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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DI PAPUA-NUOVA GUINEA E ISOLE SALOMONE
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 29 ottobre 1988

 

Cari fratelli Vescovi.

1. Vi saluto cordialmente in occasione della vostra visita “ad limina”. Sono fiducioso che le vostre preghiere sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo e il vostro incontro fraterno con il successore di Pietro serviranno ad approfondire il mistero di comunione che è la Chiesa. Siete giunti qui da lontano per rendere testimonianza dell’unità del corpo di Cristo e per rafforzare quella “sollecitudine per tutta la Chiesa” (Lumen Gentium, 23), che è vostra speciale responsabilità nel Collegio dei Vescovi. Nello stesso tempo, come pastori delle vostre Chiese locali, voi portate nella Chiesa universale una ricca diversità di culture ed esperienze.

Attraverso voi, desidero salutare tutto il clero, i religiosi e il laicato della Papua-Nuova Guinea e delle Isole Salomone e confermarli nella fede. Ricordo con gioia e gratitudine la mia visita pastorale del 1984, allorché fui personalmente testimone del profondo spirito di fede, speranza e carità, con cui sono benedette le vostre Chiese. Oggi faccio mie le parole di san Paolo ai Colossesi: “Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio” (cf. Col 1, 9-10). Queste parole rivelano la dinamica della vostra vita in Cristo: il Popolo di Dio in Papua-Nuova Guinea e nelle Isole Salomone è pieno di doni dello Spirito Santo così da dare frutti sempre più abbondanti in questo nostro pellegrinaggio terreno.

2. Desidero riflettere oggi brevemente con voi su taluni aspetti della vita della Chiesa nelle vostre diocesi. Come ricordai nel corso della mia visita pastorale, le fondamenta della vostra vita ecclesiale furono gettate dai missionari coraggiosi e pieni di dedizione, che abbandonarono casa e Paese per portare Cristo a coloro che non avevano ancora udito il Vangelo. Rendiamo grazie a Dio per costoro che hanno portato la nuova vita della grazia nelle vostre isole. Alcuni di voi e molti dei vostri sacerdoti e religiosi sono membri di congregazioni missionarie. Siete diventati una cosa sola con il vostro popolo in un autentico vincolo di carità, e avete cercato ardentemente di stargli vicino, affinché - come dice san Paolo - potessero “portar frutto in ogni opera buona e crescere nella conoscenza di Dio” (cf. Col 1, 9-10). So che avete delle difficoltà nel guidare delle comunità che sono disperse qua e là e spesso tra loro isolate, comunità che mancano di personale e risorse finanziarie necessarie per tutti i bisogni. Tuttavia tutti voi, Vescovi missionari e Vescovi autoctoni portate avanti una grande opera di evangelizzazione, contrassegnata dall’unità e dallo zelo, per la quale desidero lodarvi e ringraziarvi a nome di tutta la Chiesa.

Nello stesso tempo, è naturale che, con il passare degli anni, aumenti la necessità di Vescovi, sacerdoti e religiosi indigeni, poiché la fede si radica e il popolo delle vostre isole cerca una sempre maggiore responsabilità per se stesso e la propria Chiesa locale. Vi incoraggio a continuare nei vostri sforzi per assicurare il sorgere di vocazioni religiose, e una salda formazione spirituale, intellettuale e pastorale per i giovani che svolgeranno un ruolo sempre più importante nelle vostre diocesi come futuri vescovi, sacerdoti e religiosi.

3. Una delle grandi benedizioni del Concilio Vaticano II è la nostra rinnovata consapevolezza del ruolo dei laici nella vita e nella missione della Chiesa. Questo comporta un’altra realtà di importanza fondamentale, e cioè il rapporto Chiesa-mondo. Il Concilio dice che “il Popolo di Dio, mosso dalla fede, crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, e perciò guida la intelligenza verso soluzioni pienamente umane” (Gaudium et Spes, 11).

“La fede tutto rischiara di una luce nuova”: ogni forma autentica di vita cristiana, nella sua diversità, partecipa dell’unica missione della Chiesa di essere sacramento di salvezza nel mondo e per il mondo (cf. Lumen Gentium, 48). I laici operano per l’evangelizzazione e la santificazione degli altri per il fatto di essere presenti e attivi nella vita quotidiana, pubblica e privata. Essi illuminano e ordinano la società umana e tutte le realtà temporali in modo di essere rinnovate da Cristo e trasformate in accordo con il disegno di Dio (cf. Gaudium et Spes, 40; Lumen Gentium, 31).

In Papua-Nuova Guinea e nelle Isole Salomone, e ovunque nella Chiesa, molti sono i modi in cui i laici possono compiere questa missione, soprattutto testimoniando il Vangelo nella vita sociale, economica, politica e culturale. In particolare va ricordato il contributo di quanti sono associati direttamente al ministero della Chiesa in settori come la catechesi, l’educazione, l’impegno sociale e l’assistenza caritativa. C’è poi quella fondamentale testimonianza cristiana cui i laici sono chiamati nel matrimonio e la famiglia. Come cristiani noi crediamo che in Cristo Dio ha confermato, purificato ed elevato la chiamata alla comunione, conducendola a perfezione con il matrimonio sacramento di salvezza (cf. Familiaris Consortio, 19). In Cristo, lo sposo, il matrimonio diventa un segno vivente dell’unità della Chiesa, suo corpo, e della pienezza dell’amore che solo in Dio si trova. Il matrimonio cristiano e la famiglia sono la soglia dalla quale i nuovi esseri umani entrano nella razza umana e nella famiglia della fede. I genitori e i figli imparano gli uni dagli altri come vivere ed agire da esseri umani all’interno di una comunità umana. I semi della fede e dell’amore di Dio vengono piantati e nutriti dentro questa “Chiesa domestica” (cf. Lumen Gentium, 11)

4. Cari fratelli, noi, che siamo stati chiamati da Dio a guidare il gregge affidato alle nostre cure, abbiamo la responsabilità di condurre, guidare ed incoraggiare il nostro popolo nella vita cristiana. Dobbiamo fare il possibile per promuovere una sempre più profonda formazione spirituale e dottrinale dei laici, affinché possano essere efficaci testimoni del Vangelo nella società in cui vivono. Questo comporta, da parte nostra, una cura particolare nel sostenere l’insegnamento della Chiesa sulla santità del matrimonio e della famiglia, attraverso iniziative pastorali di sostegno alle coppie sposate in ogni momento della loro vita comune. Una particolare attenzione va data a quelle in difficoltà o in situazioni irregolari per il divorzio o altri problemi. Sono convinto che la cura pastorale della famiglia è di grandissima importanza, poiché il futuro dell’evangelizzazione dipende largamente dalla “Chiesa domestica” (cf. Familiaris Consortio, 65).

5. La difesa del matrimonio e della famiglia - di cui ho parlato - è strettamente legata all’impegno della Chiesa per i diritti inalienabili della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. Essa non può mancare di condannare i delitti contro la vita, come l’omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia, il suicidio; ogni violazione dell’integrità della persona umana, come le torture fisiche e mentali, le pressioni psicologiche, la privazione della libertà religiosa e della libertà di coscienza; tutte le offese alla dignità umana, come la discriminazione razziale, le condizioni di vita e di lavoro sub-umane, gli arbitri della legge ed ogni forma di sfruttamento per motivi economici o altro (cf. Gaudium et Spes, 26-27). La difesa della persona umana comporta anche l’impegno positivo, da parte della Chiesa, per promuovere l’autentico sviluppo umano, con la parola e con i fatti. Essa lo fa, in particolare, quando i suoi membri generosamente offrono se stessi e i propri averi per il bene di altri e quando percorrono il cammino del perdono, invece di quello dell’odio e della violenza, se ricevono torto.

Testimoniando il Vangelo nella propria vita e in quella della società, i fedeli in Papua-Nuova Guinea e nelle Isole Salomone guardano a voi, cari fratelli, in cerca di guida e ispirazione per “soluzioni pienamente umane”, radicate nelle “intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo” (cf. Gaudium et Spes, 11). A questa guida e ispirazione voi provvedete non solo come singoli pastori, ma anche agendo insieme per la salvaguardia e la promozione dell’insegnamento della Chiesa o per l’applicazione di tale insegnamento alle concrete situazioni. Desidero incoraggiarvi a continuare in questo con la pubblicazione, a livello diocesano e nazionale, di lettere pastorali e dichiarazioni come quella sulla libertà religiosa, prima ricordata. Si dovrebbe far uso anche dei mass-media per far conoscere la posizione della Chiesa sui vari problemi di attualità. Così la dimensione religiosa e morale - essenziale nell’edificazione di una società più giusta e pacifica -non verrebbe a mancare. Perseverando su questa strada, voi ottempererete all’esortazione della seconda lettera a Timoteo: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 2).

6. La testimonianza cristiana del Vangelo tocca anche gli altri cristiani e tutti gli uomini di buona volontà. So che nelle vostre Chiese locali è pienamente vissuta la dimensione ecumenica. Dobbiamo rendere grazie a Dio per ogni sforzo di comprendere meglio la fede dei nostri fratelli e sorelle non-cattolici e di collaborare con loro in un autentico spirito di carità. In questo modo speriamo di crescere insieme con loro nel cammino verso l’unità. Un autentico spirito ecumenico è anche una sfida a crescere nell’amore e nella comprensione della nostra fede cattolica. Altrimenti possiamo essere tentati di spazzar via differenze gravi di carattere dottrinale, disciplinare o storico, e i nostri sforzi resteranno superficiali e sterili perché non giungeranno alla radice della divisione. Sono fiducioso che, nell’approfondire la conoscenza e la stima della propria fede, alla ricerca di una migliore comprensione della fede degli altri, il popolo cattolico delle vostre isole darà un importante contributo al grande lavoro ecumenico in cui la Chiesa è così fortemente impegnata.

7. Cari fratelli, ciascuna delle vostre Chiese locali sia sempre un segno della comunione d’amore cristiana, un faro di speranza per tutti coloro che cercano soluzioni pienamente umane ai problemi che assillano i singoli e la società, una fonte di incoraggiamento per tutti coloro che cercano di vivere conformi alla volontà di Dio per la nostra salvezza. Possa il Popolo di Dio in Papua-Nuova Guinea e nelle Isole Salomone guidare la società di cui fa parte a una sempre più profonda consapevolezza che la felicità e la realizzazione dell’uomo si trovano in Dio e nel suo disegno su di noi, che è di amore e misericordia per tutti i figli e le figlie del genere umano. In questa gioiosa occasione, invoco su di voi e sul vostro popolo la forza e la pace che vengono dall’alto, e vi imparto di cuore la mia apostolica benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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