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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI
AL II INCONTRO INTERNAZIONALE DI PREGHIERA PER LA PACE

Sabato, 29 ottobre 1988

 

È per me un grande piacere ricevervi e incontrarvi personalmente e potervi esprimere i sensi del mio rispetto e della mia amicizia. Voi state per concludere il secondo incontro, l’uomo e la religione, sul tema: “Uomini di preghiera alla ricerca della pace”. In questi giorni trascorsi a Roma, vi siete incontrati in uno spirito di fraterna armonia per discutere, in seminari e conferenze, sulla pace nelle diverse religioni. Soprattutto, in quanto uomini e donne religiosi e di preghiera, avete pregato per la pace. Il momento centrale del “Meeting” è stata, infatti, la giornata di preghiera nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e nella piazza adiacente.

A due anni dalla Giornata mondiale di preghiera per la pace di Assisi, a cui alcuni di voi erano presenti, vi siete riuniti per ricordare quell’avvenimento e per approfondire quell’impegno e quello spirito. Parlando ai rappresentanti delle diverse religioni del mondo, io dissi in quella circostanza: “Continuiamo a diffondere il messaggio di pace. Continuiamo a vivere lo spirito di Assisi”. Mi congratulo pertanto con la Comunità di Sant’Egidio, che ha organizzato questo incontro a Roma, nello spirito di ospitalità e amicizia che contraddistingue quelli che hanno fatto del dialogo e del servizio il centro della loro vita.

Il grande dono della pace richiede da parte nostra la perseveranza nello spirito di preghiera e di speranza sperimentati ad Assisi. La minaccia di conflitti ancora persiste. Ci sono ancora popoli che soffrono per le conseguenze della guerra. Molti ancora ripongono la fiducia nella forza delle armi come mezzo per risolvere le divergenze fra le nazioni. Le nostre preghiere e la nostra volontà di pace sembrano poca cosa se comparati alla diffusa logica della forza. Eppure costituiscono una splendida riserva di energie spirituali che salva il mondo dall’assalto della violenza e danno ispirazione e incoraggiamento ai costruttori di pace.

Il mondo ha bisogno di operatori di pace. E vanno trovati tra coloro che mettono la preghiera e il riferimento a Dio al centro della propria vita. Il vostro incontro dimostra la volontà dei credenti di impegnarsi per la pace. Davvero gli uomini e le donne di preghiera, i credenti sono per vocazione costruttori di pace. Essi sentono “il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace” (“Allocutio Assisii, in conclusione sollemnis precationis pro pace”, 6, die 27 oct. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 [1986] 1262). Quest’anno voi esprimete questo invito: “Che ogni religioso o religiosa, ogni credente, sia sempre e in ogni sua opera testimone e operatore di pace”.

Nella gioia di ricevervi tutti, saluto in particolare i miei fratelli e sorelle delle diverse Chiese e comunità cristiane. Per noi cristiani, per me Vescovo di Roma, l’impegno per la pace è profondamente radicato nella fede in Dio rivelato in Gesù Cristo. Di lui dice l’apostolo Paolo: “Egli è la nostra pace”. E proprio nella profondità della fede, non in un vago sentimento, si radica la scelta di dialogo e amicizia con i seguaci delle altre religioni come precisa il Concilio Vaticano II -, per collaborare nello sforzo di promuovere l’unità della famiglia umana, di metter fine ai dolorosi conflitti, di incoraggiare la giustizia e la crescita spirituale dell’umanità. Radicati nella fede cristiana, questo dialogo, questa amicizia e questa collaborazione in favore della pace con i seguaci delle altre religioni non sminuisce affatto la testimonianza fedele che dobbiamo rendere a Cristo che, noi crediamo, è il salvatore di tutti. Questa testimonianza ci viene dalla fede.

Cari fratelli e sorelle che appartenete alle grandi religioni del mondo, voi sapete che nel corso del mio Pontificato - ad Assisi, qui a Roma e nelle mie visite nei vari Paesi del mondo - mi sono incontrato con gli esponenti di molte religioni e ho avuto modo di manifestare rispettosi sentimenti di amicizia. Ho potuto verificare che, nonostante le ovvie differenze, sta crescendo un clima di dialogo e responsabilità comune. La presenza di illustri rappresentanti delle religioni del mondo, come la vostra qui a Roma, mi conferma in questa consolante riflessione.

L’uomo spirituale diventa maturo nella preghiera, nella meditazione e nel distacco da sè e dalle cose vane; trova, o gli viene data, una sapienza che talvolta il mondo deride. Una tale sapienza lo rende critico di fronte all’uso della violenza per risolvere conflitti e difficoltà; lo fa preoccupare per l’esplosione dell’odio. L’uomo spirituale è un testimone della pace; egli cerca di eliminare ovunque le radici dell’amarezza che possono spingere le persone alla violenza e al conflitto. Perciò l’uomo spirituale può diventare una riserva di energia morale per tutti quelli che lo avvicinano. E questo tipo di uomo agisce, lo sappiamo, non ricercando l’approvazione degli altri, ma in obbedienza e sottomissione a Dio, che è sopra di lui. Il nostro padre Abramo, di cui parla la Bibbia e che è un modello per tanti credenti, fu chiamato amico di Dio per la sua totale obbedienza a lui; e per questo poté intercedere per la pace degli uomini e donne del mondo.

Nonostante le reali differenze tra le religioni - che noi spesso abbiamo riconosciuto - dobbiamo dire che il dialogo, l’incontro, l’amicizia e l’invito ai membri delle religioni perché approfondiscano il loro impegno di preghiera fanno scaturire profonde energie spirituali. E il vostro incontro ne è un chiaro esempio. Si stanno trovando un nuovo linguaggio di pace e nuove modalità per esprimerla. Questo nuovo clima spezza, o almeno mette in questione, la catena fatale di divisioni ereditata dal passato o generata dalle moderne ideologie, si è aperta un’epoca in cui si fa sentire la voce della saggezza. Ed è chiaro a tutti che la Chiesa cattolica intende partecipare e promuovere questa nuova epoca, continuando per questo “l’impegno ecumenico e l’impegno per il dialogo interreligioso raccomandato e promosso dal Concilio Vaticano II” (“Allocutio ad Patres Cardinales et Praelatos familiae ipsius Domini Papae necnon Romanae Curiae, imminente Nativitate D. N. Iesu Christi coram admissos”, die 22 dec. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 [1986] 2019ss).

Mentre esprimo la speranza che tutti voi siate costruttori di pace nei popoli e nei Paesi da cui provenite, permettetemi di ricordare le parole rivolte al mondo dal mio predecessore, Giovanni XXIII, al termine della sua vita, come messaggio di pace e come preghiera a Dio. Le parole conclusive dell’enciclica Pacem in Terris sono un’invocazione a colui che solo può suscitare e rafforzare la volontà di pace: “Allontani dal cuore degli uomini ciò che può mettere in pericolo la pace; li trasformi in testimoni della verità, della giustizia e dell’amore fraterno. Illumini i governi perché, oltre alla sollecitudine per il benessere dei cittadini, essi garantiscano e difendano anche il grande dono della pace; tocchi il cuore di tutti così che possano superare le barriere che dividono, aver cari i legami di amore vicendevole, imparare a comprendersi di uni gli altri e a perdonare chi ha fatto loro del male. Per la sua opera possano tutti i popoli della terra diventare come fratelli e sorelle gli uni per gli altri, e possa la pace che essi desiderano fiorire e regnare per sempre tra loro”.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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