Domenica, 30 ottobre 1988
L’accoglienza della comunità ecclesiale
Giovanni Paolo II riprende oggi il dialogo pastorale con le parrocchie
della sua Diocesi. Nel pomeriggio infatti si reca in visita alla chiesa dei
Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, all’estrema periferia Est di Roma.
Un incontro intenso e filiale con le componenti vive della comunità.
Specialmente i giovani ed i bambini si sono stretti intorno a colui “che ha
molta fiducia in loro”, speranza e futuro della Chiesa e del mondo.
Giovanni
Paolo II, all’arrivo nella Parrocchia dei Santi Simone e Giuda Taddeo è salutato
dal Cardinale Vicario Ugo Poletti, dal Vescovo del Settore Monsignor Giuseppe
Mani e dal Parroco Don Carlo Motta, del clero secolare della Diocesi di Verona,
cui questa porzione di Chiesa locale è affidata dal 1970. Per l’occasione, è
anche presente Monsignor Andrea Veggio Vescovo Ausiliare della Diocesi veneta.
A nome di tutti gli abitanti di Torre Angela il Parroco Don Motta rinnova al
Santo Padre, il suo grazie per la “presenza-evento”, che deve poter costituire
l’inizio di un nuovo cammino di fede nella fraternità e nella comunione.
In
risposta al saluto del Parroco il Santo Padre pronuncia le seguenti parole.
Voglio lodare Gesù Cristo, nostro Signore e salvatore e voglio insieme
salutare tutti voi carissimi fratelli e sorelle di questa parrocchia. Parrocchia
grande, numerosa, dedicata ai Santi apostoli Simone e Giuda Taddeo. È appena
passata la festa liturgica di questi due apostoli. Oggi però è una buona
occasione per farvi visita. Possiamo dire che è quasi l’onomastico della vostra
parrocchia. Vi saluto cordialmente e vi auguro tutto quello che si deve augurare
nel giorno onomastico: vi auguro il bene, tutte le cose buone e promettenti, vi
auguro un futuro migliore. Tutto questo desidero augurare a tutte le componenti
di questa comunità: alle persone, ad ogni famiglia ed alle diverse generazioni,
in quanto ho potuto, passando tra voi, abbracciare, incontrare queste
generazioni ed anche baciare le più giovani, quelle dei piccolissimi.
Quando guardo alla vostra Chiesa mi viene in mente Mosè, il quale, seguendo
il comandamento di Jahve, del Signore, ha costruito una tenda come abitacolo,
come tempio del popolo pellegrino. Quando il Popolo di Dio, il popolo di Israele
del Vecchio Testamento, era nel deserto, quella tenda per tutti loro fu segno
visibile della presenza di Dio. Così anche in questa borgata tanto popolata, tra
tante persone e tante famiglie, questa tenda, la vostra Chiesa, è segno della
presenza di Dio. Oggi, quindi, davanti a questa presenza di Dio presenza
neotestamentaria, presenza eucaristica, ci incontriamo, vogliamo, con Dio che si
è fatto uomo, con l’Emanuele, il Dio con noi, il quale ha inviato nel mondo gli
apostoli, vivere la nostra vita. Vivere alcune ore privilegiate della nostra
vita; sono le ore del giorno domenicale, le ore del Signore. Consacriamo almeno
una parte di questo tempo sacro ad essere con lui. E così essendo vicini a lui
vogliamo anche noi diventare migliori. Quando uno è più vicino a Dio è più uomo,
migliora, approfondisce la sua realtà personale, si alza e cammina. È così
importante che ciascuno di noi cammini sulla strada della vita, che progredisca
su questa strada. La presenza di Dio, la nostra presenza con Dio, oggi l’ultima
domenica di ottobre, deve spingere verso un cammino più umano, più cristiano,
più degno dell’uomo e degno del figlio di Dio. Ecco, questo è l’augurio che
rivolgo alla vostra parrocchia ed a ciascuno di voi, a tutte le comunità, ai
vostri sacerdoti, soprattutto al parroco ed ai suoi collaboratori. A tutti
auguro di camminare insieme con Gesù Cristo, come camminavano gli apostoli.
Camminare in una vita sempre più umana e cristiana.
Il gioioso incontro con i bambini
Devo subito dirvi che mi piace questa tenda, riempita da tanti ragazzi e
ragazze insieme con i vostri genitori, con i vostri insegnanti, le suore ed
anche con i vostri sacerdoti della parrocchia dei Santi Simone e Giuda. Chi
erano questi santi? Erano apostoli? E quanti erano gli apostoli . . . Dodici . . . Mi
ricordo che erano dodici. Chi era il primo degli apostoli? E questo Pietro dove
è adesso? Ma Pietro è già morto da tanti secoli . . . Quasi duemila anni . . . Dove è
la sua tomba? Voi avete detto che sta a Roma . . . C’è anche una Basilica a lui
intitolata: San Pietro. E voi siete andati almeno una volta a vedere questa
Basilica? Voi sapete dove si trova San Pietro a Roma? . . . Allora voi potrete
ancora una volta venire a fare visita al successore di Pietro . . . Anche voi
potrete restituire la visita che lui, ora, sta compiendo qui. Sugli apostoli
sembra che sappiate abbastanza. Ma c’è ancora un altro tema molto bello, quello
che avete cantato: cancelliamo l’egoismo. Chi ci ha insegnato a cancellare
l’egoismo? Gesù . . . Lui non ha parlato però con questa espressione, ha usato la
parola amore. Ha detto che ciascuno deve amare il suo prossimo. Amare Dio
soprattutto, poiché Dio è il sommo bene, senza di lui non ci sarebbe nessuno,
non ci sarebbe niente. Amare Dio soprattutto, vuole dire amare i nostri simili,
gli altri uomini, come amiamo noi stessi. Questo vuole dire cancellare
l’egoismo. Cancellare l’egoismo significa amare il nostro prossimo, i nostri
fratelli, e sorelle. Tutto questo ci ha insegnato Gesù Cristo, e non solamente
con le parole; parole che ascolteremo anche oggi nel Vangelo, durante la Messa.
Ma lo ha insegnato soprattutto con il suo esempio, con la sua vita. Anzi ha dato
la vita per amore di noi, per salvarci dal peccato e dalla morte eterna, ha dato
la sua vita morendo sulla croce. E con questo suo sacrificio Cristo non ci ha
lasciato. Cosa celebriamo quando partecipiamo della santissima Eucaristia nella
santa Messa? Celebriamo il suo sacrificio, il sacrificio che Cristo ci ha
lasciato come sacramento. Sacramento in cui lui ha manifestato l’amore supremo
del Padre. Ci ha lasciato l’Eucaristia come alimento, come cibo e bevanda, come
forza del nostro cammino. Allora gli apostoli sono stati inviati per portare
questo messaggio di salvezza in tutto il mondo. E noi, impariamo questo
messaggio da bambini, da piccoli e poi crescendo ci sforziamo di capirlo sempre
meglio per porlo al centro della nostra vita e per realizzare questo messaggio
di salvezza nella nostra vita. Così diventiamo sempre più maturi come persone,
come cristiani.
A tutti voi, ragazze, ragazzi e bambini auguro di diventare sempre più
cristiani. Siete contenti di questo augurio? Non potrei augurarvi niente di più
grande. Questo è l’augurio più grande: diventare sempre più maturi, più buoni
cristiani, imitatori di Cristo, figli di Dio. Benedico di cuore tutti i presenti
ed i piccoli così numerosi nella parrocchia dei Santi Simone e Giuda Taddeo.
Alle religiose
Nella non facile realtà in cui operano quotidianamente, il parroco e i
suoi collaboratori possono contare sull’aiuto prezioso di alcune famiglie
religiose femminili che, pur nella diversità dei carismi, sono sempre vicine,
con le opere o con la preghiera, alla comunità dei Santi Simone e Giuda Taddeo.
Alle religiose Giovanni Paolo II rivolge le seguenti parole.
Vi voglio bene. Ho scritto una lunga lettera sulla dignità della donna. E vi
voglio bene in questo senso: perché siate veramente forti per quello che il
nostro Creatore ha voluto che fosse la donna. E vi voglio bene ancora di più per
questo: perché Dio ha voluto che ci fosse una donna consacrata, una Vergine
consacrata a Dio e allo Spirito Santo, consacrata per il Regno dei cieli. Per
testimoniare, in questo mondo, un altro mondo, superiore, divino. E vi voglio
bene perché in questo mondo, tra i vostri fratelli, in questa parrocchia, con la
vostra testimonianza, siete apostole portatrici di bene. Ecco questo è il bene
che vi voglio dire, a ciascuna di voi. E vi benedico.
Ai rappresentanti del consiglio pastorale
Grazie per questo vostro programma ben studiato, basato sull’esperienza di
questa vostra parrocchia. E appunto qui si esprime il significato del consiglio
pastorale: fare un’esperienza umana e cristiana insieme ai vostri sacerdoti, ed
essere aperti ai loro consigli, ai loro suggerimenti.
Questo che ho sentito da voi è un programma completo della vostra parrocchia,
che si trova di fronte a una determinata realtà concreta. Questa vostra
assemblea è espressione di due consigli: quello pastorale e quello economico. E
rifletto sul fatto che “pastorale” vuol dire anche “economico”. Non certo nel
senso che tutto, nella pastorale, si riduce al denaro. Bensì nel senso che tutto
- ciò che è pastorale e ciò che all’aspetto pastorale è necessario - si può
ricondurre a una economia divina.
Questa economia divina è eterna, e si è manifestata nella storia con la
venuta di Gesù, con la sua missione, con il suo mistero pasquale, e continua
nella Chiesa.
E così, in questo senso, il consiglio pastorale è, deve essere considerato un
consiglio economico. Non prescindendo dalle realtà terrene, umane, in cui anche
per l’economia divina sono necessari elementi dell’economia umana.
Vi auguro di continuare così per il bene di questa parrocchia dedicata ai
carissimi apostoli Simone e Giuda Taddeo, e per il bene di questo vostro
territorio.
Vi benedico.
Agli animatori della catechesi, della liturgia e della carità
Prima di tutto, un’osservazione scherzosa. Ovunque io vada i giornalisti mi
pongono domande. Oggi sono venuto in questa parrocchia pensando che qui non me
ne avrebbero fatte, ma ecco, ancora domande. Si vede che avete uno spirito
giornalistico. Ma, a parte gli scherzi, voglio soprattutto ringraziarvi per la
vostra presenza, una presenza che è piuttosto una sintesi di tante presenze
vostre nella parrocchia, nella comunità umana e cristiana che si chiama
parrocchia dei Santi apostoli Simone e Giuda Taddeo.
E questo è prezioso. Così, questa parrocchia che porta il nome degli
apostoli, diventa veramente parte della Chiesa apostolica, perché la Chiesa in
cui crediamo - che è santa, cattolica, apostolica - è tale grazie alla
successione apostolica dei suoi pastori.
Questo è un aspetto molto importante, essenziale per l’identità della Chiesa
di Cristo. Ma c’è ancora un altro aspetto di questa apostolicità, ed è l’aspetto
che si chiama apostolato. La Chiesa è apostolica attraverso l’apostolato,
attraverso lo spirito apostolico di tutti i suoi componenti, di tutti i
cristiani. Forse in passato era più diffusa l’opinione che l’apostolato fosse
cosa del clero, degli ecclesiastici; ma in fondo nemmeno in passato era così. E
adesso il Concilio Vaticano II ci ha reso consapevoli che l’apostolato della
Chiesa è l’apostolato di tutti i credenti, di tutti i cristiani. Anzi, il
Concilio dice espressamente che l’apostolato, per propria natura, è vocazione,
chiamata all’apostolato.
Vi vedo qui come un gruppo che ha preso sul serio la propria vocazione
cristiana, che ha preso sul serio l’apostolato in questa parrocchia, il proprio
essere cristiani. Per questo ringrazio ciascuno di voi personalmente e ringrazio
soprattutto lo Spirito Santo perché è la sua azione che fa vivere così ciascuno
di noi, la nostra fede, il nostro essere cristiani. E prego lo Spirito Santo che
vi faccia perseverare in questa disponibilità apostolica nel campo della
catechesi e nel campo della carità. E carità vuol dire solidarietà con ogni
uomo, soprattutto con i più bisognosi, che lo sono in modo diverso.
Avete citato i nomadi, ma ci sono certamente tanti altri bisognosi con cui
dobbiamo essere solidali per vivere il nostro cristianesimo nel senso più pieno.
Ho detto che ringrazio lo Spirito Santo perché tutti i doni, i cosiddetti
carismi, doni spirituali che costruiscono la Chiesa come corpo di Cristo, la
Chiesa come comunità vivente, tutti questi doni vengono da lui, sono i doni
dello Spirito Santo. Grazie al mistero pasquale, grazie al sacrificio di Cristo,
alla sua croce e risurrezione, lo Spirito Santo ci è stato dato, e rimane sempre
tra noi, e opera nei nostri spiriti.
Qui siamo sulla soglia delle risposte. Perché queste risposte possono essere
molto lunghe. Per esempio, come compiere meglio la missione catechistica, come
convincere meglio i giovani, come rendere più attraente questo messaggio che
dobbiamo trasmettere ai giovani nei diversi momenti della vita?
Qui entrano anche altri aspetti: la maturazione personale, intellettuale,
affettiva, ma direi soprattutto che qui si deve lasciare spazio allo Spirito
Santo. E questo spazio allo Spirito Santo si lascia sempre attraverso la
preghiera.
Se vogliamo perfezionare il nostro apostolato come catechisti dobbiamo
pregare. Pregare soprattutto nei momenti più difficili, nei casi più difficili,
come Gesù nel Getsemani. Ha sofferto di più e ha pregato di più. Quando ci
troviamo davanti alle difficoltà maggiori, nei casi più difficili, dobbiamo
pregare di più. E poi le risposte vengono. Non si tratta di risposte generiche,
si tratta sempre di una risposta concreta. Qualche volta una sola parola decide,
converte, convince.
Lo stesso per il problema della carità. Su questo problema, certo, la Chiesa
di Roma, dappertutto, in ogni parrocchia, si trova davanti al tema
dell’amministrazione pubblica, comunale, che “ex officio” dovrebbe occuparsi di
molti di questi problemi. Molte volte non è in grado, non è preparata, e mancano
anche i mezzi. Allora la Chiesa molte volte assume un compito pionieristico, e
fa quello che può. Non può fare tutto, perché per risolvere i problemi della
povertà, i bisogni di carattere anche economico, sono necessari i mezzi di cui
la Chiesa dispone scarsamente.
D’altra parte, dal punto di vista evangelico, dal punto di vista della logica
del Vangelo, tante volte Cristo esalta questo poco, queste piccole cose, che
hanno tanto valore nel Vangelo, nell’apprezzamento di Cristo. E queste piccole
cose valgono anche molto nella realtà sociale, ambientale, perché sono, in sé,
un inizio, portano avanti una iniziativa, inaugurano. Allora, non dobbiamo
scoraggiarci se ci sono difficoltà, e se queste difficoltà sono grandi. Penso
che è stato sempre così, anche ai tempi degli apostoli Simone e Giuda Taddeo.
Era, è così, e probabilmente sarà sempre così. Però, bisogna fare quel poco. E
talvolta quel poco vale più di una realizzazione anche sontuosa, lussuosa,
splendida, quando non mancano i denari.
Questa è la mia risposta, un abbozzo di risposta alle vostre domande, che non
sono meramente accademiche, astratte, ma sono domande che sorgono dal vostro
apostolato, dalla vostra attività apostolica, quando vi dedicate ai giovani
nella catechesi o ai bisognosi nella vostra attività caritativa. Vorrei
ringraziarvi ancora una volta. Auguro tutto il bene alle vostre persone, alle
vostre famiglie, al vostro lavoro. E vi benedico insieme ai Vescovi qui presenti
e a tutti i vostri cari.
Ai numerosi giovani riuniti nell’antica Chiesa parrocchiale
Sono lieto di incontrarvi, e di incontrarvi in questa parrocchia. È una
parrocchia giovane, che cresce, che ha un futuro, e che cerca di costruire
questo suo futuro. Costruire anche in senso architettonico. Vediamo qui, dove
siamo, la chiesa più antica, ma più in là c’è già la nuova chiesa. Ecco, si
costruisce anche così il futuro. Non è tutto, per la chiesa, ma è un elemento
importante.
Ma io voglio rispondere anzitutto alla prima domanda, perché essa
implicitamente ci riporta alle altre due. Perché - ha chiesto la vostra amica -
il Papa ha tanta fiducia nei giovani?
La mia risposta è semplice: perché Dio ha fiducia nell’uomo. Di qui si deve
cominciare: Dio ha fiducia nell’uomo. Non si può capire quello che troviamo
nelle Scritture, incominciando dalla creazione, se non accettiamo che Dio ha
fiducia in noi. Cominciamo dalla Genesi, dove si parla dell’uomo creato ad
immagine di Dio. Che cosa vuol dire? Vuol dire che Dio, in un certo senso,
affida se stesso, la sua natura spirituale - sublimissima - a una creazione che
è simile a se stesso.
Questo ci conferma passo per passo la fiducia che Dio ha nell’uomo. Questa
strada prosegue, e arriva al suo vertice in Gesù Cristo. Non si può pensare alla
prova di fiducia maggiore di Dio verso l’uomo se non che Dio stesso - mistero
trinitario: Padre, Figlio, Spirito Santo - si fa uomo. E suo Figlio, eterno
consustanziale al Padre, diventa Figlio dell’uomo. Non si può immaginare una
fiducia maggiore del mistero dell’incarnazione e della redenzione di Cristo.
Guardare a Gesù Cristo vuol dire ritrovare sempre questa verità: Dio ha fiducia
nell’uomo. E non nell’uomo astratto, generico, ma nell’uomo concreto, in ogni
uomo, in noi. Dio ha fiducia in me, questo è il ragionamento della fede basato
sulla Parola di Dio, su tutto il messaggio cristiano e sulla sua continuazione.
Come non pensare che Dio ha fiducia nell’uomo se preghiamo insieme
l’Eucaristia? Questo fatto che Dio uomo, crocifisso, ci affida il suo corpo, il
suo sangue, il suo sacrificio, la sua morte, la sua risurrezione . . . Dio ha
fiducia in noi. E Giovanni Paolo II ha fiducia nei giovani. Come può il servo
dei servi di Dio non avere fiducia nell’uomo, in ogni uomo, e soprattutto nei
giovani? Ho scritto una volta, in una lettera ai giovani, che essere giovani
vuol dire vivere un grande progetto: il progetto di essere uomini, cristiani, di
rispondere a questa fiducia che Dio ha in noi.
Allora, carissimi, penso che se voi rifletterete su queste parole, su questo
contenuto fondamentale della vostra fede, avrete una luce nei momenti difficili,
perché specialmente nei momenti difficili l’uomo cerca Dio. E ancora di più
cerca la sua fiducia, questa fiducia che Dio ha nell’uomo. Vi auguro di
camminare con questa luce, e vi benedico.
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