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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE LA VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN PIER DAMIANI

Domenica, 13 marzo 1988

 

Il primo saluto alla comunità parrocchiale 

Un crocifisso ricorderà alla gente del “villaggio” di Casal Bernocchi la visita di Giovanni Paolo II. È stato eretto all’entrata della borgata, all’incrocio tra via di Ponte Ladrone, via Domenico Venturini e via Fabiano Landi al posto di un altro più antico e che il tempo e le intemperie avevano danneggiato. Il crocifisso viene benedetto dal Santo Padre al suo arrivo nel territorio della parrocchia. Subito dopo il Papa raggiunge il piazzale antistante la chiesa dove sono ad attenderlo alcune centinaia di fedeli insieme con il Cardinale Vicario Ugo Poletti, il Vescovo Ausiliare del Settore Sud, Monsignor Clemente Riva, e il parroco, Don Vittorio Taddei. Dopo essersi a lungo soffermato a salutare i fedeli assiepati dietro le transenne, il Santo Padre raggiunge il sagrato della chiesa parrocchiale che come una grande terrazza si affaccia sul piazzale. Esprimendo i sentimenti della popolazione, il parroco rivolge al Papa un breve e commosso saluto.
Rispondendo alle parole del parroco, il Santo Padre rivolge ai fedeli presenti queste parole.  

Sia lodato Gesù Cristo

Saluto tutti i presenti. Saluto tutti i membri di questa comunità parrocchiale alla quale mi è dato oggi di rendere visita Vi saluto come comunità umana, romana, cittadina e nello stesso tempo come comunità cristiana che vive il proprio Battesimo. Ringrazio il vostro parroco per le sue parole, parole piene di commozione. Si sentiva in quelle parole un po’ la presenza di tutta la comunità, le sue ansie, le sue sofferenze, le sue speranze.

Io vengo per condividere, almeno per un momento, questa realtà umana e cristiana, questa realtà delle vostre speranze, delle vostre ansie, delle vostre sofferenze. Lo dico subito, all’inizio del nostro incontro. Una visita, certamente, ha bisogno di due componenti. C’è uno che visita e c’è un altro che viene visitato. In questo caso è il Papa che visita e la parrocchia è visitata. Ma, nello stesso tempo, è anche il Papa che è visitato dalla parrocchia perché tutto ciò che voi siete, come parte della Chiesa di Roma, incide profondamente nel mio animo, nell’animo del Vescovo di Roma che porta con voi la vostra vocazione umana e cristiana.

Sono venuto per pregare con voi, perché questa visita è per noi tutti, per voi e per me, una circostanza propizia per ricevere un altro visitatore: Gesù Cristo. Egli ha detto: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. Allora, quando siamo riuniti non solo in due o in tre, ma in molti egli è certamente tra noi. Allora, vi invito tutti a unirvi a Gesù Cristo, redentore del mondo, che vuole portare con noi le nostre croci e, attraverso queste croci riunite nella sua croce, vuole portarci la sua redenzione, la sua salvezza. Questa è la nostra fede. E la nostra fede è la nostra forza.

Vi auguro di essere forti nella fede. Ci sono tante debolezze umane dentro di noi e tante che si esprimono nelle strutture esterne, sociali, economiche, ma la fede rimane sempre la nostra forza. Vi auguro questa forza della fede che ci porta Gesù Cristo, specialmente in questo periodo quaresimale nel quale tutta la Chiesa vive profondamente il mistero pasquale, il mistero della croce, della redenzione. Auguro questa forza a ciascuno e a tutti. E come segno voglio offrirvi, all’inizio della visita, una benedizione insieme con il Cardinale vicario e con monsignor Riva, Vescovo del settore.  

Un accorato invito ai bambini ed ai ragazzi 

L’incontro di Giovanni Paolo II con la porzione più giovane della parrocchia si svolge nel piccolo campo sportivo. Con i bambini, molti dei quali indossano le divise “scout”, sono presenti anche numerosi genitori, catechisti ed insegnanti. Raggiunto un piccolo palco, il Papa ascolta due brevi indirizzi di saluto dei bambini quindi risponde loro con le seguenti espressioni.  

Sia lodato Gesù Cristo.

Saluto cordialmente tutti i presenti, i genitori, gli insegnanti, le suore, i sacerdoti e soprattutto saluto i giovani, i ragazzi, i “lupetti”, le “coccinelle”, i neonati, tutti i presenti. E per me una grande gioia incontrare questa Chiesa giovane, la più giovane della vostra parrocchia. Ringrazio poi i vostri due compagni che hanno parlato esprimendo auguri al Papa, al Cardinale vicario, a monsignor Riva, al vostro parroco. Vedo che avete buoni sentimenti per tutti noi. E noi vogliamo rispondere sempre con gli stessi sentimenti ai nostri carissimi fratelli e sorelle, specialmente ai più giovani che entrano nella vita della Chiesa portando con loro una grande speranza.

Quando sono arrivato nella parrocchia, la prima sosta è stata davanti alla croce dove la vostra parrocchia è nata. Davanti a quella croce, dove ho adorato la passione di nostro Signore Gesù Cristo, ho incontrato molte persone. E una mamma mi ha detto: “Preghi, preghi molto per i giovani, perché non si lascino distruggere dalla droga”. Sono rimasto molto commosso da quelle parole. Parole che venivano dal cuore di una madre, ma forse dal cuore di tante altre madri. Vorrei dire soprattutto questo a voi giovani, a voi ragazzi, ragazze, piccoli: fate tutto il possibile per non diventare vittime delle debolezze umane. Fate tutto il possibile per non farvi vincere dalle debolezze, dalla droga, dalla violenza, dalle altre debolezze umane che sono come un veleno, che avvelenano l’uomo fin dalla sua più giovane età. Vi auguro che la Parola di Cristo, la sua Parola santa e forte sia nella vostra vita sempre più forte di ogni altra parola di qualsiasi propaganda umana che cerca di portarvi fuori strada.

Guardo con tanto amore questi piccoli, questi ragazzi e queste ragazze, tanto belli, tanto promettenti. E vorrei che si potesse vedere per tutta la vita questa bellezza della vostra umanità. Cercate sempre la forza in Gesù Cristo. La Chiesa vi mostra la strada con la sua parola, con la sua catechesi, con i suoi sacramenti. Vi mostra la strada per diventare un uomo pienamente umano - cristiano vuol dire pienamente umano -, per non lasciare distruggere la propria umanità, la propria dignità umana. Anzi, indica la strada per diventare, per crescere come figli di Dio. Siete belli come ragazzi, come ragazze, come piccoli, come giovani, ma c’è una bellezza superiore che Cristo ha offerto ai nostri spiriti facendo con la sua grazia i figli di Dio. Portate questa bellezza in voi. La possedete. Conservatela e fatela crescere.

Questi sono i miei auguri. Li esprimo davanti alla parrocchia più giovane, davanti al vostro parroco che tanto si sforza per portare la Parola di Cristo e la sua salvezza a tutti i suoi fratelli e sorelle, cominciando dai più piccoli.

Vi offro una benedizione. E che sia benedetta questa parrocchia nei suoi bambini, nei suoi giovani e nelle sue famiglie.  

Ai rappresentanti del Consiglio pastorale e dei Gruppi di Apostolato

Costruire una comunità, crescere come comunità: è questo l’obiettivo principale della parrocchia di San Pier Damiani. Lo ricorda il parroco, Don Vittorio Taddei, durante l’incontro del Papa con i membri del Consiglio pastorale e i rappresentanti delle associazioni laicali che operano in parrocchia.
In questo senso molto si attende dal Consiglio pastorale attualmente in formazione. Un contributo importante viene, intanto dai catechisti che, secondo la definizione del parroco, “sono la nuova speranza della rifondazione della parrocchia”, soprattutto da quando sono arrivate alcune religiose Francescane Missionarie di Maria.
Si tratta di 25 persone, con alcuni allievi catechisti, che svolgono un’intensa attività catechistica e che sono motivo di fiducia per il futuro della comunità.
All’incontro sono presenti anche i capi dei gruppi Scout. In parrocchia è nato e opera anche un gruppo di Neocatecumenali. “La prima catechesi si svolse durante la Quaresima del 1984 - ricorda Don Taddei -. Fu un’esperienza non cercata: è stato come quando si inciampa in qualche cosa e poi quel qualcosa costringe a fermarsi un momento e a dire: perché no? Per noi si è trattato di un “perché no” che ha dato i suoi frutti e li sta dando ancora oggi in maniera veramente ordinata ed ecclesialmente molto buona”.
Giovanni Paolo II così risponde alle parole del parroco.

Il parroco ha presentato le diverse comunità secondo la loro specificità, la loro vocazione particolare, possiamo dire i loro carismi. Conosco questi gruppi e apprezzo molto questi diversi carismi. Alla fine il parroco ha detto, e io lo condivido pienamente, che tutti insieme voi costituite una comunità. Comunità della comunità e per la comunità.

Voglio spiegarmi. La parrocchia è una istituzione. Si dice anche, se non sbaglio, nel Diritto Canonico e nel Concilio, che è una porzione del Popolo di Dio, della diocesi. Sì, ma questa definizione è un po’ generica. È vero che la parrocchia è questo, e molti vivono la parrocchia in questo modo. Penso anche che non mancano coloro che non sanno qual è la parrocchia alla quale appartengono, che non sanno come si chiama il loro patrono, come si chiama il loro parroco, come si chiama il Vescovo del loro settore. Forse sanno che a Roma c’è un Papa e . . . naturalmente tutti conoscono il Cardinale Poletti.

Lo dico un po’ scherzando e forse esagerando, ma tutto questo indica un problema. La parrocchia è canonicamente definita in modo sufficiente, ma più importante è ciò che la parrocchia deve essere. Deve essere una comunità cristiana, una comunità si realizza attraverso la comunione. E la comunione realizza, attualizza la comunità. Adesso si capisce perché ho detto che voi siete comunità per questa parrocchia. Voi siete già una comunità, composta dai diversi carismi, dalle diverse specificità apostoliche, ma tutti vi ritrovate insieme qui per servire la parrocchia, la società umana e cristiana, la società dei battezzati, che è un progetto della comunità.

Qui noi incontriamo il grande disegno del Concilio Vaticano II, che è espresso nella costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa, forse specialmente nel capitolo sui laici, e in un decreto a parte, Apostolicam Actuositatem. Sono questi i laici. Siete voi che già avete il senso della comunità e il senso del progetto della comunità che deve diventare la parrocchia. E in modi diversi, avvicinate questo grande progetto, questo grande disegno divino per la Chiesa in genere e per tutte le Chiese, per tutte le Chiese particolari e, all’interno delle Diocesi, per la parrocchia.

Vi ringrazio per questo, sono molto grato e vi incoraggio ad andare avanti con i vostri carismi, con i vostri impegni, con il vostro entusiasmo. Tra voi ci sono anche delle religiose. Esse hanno una vocazione specifica: la loro vita è destinata in primo luogo a dare testimonianza del Regno dei cieli, della realtà escatologica. I loro voti, la loro consacrazione religiosa hanno questa caratteristica, ma con questa caratteristica del tutto specifica le religiose come anche i fratelli religiosi, i laici, i sacerdoti, svolgono anche il loro apostolato e lo fanno tra voi, in mezzo a voi. Partecipano a questo apostolato globale della parrocchia. Voglio ringraziare anche per questo apostolato delle suore e di tutte le persone religiose, consacrate della vostra parrocchia.

Vi auguro di avere un sano e cristiano ottimismo in tutto questo impegno, in questo progetto. Qualche volta incontrando la società moderna, il mondo contemporaneo, abbastanza secolarizzato, indifferente, mondanizzato, si può dubitare di poter arrivare alla realizzazione del progetto divino, del progetto della Chiesa, di quella comunità cristiana, come lo era la prima comunità, la primitiva comunità gerosolimitana riunita intorno agli apostoli. Ma non dobbiamo mai rassegnarci. Dobbiamo sempre andare avanti con speranza. Dobbiamo fare tutto il possibile. E dobbiamo pregare. Lavoro apostolico e preghiera fanno miracoli.

Vi auguro di servire così il Regno di Dio in questa terra e in questo villaggio, come dice il vostro parroco. Penso che questo villaggio sia una parte omogenea della città. Vi auguro questo, come anche tutto il bene per le vostre famiglie, per i bambini. Alcuni sono qui, alcuni sono appena nati. Che il Signore vi dia questa gioia interiore, questa felicità che ci viene dalla grazia di Dio, dalla preghiera e anche dal dedicarci al suo Regno.

Vorrei offrirvi una benedizione e augurare a tutti buona Pasqua.

Ai giovani della Comunità parrocchiale

Casal Bernocchi, una borgata ai margini della città; una zona difficile, dove non ci sono centri di aggregazione, dove persino i negozi sono pochissimi e i servizi essenziali carenti. Qui, in queste condizioni, sono soprattutto i giovani a pagare, a sentirsi abbandonati. Sono costretti ad andare fuori zona, ad Acilia o a Roma, per uscire dalla monotonia di un “villaggio” senza stimoli.
Ad aggravare la situazione c’è anche la disoccupazione, che crea un clima di sfiducia; c’è la droga, che trova terreno fertile nella fragilità di chi si appiglia a qualsiasi cosa che dia l’illusione di essere importanti o di dimenticare.
I giovani della comunità, riuniti in un locale dove nei primi anni di vita della parrocchia c’era la chiesa, con la loro presenza vogliono testimoniare al Papa il loro rifiuto di questo stato di cose. Lo fanno per mezzo di due Scout che, a nome dei presenti - gli Scout appunto, alcune giovani coppie che si preparano al Matrimonio e i ragazzi del coro - offrono al Vescovo di Roma il loro fazzolettone, quale “segno di fedeltà ai suoi insegnamenti” e soprattutto come simbolo dell’“impegno a trasmettere in questa parrocchia e in tutto il mondo la gioia e la speranza cristiana”.
Rispondendo ai giovani il Papa, che ha indossato il fazzolettone, pronuncia il seguente discorso.

Questo non vuol dire che il Papa ha sposato solamente gli Scout. Ho sposato attraverso gli Scout tutti i giovani qui presenti, i gruppi che il vostro parroco ha elencati: il coro, al quale dobbiamo la bellezza della liturgia, i fidanzati, che si preparano al grande sacramento del Matrimonio cristiano; e tutti gli altri giovani, direi più giovani e meno giovani, fino al Papa, che è il meno giovane di tutti.

Ma proprio per questo sempre, alla fine della visita pastorale in una parrocchia, si porta il Papa davanti ai giovani, perché non dimentichi di essere giovane anche lui. Conosco la vostra età, questo periodo della vita che si chiama giovinezza, attraverso la mia esperienza personale e attraverso l’esperienza pastorale compiuta con tanti altri giovani vostri coetanei, non in questo Paese, ma in un altro Paese, in un altro ambiente. Ma i giovani sono dappertutto non proprio gli stessi, ma quasi gli stessi.

La giovinezza è il periodo di un risveglio. Risveglio dell’umanità dell’individuo, della personalità individuale, della personalità umana. Un risveglio delle diverse forze che appartengono all’insieme della natura umana e delle energie fisiche, delle energie spirituali, delle energie affettive, conoscitive, volitive: di tutto questo.

Questo risveglio si riferisce alle forze del bene e anche alle forze del peccato che si trovano in noi. Qui sta il problema centrale. Vengo subito a dirvi ciò che è essenziale nel mio messaggio. Vi auguro che la vostra giovinezza, attraverso le diverse esperienze nei gruppi, in quelli qui presenti e in altri, diventi una vittoria, perché il cammino è lungo e molte volte si debbono provare le proprie forze. È un cammino molto lungo e si deve vincere o perdere.

Vi auguro di vincere nella vostra giovinezza; che vinca, nell’insieme del vostro risveglio giovanile, ciò che è buono, ciò che è bello, ciò che è vero.

Si tratta di fare un bilancio. Sappiamo bene, anche conoscendo poco le questioni economiche, che il bilancio può essere positivo o negativo. Questo vale anche in Vaticano. Ma vi auguro, carissimi giovani, che il bilancio della vostra giovinezza sia sempre positivo. Non permettete di avere un deficit, un bilancio negativo. Il deficit deve essere superato. Si deve arrivare a un bilancio positivo. Con questa analogia penso di aver spiegato abbastanza bene per che cosa prego per voi e insieme con voi.

Si deve pregare molto, perché il vostro risveglio è anche una chiamata. Questo risveglio viene dalla natura umana, ma tutto quello che è natura è creato, viene da Dio. Allora anche questo risveglio, che si chiama giovinezza, viene da Dio. Dio ci invita attraverso questo risveglio della nostra giovinezza ad essere più a contatto con lui, a pregare di più, per avere più forza per superare i deficit. Per superarli e per ottenere un bilancio positivo.

Senza dubbio questo è indispensabile. Non si può vincere, non si può possedere la propria anima - come dice Cristo -, dominare la propria personalità umana senza la preghiera, senza un contatto con Dio attraverso Cristo nostro Signore.

Vi ringrazio ancora una volta per la vostra partecipazione alla visita odierna e alla vita di questa parrocchia dedicata a san Pier Damiani. E vi auguro anche una buona Pasqua.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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