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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE
PER LA PASTORALE DELLE MIGRAZIONI E DEL TURISMO
IN OCCASIONE DELL
’ASSEMBLEA PLENARIA

Martedì, 25 ottobre 1988

 

1. Sono lieto di accogliere e di salutare voi, membri e consultori della Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni e del turismo, in occasione dell’Assemblea Plenaria. Ringrazio il Cardinale Bernardin Gantin per le parole amabili, con le quali ha introdotto questo incontro, momento molto importante nella vita della Commissione. Con la vostra esperienza sia di Vescovi di diocesi particolarmente segnate dalla mobilità umana, sia di studiosi di questo fenomeno, voi cercate in questi giorni di mettere a punto la pastorale per i migranti, seguendo il tema che è stato scelto: “Direttive pastorali emanate dalla Santa Sede per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio religioso e culturale dei rifugiati, dei migranti e di quanti sono coinvolti nel fenomeno della mobilità umana”.

La parola “cultura” è fondamentale per comprendere la particolare collocazione del migrante all’interno della Chiesa, poiché fede cristiana e cultura umana sono in stretta connessione: infatti, l’unica fede deve essere vissuta e calata nelle diverse culture. Questo rapporto tra fede e cultura è vitale; deve animare e segnare profondamente la vasta e, talora, drammatica, realtà del mondo dell’emigrazione. Non può perciò restare una nozione astratta, ma deve realizzarsi in un contesto concreto ed esistenziale e raggiungere la promozione spirituale e materiale di ogni uomo specialmente di quello più debole ed emarginato: deve farsi anche accoglienza solidale e fraterna.

2. Per questo la Chiesa non solo si preoccupa di dare un sostegno alla vita di fede, di preghiera ed alla vita sacramentale di quei cristiani, che l’emigrazione porta a vivere fuori dal loro ambiente, ma cerca anche di impedire che il loro modo di sentire e di esprimere la fede, determini una alienazione dall’ambiente cristiano e di conseguenza da vitali esperienze comunitarie; cerca, cioè, di far evitare che l’emigrante si senta sradicato dal contesto ecclesiale.

La questione migratoria fa appello soprattutto alla responsabilità dei Vescovi a cui spetta, insieme con i presbiteri, il compito di “armonizzare le diverse mentalità dei fedeli in modo che nessuno, nella comunità dei fedeli, possa sentirsi estraneo” (Presbyterorum Ordinis, 9).

Alla soluzione di questi problemi devono concorrere sia le Chiese di partenza, sia quelle di arrivo. La preparazione delle Chiese di origine deve tendere ad inculcare il senso dell’unità e della comunione ecclesiale. I Vescovi possono offrire una effettiva testimonianza mettendo a disposizione sacerdoti convenientemente preparati, disposti a farsi migranti con i migranti.

Non c’è dubbio, però, che ogni soluzione strutturale adeguata trova il suo cardine, come ben sottolinea la disciplina vigente, nella Chiesa di arrivo. Questa è chiamata ad accogliere ed inserire i migranti nella propria vita comunitaria, aiutandoli a superare le difficoltà che potrebbero sorgere con la comunità locale.

Al fine di valorizzare in modo conveniente la specifica diversità dei migranti nell’ambito dell’unità delle Chiese locali, i Vescovi non mancano di suscitare idonee strutture avvalendosi di sacerdoti “che conoscono bene la lingua dei migranti, e pongono il massimo impegno perché i loro nuovi figli possano sfuggire ai gravi pericoli di qualsiasi genere nella pratica della vita cristiana” (“De Pastorali Migratorum Cura”, 31. 2).

3. L’istruzione “De Pastorali Migratorum Cura” delinea quattro paradigmi strutturali suggeriti dall’esperienza, che i Vescovi diocesani potranno variamente utilizzare in rapporto alla peculiarità delle situazioni: parrocchie personali, missione con cura d’anime, missione con cura d’anime annessa ad una parrocchia, e l’opera del cappellano o vicario cooperatore. Tra queste forme, la parrocchia personale, resta quella più utile ai fini pastorali sopra indicati, anche perché con la nuova codificazione sono cadute le perplessità d’ordine giuridico.

Desidero qui richiamare quanto ebbi a dire in occasione della visita “ad limina” dei Vescovi della Calabria nel 1981: “Ancora una volta il protagonista e spesso la vittima del complesso e grave fenomeno delle migrazioni è l’uomo. La Chiesa che guida l’uomo, la Chiesa che guarda all’uomo non può non guardare all’emigrazione, come del resto ha fatto e continua a fare da quando il problema si è presentato in tutta la sua gravità e complessità . . . Per questa ragione la Santa Sede ha costituito nel 1970 una Pontificia Commissione specializzata in tali problemi, per studiarli, seguirli e dare utili indicazioni agli operatori pastorali”.

4. Mentre auspico che il vostro lavoro sia fruttuoso, benedico affettuosamente voi tutti e i migranti che qui rappresentate. Che lo Spirito Santo vi sostenga con la sua luce e la sua forza! La Vergine Maria vegli su di voi e su tutti coloro che si mettono in viaggio.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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