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VISITA PASTORALE IN EMILIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I SACERDOTI E I RELIGIOSI
NEL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA GHIARA

Reggio Emilia - Lunedì, 6 giugno 1988

 

1. “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33).

Queste parole di speranza Gesù ha rivolto ai suoi apostoli la vigilia delle sua passione; queste parole ripete oggi a voi, sacerdoti, religiosi e religiose, anime consacrate, che vivete in questa terra emiliana, nella quale col benessere economico e sociale si è diffusa una cultura spesso chiusa - quando non apertamente ostile - ai richiami e ai valori dello spirito. “Abbiate fiducia; - vi ripete Gesù - io ho vinto il mondo”.

Se Gesù vi chiede fiducia è perché egli per primo vi ha dato fiducia. Vi ha dato fiducia quando, con un gesto di amore assolutamente gratuito, vi ha chiamati a seguirlo più da vicino, a “lasciare casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa sua e a causa del Vangelo” (Mc 10, 29). Vi ha dato fiducia quando, con una particolare effusione dello Spirito, vi ha consacrati e, nella diversità dei doni e dei ministeri, vi ha “costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Vi ha dato fiducia quando vi ha scelti e vi ha mandati, proprio voi, perché foste in questa terra emiliana annunciatori del suo Regno, testimoni della sua risurrezione, segno profetico di quei “nuovi cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3, 13).

La vostra missione, come la missione di tutta la Chiesa in questo ultimo scorcio del secondo millennio cristiano, non è facile. Ci troviamo davanti a situazioni nuove che, se da una parte aprono promettenti e insperate possibilità all’annuncio del Vangelo, dall’altra sembrano far perdere agli uomini la fiducia in tutto quello che di cristiano, anzi di umano, c’è nel mondo. Ma non dobbiamo temere. La missione è scaturita dalla Pasqua di Gesù; ed è la missione stessa che il Padre ha affidato a Cristo e che Cristo, prima di salire al cielo, ha trasmesso alla sua Chiesa. Missione di salvezza, che deriva la sua forza dalla presenza di Cristo e dalla potenza dello Spirito.

2. Gesù non ha nascosto ai suoi apostoli le difficoltà della missione: il rifiuto, l’ostilità, le persecuzioni che avrebbero incontrato. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15, 18. 20). E non c’è solo la persecuzione aperta che ha fatto e continua a fare i martiri; c’è una insidia più subdola - e, per questo, forse più pericolosa - che è comune a tanti Paesi del mondo occidentale. È quella che non vuole fare dei martiri ma degli uomini “liberi”, liberi, - si intende - da ogni religione e da ogni morale; che non soffoca l’idea di Dio nel sangue ma nell’accumulo dei beni di consumo e nell’appagamento degli istinti naturali; che non combatte l’idea cristiana ma la ignora, relegandola fra i miti del passato. Proprio perché prevedeva tutto questo, prima di affidare la sua missione alla Chiesa, Gesù ci ha dato la consolante assicurazione: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Ecco la certezza che guida e sostiene la missione della Chiesa; ecco la certezza che deve guidare e sostenere la vostra missione: la certezza che, in Gesù Cristo, Dio è con noi; ieri come oggi; oggi come domani, fino alla fine del mondo. E “se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Rm 8, 21. 35).

Questo elenco di ostacoli, sia pure con connotazioni diverse, è attuale anche per noi. Anche noi conosciamo la tribolazione che deriva dall’essere rimasti pochi e oberati di lavoro; conosciamo l’angoscia per tanti nostri fratelli che hanno abbandonato la fede; conosciamo la persecuzione, di oggi, come ho detto sopra; conosciamo la fame, in questa vostra terra non più la fame di pane ma la fame di anime generose che ci seguano; conosciamo la nudità, il vuoto di tante nostre case e di tante nostre iniziative; conosciamo il pericolo, soprattutto quello dell’infedeltà in un mondo che per principio rifiuta l’impegno stabile; conosciamo la spada, la cultura di morte che sembra avere invaso gli apparati della società umana, mettendo a repentaglio la vita degli altri per motivi di lucro o di ideologia, fino a distruggere la vita nel seno materno.

3. E allora? La risposta di Paolo è precisa e decisa: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Rm 8, 27). Proprio perché ci ha amati e ci ama, egli è con noi. E, la sua, è una presenza pasquale, che non è solo aiuto e conforto ma dà un senso nuovo, diverso, inaspettato alle difficoltà, alle tribolazioni, alle ostilità, agli apparenti insuccessi. Quello che poteva sembrare ostacolo alla missione diventa, alla luce della fede, il segreto della sua fecondità. La presenza di Cristo pasquale ci dà la certezza che, quando sembriamo sconfitti, proprio allora siamo vincitori, anzi “più che vincitori”. È la logica sconvolgente scaturita dalla croce. Sul piano umano la croce di Gesù è un vistoso fallimento; ma proprio da esso è derivata quella novità esplosiva, che ha cambiato il volto della vita e della storia umana.

Gesù lo aveva preannunciato: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). È nella prospettiva di questa parabola che Paolo poteva esclamare: “Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12, 10).

Ecco il segreto della nostra fiducia: quando siamo deboli, è allora che siamo forti; e più siamo deboli, più siamo forti, perché più lasciamo trasparire la presenza e la potenza del Cristo pasquale. E con questo paradosso la Chiesa cammina già da duemila anni e camminerà . . . Con nient’altro, con questo paradosso.

4. Nell’affidare alla Chiesa la sua missione, Gesù non ci ha solo garantito la sua presenza fino alla fine del mondo, ci ha promesso e trasmesso la potenza del suo Spirito. La promessa, risuonata a varie riprese nel discorso di addio, ha avuto il suo primo compimento nel cenacolo, la sera stessa di Pasqua. “Gesù si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo avere detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 21-23). Il compimento pieno della promessa si è avuto poi nel giorno di Pentecoste quando “apparvero loro lingue di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo . . .” (At 2, 31).

Da allora lo Spirito è all’opera nella vita e nella storia dell’umanità. È all’opera nel mondo, che si avvicina al terzo millennio cristiano, per farne il Regno d’amore del Padre. È all’opera nella Chiesa, in questa Chiesa del Concilio Vaticano II, che, nella continuità della Tradizione cristiana, si va rinnovando di giorno in giorno per essere sempre più vicina a Dio e agli uomini. È all’opera nelle nostre Chiese, in queste coraggiose Chiese dell’Emilia che, in una situazione pastorale particolarmente difficile, vanno riscoprendo la loro vocazione essenziale: quella di annunciare il Vangelo qui, oggi, a tutti e in tutte le situazioni in cui vive e opera la gente. È all’opera nelle vostre comunità, anche se piccole e povere, perché, proprio perché piccole e povere, sono ricche di fede e grandi nella carità.

Lo Spirito di Dio è lo Spirito della vita, capace di fare esplodere la vita anche là dove tutto sembrava morto e inaridito (cf. Ez 37). Ecco perché possiamo e dobbiamo avere fiducia. Non solo possiamo, ma dobbiamo. La speranza per i cristiani, e molto più per i consacrati, non è un lusso, è un dovere. Sperare non è sognare; al contrario, è lasciarsi afferrare da colui che può trasformare il sogno in realtà.

5. Ma la speranza, per non venir meno, ha bisogno di essere alimentata da una intensa vita di preghiera, di ascolto della Parola di Dio, di contemplazione. La crescita del lavoro nella vigna del Signore, proprio mentre si va assottigliando il numero degli operai, può farci dimenticare che siamo stati chiamati prima di tutto per stare con il Signore, ascoltare la sua Parola, contemplare il suo volto. La dimensione contemplativa è inscindibile dalla missione, perché, secondo la celebre definizione di san Tommaso ripresa anche dal Concilio, la missione è essenzialmente “contemplata aliis tradere” (S. Thomae “Summa Theologiae”, IIa-IIae, q. 188, a. 7; cf. Presbyterorum Ordinis, 13), trasmettere agli altri ciò che prima noi abbiamo a lungo contemplato.

Di qui l’esigenza di lunghi spazi di preghiera, di concentrazione, di adorazione; l’esigenza di una lettura assidua e meditata della Parola di Dio; l’esigenza di un ritmo contemplativo, quindi calmo e disteso, nella celebrazione dell’Eucaristia e della liturgia delle ore; l’esigenza del silenzio come condizione indispensabile per realizzare una profonda comunione con Dio e fare di tutta la nostra vita una preghiera. Come consacrati non dobbiamo solo pregare, dobbiamo essere una preghiera vivente. Si potrebbe dire anche, dobbiamo pregare apparentemente non pregando. Dobbiamo pregare apparentemente non avendo tempo per pregare, ma dobbiamo pregare. Un altro paradosso. Umanamente questa è una cosa impossibile: come pregare non pregando? Ma se san Paolo ci dice che “lo Spirito Santo prega in voi”, allora la cosa diventa un po’ diversa.

6. Modello della nostra speranza è la Madre di Dio. Come Abramo e più di Abramo, Maria “ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4, 18) e si abbandonò fiduciosamente alla parola del Dio vivo e alla potenza del suo Spirito. In questo giorno di grazia, in questo meraviglioso tempio che la pietà del popolo reggiano ha eretto alla Madonna della Ghiara, ci rivolgiamo a lei e a lei chiediamo il coraggio di stare con lei presso la croce e di accettare la logica della croce; il coraggio di gridare con la forza dello Spirito: “Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possediamo tutto” (2 Cor 6, 8-10).

Santa Maria, madre di Dio, madre della beata speranza, prega per noi.


Al termine del discorso rivolto ai sacerdoti, ai religiosi ed alle religiose della Diocesi di Reggio Emilia il Papa pronuncia le seguenti parole.  

Una parola ancora, un poco meno “seria”. Gli italiani sono soliti dire alla persona che incontrano la parola coraggio. Ed anche a me tanti dicono: coraggio. Sono molto grato per questo incitamento ed a mia volta dico anch’io coraggio. Ma in questa circostanza vorrei trarre dalla parola coraggio un “piccolo trattato ecclesiologico”, perché qui siamo riuniti insieme non solo con la diocesi di Reggio Emilia ma anche con le altre Chiese di questa regione, di questa provincia ecclesiastica di cui è metropolita l’Arcivescovo di Modena. E buona cosa che le Chiese si incontrino insieme non solamente nel loro ambiente proprio, nella diocesi, ma anche nella dimensione più grande di una provincia, di una metropoli. Poi questi sistemi più moderni operanti nei territori ecclesiastici qui in Italia servono a creare la comunità, la comunione ed una certa solidarietà operativa. Ma appunto quando si incontrano queste Chiese sempre si dice, anche non pronunciandola, la parola coraggio. Questo incontro, questo essere insieme di sacerdoti, religiosi e religiose di diverse diocesi porta in sé, anche tacitamente, la parola coraggio. Poiché è questa la parola che ci ha lasciato Cristo, un po’ come parola centrale: “non abbiate paura” vuole dire appunto coraggio. Ed io sono molto grato per questa circostanza in cui noi tutti possiamo dirci reciprocamente coraggio, e possiamo dirlo anche al nostro amatissimo Vescovo di Reggio Emilia che da tanti anni serve la Chiesa locale e proprio oggi, 6 giugno, celebra l’anniversario del suo ingresso alla guida della diocesi.

Allora molti si domandano perché il Papa viaggia, alcuni lo accusano e non mancano le cattive parole contro questo suo modo di viaggiare; lui viaggia per dire agli altri coraggio, ma anche per sentirsi dire coraggio. Faccio sempre questa interpretazione delle parole che Gesù ha rivolto a Pietro: tu dopo la tua conversione devi confortare, confermare i tuoi fratelli. Questo va bene, ma io dico così: devo anch’io essere confermato dai miei fratelli. Dai fratelli e dalle sorelle. Qui si apre un altro capitolo. Noi sappiamo chi era più coraggioso nei momenti critici, nei momenti della passione: erano le donne.

Grazie per questo incontro, il Signore vi benedica, mantenetevi forti e fiduciosi. Preghiamo insieme per le vocazioni: è un problema che ci preoccupa in tanti paesi di questo mondo tanto sviluppato, tanto maturo nel senso mondano. Forse anche questo mondo comincerà a capire sempre di più la sua immaturità, o la sua povertà spirituale. Questo è il primo passo, la prima beatitudine della montagna: “Beati i poveri”, dovete sentirvi poveri, dovete riscoprire la povertà. La Chiesa sempre si proclama e si esprime con questa parola: Chiesa dei poveri. Molti si fermano al solo aspetto della povertà materiale, riferendosi ad esempio alla povertà del Terzo Mondo, a povertà lontane da qui. Ma Chiesa dei poveri vuol dire Chiesa che serve a tutti per scoprire la povertà, la povertà salvifica. Sia lodato Gesù Cristo.  

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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