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VISITA PASTORALE A TORINO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL MONDO DELLA CULTURA NELLA SEDE DELL’ATENEO

Torino - Sabato, 3 settembre 1988

 

Signor Rettore Magnifico,
illustri presidi di Facoltà e docenti tutti,
carissimi studenti e collaboratori!

1. Sono lieto e grato della presente opportunità di poter incontrare il Corpo Accademico, gli studenti e il personale ausiliario dell’Università di Stato di Torino, che, radicata in una grande tradizione storica - insieme al Politecnico, giustamente apprezzato per i fecondi risultati scientifici raggiunti - si presenta con meritato prestigio sulla scena della comunità scientifica italiana e mondiale.

Saluto e ringrazio il Rettore Magnifico dell’Università, professore Mario Umberto Dianzani, per il nobile indirizzo di saluto, nel quale ho ravvisato non solo l’espressione di sincera deferenza per la mia persona, ma anche la testimonianza di un impegno di ricerca della verità, nel rispetto della coscienza di ciascuno, e l’alto senso di responsabilità che anima autorità accademiche e docenti nel quotidiano compito educativo.

Saluto anche gli studenti, che, per mezzo del loro rappresentante, hanno manifestato i problemi che li assillano, unitamente alle aspirazioni e allo sforzo di autosuperamento, tipico della giovinezza libera e aperta all’infinito. I giovani sono i primi destinatari della istituzione universitaria, che, fin dalle sue origini, li ha collocati al centro dell’interesse e della sua fervida attività. A loro il mio particolare, affettuoso saluto, con la gioia che sempre mi procura incontrarmi con loro e condividerne i problemi, le ansie, le aspirazioni.

2. L’università è stata concepita come una particolare “comunità”, fin dagli inizi dell’istituzione, nel medioevo. Comunità di professori-scienziati e di studenti: le due componenti erano allora strettamente unite tra di loro, talché l’università/comunità, come corpo composto di parti intimamente solidali, conosceva un regime di mutua partecipazione e di autogoverno, in cui i docenti si sentivano responsabili della formazione degli studenti, e questi, impegnati così in esigenze accademiche severe, erano direttamente coinvolti nella vita dell’università.

Tale è stato sin dal principio il carattere dell’istituzione - e oggi si tratta della stessa cosa: infatti nell’attuale fase di grande sensibilità alla convivenza sociale e alle sue possibilità di comunione, si mira a ritrovare il dinamismo interno della comunità universitaria. L’università deve perciò qualificarsi anche al nostro tempo come comunità di persone, che unisce i responsabili accademici, i docenti dei vari gradi, gli studenti, gli amministratori, i funzionari e tutti coloro che partecipano direttamente alla vita dell’università, al fine di evitare che l’università stessa sia ridotta ad una azienda che trascura i rapporti con la sua utenza. Al contrario, tutti i membri della comunità universitaria si sforzeranno, in spirito di partecipazione e di corresponsabilità, di rendere l’istituzione più unita, creatrice e veramente preoccupata del bene comune.

Tutto questo si riferisce pure all’Università di Torino. Essa è nata nel 1404 con l’istituzione di uno Studio generale “per l’insegnamento della Teologia, del Diritto Canonico e Civile e di ogni altra lecita Facoltà” (cf. “Documento istitutivo” del 27 novembre 1404, in T. Vallauri, “Storia delle Università degli Studi del Piemonte”, Torino 1845, I, pp. 239-241; vedi anche “Feriis saecularibus CF. Athenaei Taurinensis”, 1906, p. 12; E. Bellone, “Il primo secolo di vita dell’Università di Torino - sec. XV-XVI”, Torino, Centro di Studi Piemontesi, 1986), e fu sempre intimamente legata alla storia della città e della regione, sottolineando così un rapporto fecondo tra l’antico Ateneo che promuove e sviluppa i vari campi del sapere umano e la vita degli uomini, nella trama degli eventi storici, politici e culturali, e nello sforzo di integrazione mai interrotto tra Chiesa e società, per il bene dell’uomo e per la sua crescita culturale, morale, spirituale e civile.

3. I compiti a cui l’università è chiamata a rispondere, oggi, come nel passato, nel campo della scienza e dell’insegnamento, riguardano la difficile sintesi tra l’universalità del sapere e la necessità della specializzazione. Come ha osservato il Concilio Vaticano II, “Oggi vi è più difficoltà di un tempo nel ridurre a sintesi le varie discipline del sapere e le arti. Mentre infatti aumenta il volume e la diversità degli elementi che costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità per i singoli uomini di percepirli e di armonizzarli organicamente, cosicché l’immagine dell’uomo universale diviene sempre più evanescente” (Gaudium et Spes, 61).

Ora, è proprio caratteristica dell’università, che è per antonomasia “universitas studiorum” a differenza di altri centri di studio e di ricerca, coltivare una conoscenza universale, nel senso che in essa ogni scienza dev’essere coltivata in spirito di universalità, cioè con la consapevolezza che ognuna, seppure diversa, è così legata alle altre che non è possibile insegnarla al di fuori del contesto, almeno intenzionale, di tutte le altre. Chiudersi è condannarsi, prima o dopo, alla sterilità, è rischiare di scambiare per norma della verità totale un metodo affinato per analizzare e cogliere una sezione particolare della realtà (cf. “Allocutio Bononiae habita ad docentes et athenaei alumnos”, 3, die 18 apr. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V, 1 [1982] 1227). Si esige quindi che l’università diventi un luogo di incontro e di confronto spirituale in umiltà e coraggio, dove uomini che amano la conoscenza imparino a rispettarsi, a consultarsi, a comunicare, in un intreccio di sapere aperto e complementare, al fine di portare lo studente verso l’unità dello scibile, cioè verso la verità ricercata e tutelata al di sopra di ogni manipolazione.

In questa luce, trova risposta anche il problema della autonomia delle istituzioni universitarie, cioè della libertà della ricerca, e quello dei limiti della scienza nel rispetto della vocazione dell’uomo. A questo proposito mi sembra doveroso riaffermare che “la libertà è da sempre condizione essenziale per lo sviluppo di una scienza che conservi la sua intima dignità di ricerca del vero e non venga ridotta a pura funzione, asservita a strumento di un’ideologia, al soddisfacimento esclusivo di fini immediati, ai bisogni sociali materiali o di interessi economici, di visuali del sapere umano unicamente ispirate a criteri unilaterali o parziali, propri di interpretazioni tendenziose, e, per ciò stesso, incomplete della realtà” (“Allocutio Bononiae habita ad docentes et athenaei alumnos”, 3, die 18 apr. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V, 1 [1982] 1227).

4. Occorre al tempo stesso focalizzare un campo di azione non meno importante e cruciale: l’istituzione universitaria deve servire all’educazione dell’uomo. A nulla varrebbe la presenza di mezzi e strumenti culturali anche i più prestigiosi, se non si accompagnassero alla chiara visione dell’obiettivo essenziale e teleologico di una università: la formazione globale della persona umana, vista nella sua dignità costitutiva e originaria, come nel suo fine. La società chiede all’università non soltanto specialisti, ferrati nei loro specifici campi del sapere, della cultura, della scienza e della tecnica, ma soprattutto costruttori di umanità, servitori della comunità dei fratelli, promotori della giustizia perché orientati alla verità. In una parola, oggi, come sempre, sono necessarie persone di cultura e di scienza, che sappiano porre i valori della coscienza al di sopra di ogni altro, e coltivare la supremazia dell’essere sull’apparire. La causa dell’uomo sarà servita se la scienza si allea alla coscienza. L’uomo di scienza aiuterà veramente l’umanità se conserverà “il senso della trascendenza dell’uomo sul mondo e di Dio sull’uomo” (“Allocutio ad Pontificiam Academiam Scientiarum”, 4, 10 nov. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II, 2 [1979] 1109).

In questa sostanziale missione i doveri dell’ateneo si incontrano con quelli della Chiesa. Per questo, la promozione della cultura, non disgiunta dalla vita, è sempre stata un momento importante dell’azione della Chiesa. Nel corso dei secoli essa ha fondato scuole di ogni ordine e grado; e, insieme con l’invio dei suoi missionari, ha dato origine anche a prestigiose università, tra cui questa vostra.

Chiesa e università non devono perciò essere estranee, ma vicine e alleate. Tutte e due si consacrano, ciascuna alla propria maniera e con il proprio metodo, alla ricerca della verità, al progresso dello spirito, ai valori universali, allo sviluppo integrale dell’uomo. Un’accresciuta, reciproca comprensione tra loro non potrà che giovare al raggiungimento di queste nobili finalità che le accomunano.

Questa necessaria sinergia tra università e Chiesa trova la sua espressione - antica e contemporanea - anche qui a Torino. Sono informato, infatti, che la comunità ecclesiale diocesana, è coinvolta in prima persona in questi problemi, tanto più che il 72 per cento degli iscritti all’Università e al Politecnico sono di provenienza torinese.

Inoltre, le varie componenti diocesane svolgono una presenza attiva di solidarietà, di iniziative pastorali e di assistenza tecnica per le molteplici necessità degli studenti; ai docenti compete il grave impegno di animare, con la loro convinzione fattiva, il loro lavoro intellettuale e didattico e di testimoniare la possibilità di una feconda sintesi tra fede e cultura, al di là di ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica.

Nella vostra Università potete contare su illustri e luminosi esempi: mi piace espressamente citare il servo di Dio Francesco Faà di Bruno, professore di Analisi Superiore e Astronomia, e apostolo tra i giovani; e l’allievo del Politecnico Pier Giorgio Frassati; né posso dimenticare che il compianto Cardinale Michele Pellegrino, prima di essere nominato Arcivescovo di Torino, fu ordinario di Letteratura Cristiana antica in questa Università.

Esprimo l’auspicio che questa Chiesa locale, continui ad offrire la sua sincera collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene comune.

5. La mia presenza a Torino è collegata, questa volta, con le celebrazioni del centenario della morte di san Giovanni Bosco, come ha amabilmente rilevato il Rettore Magnifico.

E vero che questo santo, di cui la vostra città va giustamente fiera, non ebbe particolari rapporti con l’Università. Egli tuttavia, nonostante la sua incredibilmente vasta attività, seppe coltivare in se stesso una solida preparazione culturale, unita a felici doti di esposizione letteraria, che gli permise di compiere un notevole apostolato. Egli sentì fortissimo l’impulso di elaborare una cultura che non fosse privilegio di pochi, o una astrazione dalla realtà sociale in evoluzione. Per questo fu promotore di una solida cultura popolare, formatrice di coscienze civili e professionali di cittadini impegnati nella società.

Ma soprattutto la figura di don Bosco può essere guardata con simpatia e fiducia anche dal mondo universitario, perché la sua vita e la sua azione furono dedicate completamente all’educazione della gioventù. Il santo riassume infatti il suo programma educativo nel celebre trinomio: “Ragione, religione, amorevolezza”.

Come è scritto nella lettera “Iuvenum Patris”, “il termine ragione sottolinea, secondo l’autentica visione dell’umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è come il necessario corredo dell’uomo nella sua vita familiare, civile e politica . . . La ragione invita i giovani ad un rapporto di partecipazione ai valori compresi e condivisi. Don Bosco la definisce anche «ragionevolezza» per quel necessario spazio di comprensione, di dialogo e di pazienza inalterabile in cui trova attuazione il non facile esercizio della razionalità.

Tutto questo, certo, suppone oggi la visione di un’antropologia aggiornata e integrale, libera da riduzionismi ideologici. L’educatore moderno deve saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la promozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le urgenze ecologiche” (“Iuvenum Patris”, 10).

Don Bosco ha inoltre manifestato uno straordinario interesse al mondo del lavoro. Egli ha avuto la lungimirante preoccupazione di dotare le giovani generazioni di una competenza professionale e tecnica adeguata, soprattutto in una città come Torino ed in una regione come il Piemonte, che, mediante avanzati centri di produzione industriale, hanno diffuso su scala mondiale le creazioni e i ritrovati scientifici del genio italiano. Notevole poi la sua preoccupazione di favorire una sempre più incisiva educazione alla responsabilità sociale, sulla base di una accresciuta dignità personale, a cui la fede cristiana non solo dona legittimità, ma conferisce anche energie di incalcolabile portata (cf. “Iuvenum Patris”, 18).

In questa linea l’università, in quanto centro dell’unificazione del sapere, luogo istituzionale della elaborazione delle conoscenze, umanistiche e scientifiche, mediante il costante esercizio della ragione, ha un compito primario e inalienabile. Se lo sviluppo ha una necessaria dimensione economica, non si deve esaurire tuttavia in tale dimensione, per non ritorcersi contro quegli stessi che si vorrebbero favorire. Le caratteristiche di uno sviluppo pieno, “più umano”, che - senza negare le esigenze economiche - sia in grado di mantenersi all’altezza dell’autentica vocazione dell’uomo e della donna, sono state esposte nella recente enciclica Sollicitudo Rei Socialis (n. 28-30).

L’impresa presuppone il rispetto dei valori più profondi dell’uomo. Uno sviluppo, non soltanto economico, si misura e si orienta secondo questa realtà e vocazione dell’uomo, visto nella sua globalità, ossia secondo un suo parametro interiore. Egli ha senza dubbio bisogno dei beni creati e dei prodotti dell’industria, arricchita di continuo dal progresso scientifico e tecnologico. Ma per conseguire il vero sviluppo è necessario non perdere di vista detto parametro, che è nella natura specifica dell’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 29).

6. Il genio educativo di san Giovanni Bosco si è manifestato in sommo grado nell’amore verso i giovani. Per poter educare, bisogna amare.

Il terzo punto del ricordato trinomio parla infatti di amorevolezza. “Si tratta di un atteggiamento quotidiano - ricorda ancora la «Iuvenum Patris» - che non è semplice amore umano né sola carità soprannaturale. Esso esprime una realtà complessa ed implica disponibilità, sani criteri e comportamenti adeguati.

L’amorevolezza si traduce nell’impegno dell’educatore quale persona totalmente dedita al bene degli educandi, presente in mezzo a loro, pronta ad affrontare sacrifici e fatiche nell’adempiere la sua missione. Tutto ciò richiede una vera disponibilità per i giovani, simpatia profonda e capacità di dialogo . . . Il vero educatore, dunque, partecipa alla vita dei giovani, si interessa ai loro problemi, cerca di rendersi conto di come essi vedono le cose, . . . è pronto a intervenire per chiarire problemi, per indicare criteri, per correggere con prudenza e amorevole fermezza valutazioni e comportamenti biasimevoli. In questo clima di «presenza pedagogica» l’educatore non è considerato un «superiore», ma un «padre, fratello e amico»” (“Iuvenum Patris”, 12).

Tutto questo, pur considerando la specificità dei diversi ambienti e finalità, è importante anche nell’educazione universitaria: se l’università vuole istruire ed educare, devono in essa operare le energie dell’amore. Così com’è stato nella vita, nella missione, nei metodi di don Bosco.

Auguro pertanto, e di tutto cuore, che questo illustre Ateneo, come gli altri istituti superiori torinesi di specializzazione, siano sempre comunità attente a questi supremi valori, aperte a questi orizzonti. Certamente, perché l’intelligenza abbia la sua valorizzazione, e il cuore sia mosso dalla carità, è necessario l’aiuto del Logos, perché, a dire con sant’Agostino, egli è la luce: “ipse (Filius) est menti nostrae lumen” (Quaest. Evang. I, 1; PL 35, 1323); egli è l’amore: “amavit nos, ut redamaremus eum” (Enarr. in Ps. 127, 8; CCL 40, 1872). Per quanti hanno accolto questa luce e questo amore, la loro attività di studio, d’insegnamento e di formazione è certamente sorretta da tali verità; ma penso che tutti, a qualsiasi estrazione ideologica appartengano, possano ritrovarsi uniti e concordi su questa comune piattaforma di servizio, intelligente e generoso, agli uomini del domani.

A tale fine, con senso di grandissima stima, su tutti invoco la continua assistenza del Verbo di Dio, di cui vuole essere pegno la mia speciale benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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