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VISITA PASTORALE A CIVITA CASTELLANA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I LAVORATORI NELLA PALESTRA COMUNALE

Civita Castellana - Festa di San Giuseppe Artigiano
Domenica, 1° maggio 1988

 

Cari lavoratori e lavoratrici di Civita Castellana,
Cari fratelli e sorelle.

1. A tutti il mio saluto e i miei cordiali auguri in questa giornata del primo maggio, festa dei lavoratori, cioè vostra festa, come di tutti gli uomini e le donne che nel mondo si “guadagnano il pane col sudore dei loro volti” (cf. Gen 3, 19); vale a dire, con il loro lavoro. In questo senso il primo maggio è una festa veramente universale, poiché il lavoro è davvero - o dovrebbe essere - una vocazione e una reale possibilità per tutti.

Se la Chiesa cattolica celebra in questo stesso giorno la festa di san Giuseppe artigiano, sposo di Maria Vergine e padre putativo di Gesù, ciò si deve al fatto che egli era un operaio, cioè un falegname, come dice il Vangelo (cf. Mt 13, 55). E così, la scelta di questo giorno per celebrare san Giuseppe equivale al coronamento liturgico della giornata così cara a tutti i lavoratori.

In tal modo san Giuseppe, invita i lavoratori, anzi autorevolmente li convoca, a trovare, con lui e come lui, il loro posto vicino a Gesù, conosciuto dai suoi contemporanei come “il figlio del carpentiere” (Mt 13, 55); ovvero come “carpentiere” lui stesso (Mc 6, 3).

Per questa via, cari amici lavoratori e lavoratrici, il lavoro e chi, come voi, lo esercita, è entrato nella storia della salvezza; cioè, in quell’opera che Gesù è venuto a compiere in questo mondo in nostro favore, dapprima con la sua vita di carpentiere, poi col ministero di predicatore e taumaturgo, infine con la sua morte e la sua risurrezione.

Il Figlio eterno di Dio ha voluto diventare in mezzo a noi un lavoratore, non un re (cf. Gv 6, 15), conferendo così alla vocazione di lavoratore un’insospettata dignità: quella di servire alla nostra redenzione.

Celebriamo oggi la festa dei lavoratori. E, guardando a san Giuseppe e a Gesù Cristo, la celebriamo da cristiani. Per questo ho voluto essere oggi qui con voi, lieto di potermi unire alla vostra gioia.

Ora, che cosa vogliamo celebrare oggi? Qual è per noi, e per tanti altri lavoratori, il contenuto di questa celebrazione?

Noi vogliamo celebrare tre realtà caratteristiche della identità propria degli uomini e delle donne del lavoro.

2. La prima è senza dubbio la vostra specifica dignità. Essere lavoratori, essere operai è un pregio, un titolo di nobiltà più confacente alla natura umana e più in essa radicato di molti, in definitiva, secondari e spesso anche discutibili.

Essere lavoratori e lavoratrici risale, infatti, alla stessa vocazione umana. Come ho detto nell’enciclica Laborem Exercens, il lavoro è “una dimensione fondamentale dell’esistenza umana sulla terra” (Laborem Exercens, 4). Chi lavora si pone con ciò in sintonia con la propria vocazione di uomo e di donna; diventa, per così dire, più pienamente uomo e più pienamente donna. E contribuisce, in questo modo, allo sviluppo di “ogni uomo e di tutti gli uomini”, come insegnava la Populorum Progressio e come ho ribadito io stesso nell’enciclica commemorativa di tale documento (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 38).

San Paolo scriveva ai suoi discepoli di Tessalonica (2 Ts 3, 10): “Chi non vuol lavorare, neppure mangi”. Noi oggi tradurremmo: chi non vuol lavorare, non può trovare il giusto posto nell’autentico dinamismo della famiglia umana.

3. Se tale è la dignità del lavoro e del lavoratore, cari fratelli e sorelle, possiamo capire quale grande male sia la disoccupazione, che oggi colpisce tanti uomini e donne, giovani soprattutto, che potrebbero e vorrebbero lavorare; e questo anche qui, tra voi, a Civita Castellana.

Certo, la disoccupazione è un grande male, perché impedisce a chi non ha lavoro di guadagnarsi onestamente la vita; e così anche, al limite, di “mangiare”, di formarsi una famiglia e di educare i figli.

Ma lo è ancor più perché priva tante persone della possibilità di realizzare la propria vocazione umana, mettendole, per così dire, ai margini della società e della storia, mentre dell’uno e dell’altra tutti dobbiamo essere protagonisti.

E questo è un diritto. Quando la società e i poteri istituzionali non fanno quello che possono e debbono, per venire incontro alla crisi del lavoro nelle sue cause molteplici, un diritto viene negato: il diritto ad avere un lavoro.

Nessun meccanismo economico, nessuna “legge del profitto”, nessun tipo di pianificazione della produzione, e neanche l’eccessiva libertà nel gioco della domanda e dell’offerta, possono giustificare una simile ingiusta discriminazione.

È il caso di ritornare su tali principi ancora una volta, in mezzo a voi, in questa celebrazione della vostra dignità, dal momento che tanti tra voi sono senza lavoro e non riescono a trovarlo, o vengono affidati alla cassa-integrazione, la quale non può mai essere una vera soluzione.

4. Celebrando la dignità del lavoratore e del lavoro, celebriamo anche la necessità dell’uno e dell’altro.

Il lavoro, di certo, è spesso duro e pesante, qualche volta anche difficilmente sopportabile. La Bibbia ce lo insegna già fin dall’inizio, quando si elencano le conseguenze, da Dio stesso annunciate, del peccato del primo uomo: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita . . . Con il sudore del tuo volto mangerai il pane . . .” (Gen 3, 17-19). Queste parole severe valgono per ogni firma di lavoro, come tutti ben sappiamo.

Ma questo lavoro ingrato, che può sembrare alle volte improduttivo e insoddisfacente, resta il mezzo privilegiato che il Signore Dio ci dà per trasformare la natura, per mettere in opera il nostro dominio sulla creazione (cf. Gen 1, 26), e in fondo per rispondere alla vocazione insita nell’immagine divina, che costituisce la nostra più specifica identità (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 29-30).

Sì, ciascuno di noi ha bisogno di un lavoro per se stesso. Ma ha anche bisogno di un lavoro per gli altri, per la sua famiglia, per la società, per le necessità del mondo odierno, per cooperare alla costruzione di un mondo futuro, che speriamo possa essere migliore.

Il lavoro che oggi celebriamo e festeggiamo non è dunque una condanna, ma un diritto nonché un dovere. È qualcosa di cui scopriamo ogni giorno di più la necessità e il valore; non solo il valore economico e sociale, ma anche il valore morale.

Fare un lavoro, e farlo bene, in buone condizioni ambientali e igieniche, in modo che il lavoro stesso ed il modo di farlo siano conformi alla nostra dignità di uomini e di donne, di lavoratori e di lavoratrici, è inserirci nel piano stesso di Dio per l’umanità: è realizzare la nostra vocazione. E questo è un obbligo morale. Siamo lieti di adempiere quest’obbligo, e per questo ringraziamo il Signore, nella festa di oggi. Ma nel contempo chiediamo a lui che la società ella stessa organizzazione economica ci aiutino a soddisfare questo dovere e ad esercitare questo diritto.

5. Il lavoro, si dice spesso in questi nostri tempi, tende a cambiare segno e si sposta verso il cosiddetto “terziario”, mentre l’automazione e l’informatica sembrano trasformare un certo modo di lavorare, con la conseguenza che, almeno in certe società, e a certi livelli, aumenta il tempo libero.

Sono sviluppi in se stessi positivi, a cui ha contribuito, in maniera decisiva, il lavoro di molte generazioni. Nessuno di questi sviluppi, tuttavia, può legittimamente sopprimere il valore e la necessità del lavoro. Bisogna perciò adoperarsi per trovare, man mano che tali trasformazioni si affermano e si impongono, la via per offrire alle nuove generazioni tipi di lavoro che rispondano sì a questa situazione cambiata, ma altresì, e in primo luogo, alla vocazione universale dell’uomo, al lavoro e alla sua dignità.

Nessun lavoratore e tanto meno intere categorie di persone possono essere sacrificate a queste trasformazioni del mondo del lavoro e alle esigenze economiche che potrebbero nascerne. Sono, anzi, le trasformazioni stesse e le conseguenti necessità economiche, che dovrebbero venire esaminate e valutate alla luce del valore universale e individuale del lavoro.

E inoltre, anche in mezzo a tali trasformazioni e ai nuovi meccanismi economici, certe esigenze e certi imperativi morali e cristiani vanno sempre rispettati e promossi. Tra questi la solidarietà, di cui ho parlato a lungo nella recente enciclica Sollecitudo Rei Socialis (n. 38-40); essa a sua volta può ispirare, a diversi livelli, sia le cooperative, come mezzo di protezione contro un’eccessiva frantumazione della produzione e della commercializzazione, sia le associazioni professionali e i sindacati, per difendere i giusti interessi dei lavoratori (cf. Laborem Exercens, 8, 20).

6. Infine, cari amici lavoratori di Civita Castellana, in questo primo maggio vogliamo celebrare il lavoro come dono di Dio.

È Dio infatti che ci chiama al lavoro: è lui che ci ha fatto capire il senso, la finalità e le condizioni del nostro lavoro.

Ma, ancor più, è lui che nelle primissime pagine della Sacra Scrittura, si è presentato come primo modello e causa esemplare del nostro lavoro. E detto, infatti, che egli creò il mondo in sei giorni col “suo lavoro” (cf. Gen 1, 2), per poi riposarsi nel “settimo giorno” (cf. Gen 1, 2).

Sull’esempio di questo sublime modello siamo chiamati anche noi a lavorare durante sei giorni, e a riposarci nel settimo (cf. Es 20, 3-11).

Questo ritmo che scandisce la nostra vita viene dunque dal Signore, e ci aiuta a capire, in una nuova luce, il valore del riposo domenicale e della sua santificazione. Attenendoci a questo ritmo insieme umano e divino, è come se continuassimo l’opera del Creatore. Ciò pone il nostro lavoro all’altezza della sua autentica dignità e ci invita a esercitarlo come una risposta a un invito divino (cf. Laborem Exercens, 25; Sollicitudo Rei Socialis, 29).

Il cristiano sa, inoltre, che il Figlio di Dio uguale al Padre, quando venne nel mondo, volle, anche lui, sottoporsi alla fatica del lavoro diventando per noi “falegname” (cf. Mc 6, 3), ed inserendo in tal modo il lavoro quotidiano dell’uomo nell’opera sublime della redenzione. San Giuseppe è vissuto in questa luce.

Tocca adesso a tutti noi camminare su questa stessa strada, conferendo al nostro lavoro, mediante la sua grazia, tale valore di imitazione divina e di vera spiritualità cristiana (cf. Laborem Exercens, pars V).

A tanto siamo invitati ed esortati in questo primo maggio, festa dei lavoratori, e commemorazione liturgica di san Giuseppe, protettore di tutti coloro che vogliono lavorare secondo la volontà di Dio, nel pieno rispetto della loro dignità, per occupare così il posto che a loro compete in ogni ben ordinata società umana. A lui, e a Maria Vergine, vorrei affidare oggi tutti voi, e i vostri fratelli e sorelle lavoratori e lavoratrici in Italia e nel mondo, mentre a tutti imparto la mia benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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