non aderire a nessuna verità o è chiuso in “dogmi” laicisti, assunti come postulati certissimi, o è in attesa dell’annuncio cristiano: un annuncio che ha basi razionali, ma chiede di accogliere il mistero con libera scelta e con l’ausilio dello Spirito Santo.

6. Per rispondere, infine, alla domanda su come debba essere il vostro rapporto con la Vergine santa, vi suggerirei di rileggere l’enciclica Redemptoris Mater.

Sono convinto che un cristiano non può essere cristiano se non è anche mariano, perché la Madonna, con la sua “mediazione materna”, si staglia davanti a noi come l’icona della Chiesa nella sua perfezione, e ci conduce al suo Figlio che è l’unica causa di salvezza.

Abbiate una viva, tenera, e solida devozione alla Madonna. Lei vi porterà al Signore Gesù. Vi porterà alla piena conversione nel sacramento della Penitenza e alla comunione perfetta con Cristo nell’Eucaristia e nella vita. Vi renderà gioiosa l’appartenenza alla Chiesa e la attuazione della missione della Chiesa. Vi darà forza affinché ogni vostro incontro con Cristo sia sempre più profondo e sempre più appassionante. Vi donerà vigore e tenerezza nel servizio ai fratelli. Vi aiuterà, con premura di madre, “adesso e nell’ora della morte”.

Nella luce dolcissima del suo sorriso materno vi lascio la consegna di recare una ventata di freschezza nella vostra Chiesa particolare e di cuore vi benedico.


Prima di lasciare la Cattedrale di Carpi, il Papa si rivolge ancora ai numerosi giovani che gremiscono la chiesa e, improvvisando, pronuncia le seguenti parole.  

Questo è il mio augurio per tutti voi giovani che vedo tanto numerosi in questa chiesa, in questa Cattedrale e fuori nella piazza antistante. Tanto numerosi ed anche identificabili con diverse inscrizioni, come per esempio i Focolarini, Comunione e Liberazione, come anche i Gam, Gioventù Ardente Mariana, e poi come i Neocatecumenali e ancora tanti Scouts e tanti altri gruppi. Allora io saluto tutti e ciascuno personalmente, saluto le diverse comunità, ne ho già citato alcune che si sono visibilmente manifestate, saluto ora anche l’Azione Cattolica che esiste dappertutto.

Ma qui devo confessarvi che preparandomi per questa visita a Carpi ho incontrato il vostro Vescovo ed ho esaminato anche, naturalmente, tutte queste domande e mi sono detto così: ecco il mio caro Maggiolini mi porta verso i giovani. Perché dove sono i giovani sono sempre le domande. Ciò non vuol dire che gli altri non pongano domande, ma i giovani sono specialisti delle domande e con questo sistema, sembra abbiano sconvolto un po’ il sistema scolastico dove loro sono i soggetti interrogati. Hanno, cioè, pensato così: approfittiamo del fatto che abbiamo davanti a noi il Papa che si dice un insegnante, che insegna nella Chiesa, rivolgiamogli allora delle domande in modo che lui risponda. Così noi diverremo i docenti e lui l’allievo che deve dare risposte . . . Faremo scuola al Papa. E questo sembra un segno caratteristico dei giovani. Quando c’è un incontro con loro, nella diocesi, nelle parrocchie, in ogni parte d’Italia e del mondo, sempre vengono formulati quesiti. Ma qui è intervenuto anche un altro elemento, molto valido e significativo: le chitarre, invero molto numerose. Allora potremmo concludere con questa considerazione: chi sono i giovani qui a Carpi? Ma io penso non soltanto in questa città - come si possono descrivere? Penso si possano descrivere con questi due elementi: domande e chitarre.

Questo è molto utile a noi tutti, specialmente ai sacerdoti qui presenti, ai fratelli nel sacerdozio, che si sentono più giovani.

Questo è un dono per la Cattedrale di Carpi: un calice. Ancora una riflessione, perché, certamente, dai giovani e da tutti si può imparare molto. In questo momento avete cantato “Arriveremo insieme a te verso la libertà, insieme a te Maria” . . . Come è forte, come è profondo in ogni uomo, in ogni persona umana questo desiderio della libertà. Tutto ciò dice a tutti e a ciascuno della nostra somiglianza con Dio. È vero siamo liberi ed in quanto liberi possiamo cantare e desiderare di arrivare alla libertà. Vediamo, d’altra parte, che la libertà non è solamente un dono, non è solamente una qualità chiusa, la libertà è una realtà aperta, una spinta di perfezionamento per acquisire sempre più perfettamente la liberta. La libertà è una qualità spirituale dell’uomo che sempre domanda all’uomo di trascendere se stesso. L’uomo ha due qualità spirituali, due attitudini che lo portano entrambi alla trascendenza; la prima è la conoscenza, questa trascendenza verso la verità. E poi abbiamo questa stupenda qualità, facoltà: la libera volontà; la libertà che ci porta verso un bene non qualsiasi ma assoluto. Per trascendere se stessi, per realizzare sempre meglio ciò che è la libertà, una realtà umana, bella, propria di ogni persona si pone il problema di “come” essere liberi. Noi sappiamo che molti, pur essendo liberi in quanto persone umane, non sanno essere liberi, fanno un uso cattivo della loro libertà. La libertà diventa una contraddizione. Allora, come fare perché la nostra libertà non divenga una contraddizione, ma al contrario diventi quello che deve essere? Come e cosa è allora il vero perfezionamento, il vero sviluppo, la vera attuazione, la vera realizzazione della nostra libertà? La risposta che ci dà Cristo, il Vangelo è: la pienezza della libertà è amore. Noi siamo liberi per amore: se noi attuiamo l’amore, se noi cresciamo nell’amore autentico durante la nostra vita, noi facciamo crescere la nostra libertà, facciamo attuare la nostra libertà nel modo proprio al suo destino. In questa luce è possibile un po’ capire il messaggio cristiano, la fede; c’era tra le vostre domande il quesito di come parlare della civiltà dell’amore con quelli che non credono. Ecco qui una piccola esegesi che potrebbe essere utile anche a ciascuno di voi. Sono belle queste parole, questa invocazione a Maria: “Cammineremo insieme con te verso la libertà”, “cammineremo insieme con te verso la libertà”.

Al termine dell’incontro con i giovani di Carpi il Papa, uscendo dalla Cattedrale, rivolge alcune brevi espressioni di saluto e di ringraziamento alle persone presenti nella piazza Martiri. Queste le parole improvvisate dal Papa.  

Ancora un’altra possibilità di ammirare questa vostra piazza “tanto applaudita”. Grazie per la possibilità di incontrarci non soltanto nella Cattedrale ma anche in questa piazza e di portare la buona novella di Cristo, il Vangelo di Cristo, dentro la vostra città. Vi ringrazio per la buona accoglienza, vi auguro tutto il bene; auguro ai malati la guarigione, la sanità, a quelli che si trovano nella disperazione la fiducia e la speranza, auguro a tutti la forza che ci viene dallo Spirito Santo, che viene dalla croce di Cristo; la grazia è la croce di Cristo ed è in virtù del suo sacrificio che lo Spirito Santo rimane sempre tra noi, rimane sempre presente ed operante nei nostri spiriti umani.

Ci troviamo con l’immagine della Madonna alle nostre spalle. Allora rivolgiamoci a lei pregando con l’Ave Maria . . . Ancora una volta grazie Carpi.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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