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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 10 maggio 1988

 

Cari fratelli in Gesù Cristo.

1. Un caloroso e fraterno saluto a tutti voi, pastori delle Chiese locali delle province di Baltimora, Washington, Atlanta e Miami.

Noto con piacere la presenza dell’Arcivescovo Hicky prima del Concistoro in cui sarà creato Cardinale. Con l’Arcivescovo Borders saluto la prima sede di Baltimora che si prepara a celebrare il bicentenario nel prossimo anno, con grande significato per l’intera Chiesa. Saluto con una speciale e fraterna affezione l’Arcivescovo di Atlanta, Marino, il primo Arcivescovo negro degli Stati Uniti, che presto verrà a ricevere il Pallio. Ricambio con gratitudine il benvenuto dell’Arcivescovo McCarthy al mio arrivo a Miami. A tutti voi, cari fratelli nell’episcopato, esprimo la mia stima e solidarietà in Cristo Gesù.

Recentemente ho parlato ai Vescovi della V regione dell’invito alla conversione, e in questa circostanza vorrei parlare a voi dell’invito alla preghiera.

Abbiamo meditato sulle parole di Gesù: “Pregate in ogni momento perché abbiate la forza . . . di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21, 36). E oggi di nuovo accogliamo l’invito alla preghiera che viene a ciascuno di noi e a tutta la Chiesa da Cristo stesso. L’invito alla preghiera pone nella giusta prospettiva tutto l’impegno della Chiesa. Nel 1976, parlando all’incontro di Detroit su “l’invito a impegnarsi”, Paolo VI dichiarò che “nella Tradizione della Chiesa ogni invito all’azione è prima di tutto invito alla preghiera”. Queste parole sono di grande significato anche oggi. Sono una provocazione per la Chiesa negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

2. La Chiesa universale di Cristo, e quindi ogni Chiesa particolare, esiste per pregare. Nella preghiera la persona umana esprime la sua natura; la comunità esprime la sua vocazione; la Chiesa raggiunge Dio. Nella preghiera la Chiesa entra in comunione con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo (cf. 1 Gv 1, 3). Nella preghiera la Chiesa esprime la sua vita trinitaria, perché si dirige verso il Padre, è sottoposta all’azione dello Spirito Santo e vive pienamente il rapporto con Cristo. Davvero essa si sperimenta come corpo di Cristo, come Cristo mistico.

La Chiesa incontra Cristo nella preghiera nel più profondo del suo essere. In questo modo essa scopre la verità dei suoi insegnamenti e assume la sua mentalità. Cercando di vivere un rapporto personale con Cristo, la Chiesa realizza compiutamente la dignità personale dei suoi membri. Nella preghiera la Chiesa si concentra su Cristo; prende Cristo; prende possesso di lui, gusta la sua amicizia ed è perciò in grado di comunicarlo. Senza la preghiera tutto questo viene a mancare ed essa non avrebbe niente da offrire al mondo. Ma con l’esercizio della fede, la speranza e la carità nella preghiera, si rafforza la sua capacità di comunicare Cristo.

3. La preghiera è l’obiettivo di ogni catechesi nella Chiesa, poiché è un mezzo di unione con Dio. Attraverso la preghiera la Chiesa esprime la signoria di Dio e compie il primo e grande comandamento dell’amore.

Tutto ciò che di umano esiste viene segnato dalla preghiera. Il lavoro umano viene rivoluzionato dalla preghiera, elevato al suo più alto livello. La preghiera è la sorgente della piena umanizzazione del lavoro. Nella preghiera viene compreso il valore del lavoro, perché cogliamo il fatto di essere veramente collaboratori di Dio nell’opera di trasformazione ed elevazione del mondo. La preghiera consacra questa collaborazione. Nello stesso tempo è un mezzo attraverso il quale noi affrontiamo i problemi della vita e in cui ogni impegno pastorale viene concepito e portato avanti.

L’invito alla preghiera deve precedere l’invito all’azione, ma l’invito all’azione deve in realtà accompagnare l’invito alla preghiera. La Chiesa trova nella preghiera la radice del suo impegno sociale, la capacità di motivarlo e di sostenerlo. Nella preghiera noi scopriamo le necessità dei nostri fratelli e sorelle e le facciamo diventare nostre, perché nella preghiera noi scopriamo che le loro necessità sono le necessità di Cristo. La coscienza sociale è formata nella preghiera. Secondo le parole di Gesù, giustizia e misericordia sono tra “le prescrizioni più gravi della legge” (Mt 23, 23). L’impegno della Chiesa per la giustizia e la sua ricerca della misericordia avranno successo solo se lo Spirito Santo le darà il dono della perseveranza: questo dono deve essere cercato nella preghiera.

4. Nella preghiera noi giungiamo a comprendere le beatitudini e le ragioni per cui viverle. Solo attraverso la preghiera noi possiamo cominciare a vedere le aspirazioni degli uomini secondo la prospettiva di Cristo. Senza le intuizioni della preghiera non potremmo mai cogliere tutte le dimensioni dello sviluppo umano e l’urgenza, per la comunità cristiana, di impegnarsi in questo lavoro.

La preghiera ci invita a un esame di coscienza su tutti i problemi che colpiscono l’umanità. Ci invita a valutare la nostra responsabilità, personale e collettiva, davanti al giudizio di Dio e alla luce della solidarietà umana. Per questo la preghiera trasforma il mondo. Tutto in essa si rinnova, sia negli individui sia nelle comunità. Nuove mete e nuovi ideali emergono. Si riafferma la dignità e l’azione cristiana. Le promesse del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine Sacro acquistano un’urgenza nuova. Nella preghiera si spalancano gli orizzonti dell’amore coniugale e della missione della famiglia.

La sensibilità cristiana dipende dalla preghiera. La preghiera è conduzione essenziale - anche se non l’unica - per una corretta lettura dei “segni dei tempi”. Senza preghiera è inevitabile ingannarsi in una questione così delicata.

5. Le decisioni richiedono la preghiera; le grandi decisioni richiedono intensa preghiera. Gesù stesso ce ne ha dato l’esempio. Prima di chiamare i discepoli per sceglierne dodici, Gesù trascorse la notte, sulla montagna, in comunione con il Padre (cf. Lc 6, 12). Per Gesù pregare il Padre non significava solo luce e forza. Voleva dire anche fiducia, abbandono e gioia. La sua natura umana esultava nella gioia della preghiera. L’intensità della gioia della Chiesa, in ogni secolo, è proporzionata alla sua preghiera.

L’intensità della sua forza e la condizione per la sua fiducia sono la fedeltà nella preghiera. I misteri di Cristo si svelano per coloro che si avvicinano a lui nella preghiera. La piena applicazione del Concilio Vaticano II sarà sempre condizionata dalla perseveranza nella preghiera. I grandi passi compiuti dai laici nella Chiesa nel comprendere quanto essi appartengono alla Chiesa - si possono spiegare - in ultima analisi solo per la grazia e la sua accoglienza nella preghiera.

6. Nella vita della Chiesa oggi noi ci accorgiamo spesso che il dono della preghiera è legato alla parola di Dio. Una rinnovata scoperta delle Sacre Scritture ha portato avanti i frutti della preghiera. La Parola di Dio, accolta e meditata, ha la forza di portare il cuore dell’uomo in una comunione sempre più grande con la Santissima Trinità. Sempre di più questo avviene nella Chiesa di oggi. I benefici ricevuti attraverso la preghiera legata alla Parola di Dio ci spingono a un’ulteriore risposta di preghiera (la preghiera di lode e ringraziamento).

La Parola di Dio genera preghiera in tutta la comunità. Nello stesso tempo è nella preghiera che la Parola di Dio viene compresa, applicata e vissuta. Per noi tutti che siamo ministri del Vangelo, con la responsabilità pastorale di annunciare la buona novella “opportune et inopportune” e di esaminare attentamente la realtà della vita quotidiana alla luce della sacra Parola di Dio, la preghiera è il contesto in cui noi prepariamo la proclamazione della fede. Tutta l’evangelizzazione è preparata nella preghiera; nella preghiera dapprima si applica a noi; nella preghiera viene poi offerta al mondo.

7. Ogni Chiesa locale è se stessa con verità nella misura in cui è una comunità in preghiera, con tutto il dinamismo conseguente che la preghiera mette in atto. La Chiesa universale non è mai se stessa come quando riflette fedelmente l’immagine di Cristo in preghiera: il Figlio che, pregando, volge tutto il suo essere al Padre e consacra se stesso per amore dei fratelli “perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19).

Per questo motivo, cari fratelli nell’episcopato, desidero incoraggiarvi in tutti i vostri sforzi per insegnare alla gente a pregare. È compito della Chiesa apostolica trasmettere gli insegnamenti di Gesù a tutte le generazioni, offrire fedelmente ad ogni Chiesa locale la risposta di Gesù alla domanda: “Insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). Vi assicuro l’appoggio mio e di tutta la Chiesa nel vostro impegno di predicare l’importanza della preghiera quotidiana e dare l’esempio della preghiera. Dalle parole di Gesù noi sappiamo che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, egli è in mezzo a loro (cf. Mt 18, 20). E sappiamo che in ogni Chiesa locale riunita in preghiera attorno al Vescovo vive l’incomparabile bellezza di tutta la Chiesa cattolica come immagine fedele del Cristo in preghiera.

8. Nel suo compito di pastore della Chiesa universale, il successore di Pietro è chiamato a vivere una comunione di preghiera con i suoi fratelli Vescovi e le loro diocesi. Per questo tutte le vostre iniziative di promozione della preghiera hanno il mio pieno sostegno. Nella carità fraterna e pastorale vi sono vicino quando invitate il vostro popolo alla preghiera quotidiana, quando lo invitate a scoprire nella preghiera la loro dignità di cristiani. Ogni iniziativa diocesana o parrocchiale che esorta a una più intensa preghiera individuale e familiare è una benedizione per la Chiesa universale. Ogni gruppo che si riunisce per la recita del rosario è un dono per il Regno di Dio. Sì, dovunque due o tre sono riuniti nel nome di Cristo, là c’è lui. Le comunità contemplative sono un dono speciale dell’amore di Dio per il suo popolo. Esse hanno bisogno e meritano la pienezza del vostro amore e sostegno pastorale. Il loro compito particolare nel mondo è di testimoniare la supremazia di Dio e il primato dell’amore di Cristo “che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3, 19).

Quando esercitiamo, come Vescovi, la nostra responsabilità apostolica di richiamare il nostro popolo alla preghiera, noi compiamo così pienamente e profondamente il nostro ministero pastorale. Non tutti risponderanno, ma milioni di persone desiderano farlo. E lo Spirito Santo desidera servirsi dei Vescovi della Chiesa come strumenti in un’opera che, in ragione della sua suprema delicatezza, tocca a lui solo, che è “Dextrae Dei Digitus”. Il soffio dello Spirito Santo può rinnovare completamente la Chiesa, oggi, attraverso il dono della preghiera. Dobbiamo considerare di ricevere questo dono, così legato all’amore di Dio; dobbiamo invocarlo per la Chiesa qui ed ora, e vederlo anche come la caratteristica della Chiesa del millennio. Questo è il contesto vitale in cui, come pastori, dobbiamo invitare la Chiesa a pregare. Qui si tocca con mano l’identità del Vescovo come segno di Cristo, “un segno del Cristo che prega, un segno del Cristo che parla al Padre suo, dicendo: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terrà»” (Lc 10, 21) (“Ad quosdam episcopos e Civitatibus Foederatis Americae Septemtrionalis occasione oblata “ad limina” visitationis coram admissos”, 2, die 3 dec. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 [1983] 1234).

9. La preghiera raggiunge un livello di dignità ed efficacia speciale per la comunità nella sacra liturgia della Chiesa e particolarmente nella celebrazione eucaristica, che è la fonte e il culmine della vita cristiana. In questo senso la celebrazione eucaristica della domenica è di immensa importanza per le vostre Chiese locali e per la loro vitalità. Cinque anni fa, parlando a lungo su questo argomento, ricordai che “in tutti gli Stati Uniti c’è stata una grande storia di partecipazione all’Eucaristia da parte del popolo, e per questo dobbiamo ringraziare Dio” (“Ad quosdam episcopos e Civitatibus Foederatis Americae Septemtrionalis occasione oblata “ad limina” visitationis coram admissos”, 1, die 9 iul. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 [1983] 46). Il tempo è maturo per rinnovare la nostra gratitudine verso Dio per questo grande dono e per rafforzare questa splendida tradizione dei cattolici americani. In quell’occasione ricordai anche: “Tutta la tensione dei laici volta a consacrare il mondo dell’attività secolare a Dio trova ispirazione e magnifica conferma nel sacrificio eucaristico. La partecipazione all’Eucaristia è solo una piccola parte della settimana dei laici, ma tutta l’efficacia della loro vita e tutto il rinnovamento cristiano dipende da essa: la prima e indispensabile fonte dell’autentico spirito cristiano”. (“Ad quosdam episcopos e Civitatibus Foederatis Americae Septemtrionalis occasione oblata “ad limina” visitationis coram admissos”, 1, die 9 iul. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 [1983] 48).

Nell’assemblea eucaristica domenicale il Padre glorifica sempre la risurrezione del Figlio Gesù Cristo accettando il suo sacrificio offerto per tutta la Chiesa. Conferma il carattere pasquale della Chiesa. L’ora del culto eucaristico domenicale è una espressione potente della natura cristocentrica della comunità, che Cristo offre al Padre come dono. E mentre offre la Chiesa al Padre, Cristo stesso convoca la Chiesa per la sua missione: missione soprattutto di amore e lode, per poter dire: “Sei tu la mia lode nella grande assemblea” (Sal 23 [22], 26).

Mentre la Chiesa viene chiamata alla lode, è chiamata al servizio nella carità fraterna e nella giustizia, la misericordia e la pace. Proprio nel convocare la Chiesa per il servizio, Cristo consacra questo servizio, lo rende fecondo e lo offre al Padre nello Spirito Santo. Questo servizio cui la Chiesa è chiamata è il servizio dell’evangelizzazione e della promozione umana in tutti i suoi aspetti vitali. Si tratta di un servizio nel nome di Cristo e della sua misericordia, nel nome di colui che ha detto: “Sento compassione di questa folla” (Mt 15, 32).

10. Ci sono molti altri aspetti della preghiera, privata e liturgica, che meritano una riflessione. Ci sono molte altre dimensioni dell’invito alla preghiera che la Chiesa potrebbe sottolineare. Ma in questo momento desidero solo accennare a due realtà che la Chiesa deve sempre affrontare e che può affrontare in maniera appropriata solo nella preghiera. Si tratta della sofferenza e del peccato.

È nella preghiera che la Chiesa comprende e affronta la sofferenza; essa reagisce ad essa come Gesù nell’Orto degli Ulivi: “In preda all’angoscia, pregava più intensamente” (Lc 22, 44). Davanti al mistero della sofferenza, la Chiesa non è ancora in grado di modificare o migliorare il consiglio di san Giacomo: “Chi tra voi è nel dolore, preghi” (Gc 5, 13). Insieme agli sforzi per alleviare le sofferenze degli uomini - che essa deve moltiplicare fino alla fine dei tempi - la risposta definitiva della Chiesa alla sofferenza si trova solo nella preghiera.

L’altra realtà cui la Chiesa risponde nella preghiera è il peccato. Nella preghiera la Chiesa si sostiene nella lotta pasquale con il peccato e il male. Nella preghiera essa domanda perdono per il peccato; nella preghiera essa chiede la forza dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. La risposta della Chiesa al peccato è domandare la salvezza e la sovrabbondanza della grazia di Gesù Cristo, il salvatore del mondo. “A colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue . . . a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli” (Ap 1, 5-6).

Profondamente persuasi della potenza della preghiera e umilmente impegnati in essa, proclamiamo con fiducia, cari fratelli, in tutta la Chiesa l’invito alla preghiera. È in gioco la stessa necessità per la Chiesa di essere se stessa, Chiesa orante, per la gloria del Padre. Lo Spirito Santo ci assisterà e i meriti del mistero pasquale di Cristo suppliranno alla nostra umana debolezza.

L’esempio di Maria, madre di Gesù, come modello di preghiera, è una fonte di fiducia confidente per tutti noi. Guardando a lei, noi sappiamo che il suo esempio sostiene i nostri sacerdoti, religiosi e laici. Noi sappiamo che la sua generosità è un’eredità per tutta la Chiesa da proclamare e imitare.

Per finire, con le parole di Paolo, chiedo a voi tutti: “Pregate per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo . . . e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere . . . La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo, con amore incorruttibile” (Ef 6, 19-20. 24).

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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