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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO «L’ITALIA FUORI D’ITALIA»

Sabato, 28 maggio 1988

 

Venerati fratelli nell’Episcopato,
Onorevoli Ministri,
signori e signore.

1. A tutti rivolgo il mio cordiale saluto, lieto di questo incontro, con cui avete voluto concludere una settimana intensa di lavoro, che vi ha portato nei vari capoluoghi abruzzesi.

Ringrazio per il nobile indirizzo di omaggio rivoltomi a nome delle numerose rappresentanze - locali, nazionali e internazionali - qui presenti. L’iniziativa, infatti, partita dalle province abruzzesi con lo scopo di realizzare un più efficace collegamento con le proprie comunità di emigrati, si è via via allargata sino a coinvolgere le regioni italiane, i comuni dei capoluoghi provinciali, i comitati dell’emigrazione, i giornalisti operanti nei vari rami delle comunicazioni sociali sparsi nei cinque continenti.

In tal modo la manifestazione ha assunto un volto del tutto originale, ed ha potuto approfondire, in vista del prossimo futuro, i problemi del settore, che negli anni ottanta si sono tanto estesi ed intrecciati da superare le possibilità di analisi e di soluzione di una sola regione, per chiedere la collaborazione diretta di tutte le forze, ad ogni livello, oltre le frontiere regionali e nazionali.

2. La migrazione è un aspetto del problema molto più ampio dello sviluppo umano, sul quale mi sono intrattenuto nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis (n. 24-25). Anche il fenomeno migratorio ha oggi una dimensione mondiale, così che non è possibile affrontarlo in modo adeguato senza la collaborazione di tutti, nella cornice di un ordine giuridico internazionale (cf. Sollecitudo Rei Socialis, 43), col contributo necessario delle iniziative locali.

Già il titolo che voi avete dato al vostro convegno “L’Italia fuori d’Italia” è assai significativo. Esso richiama alla mente il grande esodo di una popolazione di oltre trenta milioni di connazionali che, dall’inizio dell’unificazione politica ad oggi, ha lasciato la madre-patria per prendere le vie del mondo.

È un altra Italia che, come un fiume per l’apporto dei propri affluenti, è venuta moltiplicandosi nel numero dei figli, nipoti e pronipoti.

Voi vi proponete di raggiungere anche questi altri italiani d’origine, fino alla terza e alla quarta generazione, per ravvivare in essi i legami con le loro antiche radici, per diffondere il patrimonio linguistico e i grandi valori culturali di quello che Dante ha chiamato “il bel Paese”, per elevare il livello sociale del migrante, facilitare il suo pieno inserimento nella terra che lo accoglie, realizzare una promozione umana più autentica, fare di lui un ambasciatore accreditato della propria patria.

3. Oggi l’emigrazione italiana non si presenta più col volto d’un tempo. A lasciare la terra natia non è più soltanto, come una volta, l’operaio che non dispone se non della forza delle proprie braccia; sempre più frequentemente varca oggi i confini della patria il tecnico, l’imprenditore, l’operatore culturale artistico, lo specialista di una delle branche delle attività moderne.

Molti progressi sono stati fatti nell’assistenza ai migranti, ma numerose questioni restano ancora aperte. Occorre assumere idonee iniziative, ad esempio, nei campi attinenti alla tutela dei diritti dei lavoratori, alla vita sociale e culturale, all’assistenza sanitaria, all’informazione, al libero esercizio dei diritti civili, alla parità della donna. Sono sorti in questi campi problemi nuovi, la cui soluzione esige la cooperazione attiva di istituzioni e di gruppi al di qua e al di là delle frontiere.

Egregi signori, nell’esprimere il mio apprezzamento per ogni iniziativa volta all’autentica promozione umana, rivolgo il mio più vivo incoraggiamento a quanti spendono generosamente le proprie energie.

4. Desidero soprattutto assicurarvi della collaborazione della Chiesa locale sia dentro che fuori d’Italia.

La Chiesa conosce la complessità di questi problemi e s’impegna volentieri a cooperare per risolverli giustamente. Essa, nel ricordo della Famiglia di Nazaret, costretta a trasferirsi in terra straniera, si sente solidale con quanti devono affrontare i disagi della migrazione.

La Chiesa italiana, poi, si è mostrata degnamente all’avanguardia, da quando nacque il fenomeno della grande emigrazione moderna. Essa è stata sempre vicina agli italiani all’estero; ed io non posso fare a meno di ricordare qui, fra una rosa di nomi anche illustri, due eccezionali figure, che hanno dedicato la loro vita a servizio dei migranti, fondando specifiche congregazioni religiose per continuare la propria opera. Sono il Vescovo di Piacenza, monsignor Giovanni Battista Scalabrini, e santa Francesca Saverio Cabrini, la madre degli emigrati italiani.

Aperta globalmente a tutta la complessa varietà del mondo delle migrazioni, la Chiesa, dopo il Concilio, ha istituito la “Pontificia Commissione per la pastorale delle Migrazioni e del Turismo”, allo scopo di dare assistenza a quanti, per qualsiasi ragione, sono lontani dalla propria terra. Sul piano nazionale agisce l’“Ufficio Centrale per l’Emigrazione”, collegato con le organizzazioni ecclesiali delle terre di immigrazione.

L’apporto sincero e fecondo di tutti è oggi quanto mai necessario per realizzare una nuova tappa di autentico sviluppo; ciò che auguro di cuore. E con tale auspicio affido il vostro lavoro alla costante assistenza di Dio, del quale invoco su di voi e sui vostri cari la paterna benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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