The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DEGLI STATI UNITI D
AMERICA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 9 settembre 1988

 

Cari fratelli nel Signore Gesù Cristo.

1. Per la settima volta quest’anno ho la gioia di ricevere nella Sede di Pietro i miei fratelli Vescovi degli Stati Uniti in visita “ad limina”. In voi, Vescovi della I e VIII regione, saluto l’amatissimo popolo che costituisce la Chiesa nel New England e negli Stati del Minnesota, Nord Dakota e Sud Dakota. Mi rendo conto che c’è grande diversità tra le vostre regioni e tra le vostre Chiese locali, ma so che voi tutti fate esperienza di una sfida comune nel vivere la fede una, santa, cattolica e apostolica.

Nel corso delle visite precedenti, ho avuto occasione di riflettere con i Vescovi sulla missione pastorale della Chiesa. Tutti i miei discorsi miravano ad aiutarli a guidare le loro comunità ecclesiali a vivere la vita di fede il più pienamente possibile. Così ho potuto trattare una serie di argomenti di grande importanza per tutte le diocesi americane: il mistero della Chiesa come vive negli Stati Uniti - la mirabile realtà della grazia di Dio - che ho potuto testimoniare di persona e che deve sempre essere richiamata al vertice della santità; la preparazione per il millennio, periodo di particolare rinnovamento della Chiesa nella sua identità e nella sua missione; il richiamo alla penitenza e alla riconciliazione; il richiamo alla preghiera; una riflessione su Gesù Cristo, che è l’unico che comunica il mistero di Dio e rivela l’uomo a se stesso; e, per finire, l’unità organica, in Cristo, degli sforzi antropocentrici e teocentrici della Chiesa, compreso il suo compito di proclamare la dignità e i diritti umani. Oggi, cari fratelli, vorrei continuare con una riflessione sulla consapevolezza che la Chiesa negli Stati Uniti deve avere della sua missione di solidarietà con tutti gli uomini.

2. La Chiesa, come i singoli individui che la compongono, è grande nel darsi (cf. Gaudium et Spes, 24). Come le singole persone, la comunità ecclesiale ritrova se stessa nell’uscire da sé e nel donarsi. La solidarietà è l’espressione della vita della Chiesa e del suo dinamismo in Cristo. Una tale solidarietà comprende una consapevolezza pratica della grande rete di interdipendenza che esiste tra i membri del Popolo di Dio. Essa consiste in un fermo e perseverante impegno per il bene di tutti (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 38).

In quanto corpo di Cristo, la Chiesa scopre e mette in atto la solidarietà al livello di mistero divino, ad ogni livello della sua cattolicità e a ogni livello delle umane necessità. Tutte le Chiese particolari che compongono l’unica Chiesa cattolica sono chiamate a vivere la stessa solidarietà universale con le Chiese sorelle, nella consapevolezza dell’unica comunione cattolica che le unisce nella missione di Cristo. Ogni Chiesa locale esprime questa interdipendenza nella fede, nell’amore e in ogni cosa che tocca la vita delle persone. Ogni Chiesa locale riconosce la sua interdipendenza nella necessità di essere aperta agli altri ed imparare da loro, come anche nell’aiutarli a portare i loro pesi secondo l’espressione di san Paolo: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6, 2). Ovunque, nella Chiesa universale, l’esperienza dei fedeli è di bisogno, là è richiesta la risposta della solidarietà. Per la Chiesa, la solidarietà è l’espressione della cattolicità del suo essere, poiché ella raggiunge tutti i suoi figli e figlie nella necessità.

3. Proprio perché è la Chiesa, ella è chiamata ad abbracciare tutti gli uomini nel bisogno, a rispondere alle necessità di tutti. La Chiesa riconosce e proclama con chiarezza l’interdipendenza e interrelazione universale dei bisogni degli uomini. Nella vostra lettera pastorale sulla pace e sulla giustizia economica, voi avete ben espresso questo punto, come Conferenza episcopale, dicendo: “Dal momento che ci professiamo membri di una Chiesa «cattolica» o universale, noi dobbiamo manifestare una attenzione particolare per il benessere di tutti nel mondo . . . Noi ci impegniamo in questa visione globale” (“Economic Justice for All”, 363). E ancora: “L’interdipendenza del mondo significa una struttura di problemi umani tra loro collegati. Importante quanto la pace nell’era nucleare, non risolve o dissolve l’altro più grande problema dei nostri giorni” (“The Challenge of Peace”, III, B, 3).

Per la Chiesa, la solidarietà è un atteggiamento morale e sociale da educare, una virtù da praticare, un dovere da esprimere in molte forme di fraterna assistenza e collaborazione. Dal momento che la solidarietà è determinante nel progresso sociale, la Chiesa negli ultimi decenni ha sentito il bisogno di mettere in evidenza la dimensione mondiale. Questa dimensione mondiale o carattere universale della dottrina sociale della Chiesa ha caratterizzato la Mater et Magistra, la Gaudium et Spes e la Populorum Progressio, e ora è stata ulteriormente approfondita nella mia enciclica Sollicitudo Rei Socialis. Per citare Paolo VI a questo proposito: “Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale” (Pauli VI Populorum Progressio, 3).

4. La solidarietà è in sé rilevante come virtù umana e cristiana, ma è ancor più rilevante nel suo rapporto con la pace. È certo un fattore di pace nel mondo moderno, e quando include la solidarietà nella verità, libertà, giustizia e amore, diventa una solida base per un nuovo ordine mondiale. La solidarietà è un fattore di pace in quanto è fondamentale per lo sviluppo: “Lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità” (Pauli VI Populorum Progressio, 43).

È importante per la Chiesa rendersi conto che ella esercita la solidarietà con il mondo intero come espressione della sua vita ecclesiale. La sua preoccupazione sociale, come il suo zelo evangelico, non conosce confini, proprio perché ella è la Chiesa, “come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1).

Nello stesso tempo, la Chiesa per sua volontà vive la solidarietà con una dimensione ecumenica ed interreligiosa, che ella considera estremamente importante. Ella vive per servire - come Cristo - la causa dell’umanità: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). La Chiesa sa anche di dover imitare i sentimenti di Cristo verso l’umanità; ella spesso ricorda le sue parole: “Sento compassione di questa folla” (Mt 15, 32).

5. Con questi sentimenti la Chiesa è chiamata a comprendere e a fronteggiare una molteplicità di bisogni tra loro differenti, dimostrando la sua solidarietà e offrendo aiuto secondo i suoi mezzi e la sua specifica natura. Questa grande apertura agli altri è stata caratteristica della Chiesa degli Stati Uniti. È un dono di Dio nel cuore del vostro popolo; deve essere alimentato, conservato, ponderato e messo in azione. Nel corso della mia prima visita negli Stati Uniti nel 1979, così ho parlato ai Vescovi a Chicago: “L’evidente interessamento per gli altri è stato un impegno fattivo del cattolicesimo americano, ed oggi ringrazio i cattolici americani per la loro grande generosità . . . Per me quindi questa è un’ora di solenne gratitudine” (“Allocutio ad sacros Praesules Conferentiae Episcopalis Americae Septemtrionalis in urbe «Chicago», habita”, die 5 oct. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II, 2 [1979] 629 ss). Nuovamente esprimo questi sentimenti.

La solidarietà di cui parliamo è quella vera che si esprime in uno spirito di condivisione, unito a una sensibilità umana, e motivato dalla carità soprannaturale. È una preoccupazione sociale che abbraccia tutti gli uomini, donne e bambini nella globalità della loro persona, che comprende i loro diritti umani, la loro condizione in questo mondo e il loro destino eterno. Non possiamo prescindere da nessuno di questi elementi. È una solidarietà che accetta e sottolinea l’uguaglianza della dignità umana fondamentale e si traduce in preghiera, con la formula di Gesù: “Padre nostro . . . Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Tutte le necessità dell’uomo entrano nella preoccupazione della Chiesa e invitano al coinvolgimento di tutti i suoi membri. Come ho scritto, la collaborazione è l’atto proprio della solidarietà (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 39), e insieme la solidarietà e la collaborazione sono mezzi per difendere i diritti umani e per servire la verità e la libertà degli uomini. Che meraviglia questa solidarietà cresciuta negli Stati Uniti oggi tra tanti uomini e donne di buona volontà che si impegnano nella difesa e il servizio della vita! Davvero essi contribuiscono a questo grande ideale americano di “libertà e giustizia per tutti!”.

La solidarietà è una risposta alla sfida di Cristo e quando viene vissuta nel nome di Cristo e della sua Chiesa, viene fatto senza distinzione di credo, sesso, razza, nazionalità o appartenenza politica. L’intenzione ultima può essere solo la persona umana nel bisogno.

6. Tra i segni positivi di una nuova preoccupazione morale nel mondo, una preoccupazione in aumento tra i cattolici degli Stati Uniti, ci sono non solo una rinnovata consapevolezza della dignità dell’uomo, ma anche la convinzione della fondamentale interdipendenza di tutti gli uomini, soprattutto nell’affrontare la povertà e il sottosviluppo. Di conseguenza, c’è una coscienza crescente del fatto che la pace è indivisibile e che lo sviluppo reale è condiviso da tutti o non è vero sviluppo (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 17). Da questo punto di vista vediamo come sono importanti le relazioni economiche e commerciali tra i paesi e i popoli del mondo, e come è importante che in questo campo ci sia giustizia.

In quanto pastori del Popolo di Dio, voi avete chiesto di riflettere sull’indivisibilità della pace e sulle conseguenze dell’interdipendenza economica. Voi avete dichiarato che “tutti noi dobbiamo affrontare la realtà di questi legami economici e le loro conseguenze e vederli come una grazia . . . che può unire tutti noi in una stessa comunità della famiglia umana” (“Economic Justice for All”, 363).

7. Il ventesimo anniversario della Populorum Progressio ha offerto alla Chiesa intera l’opportunità di riflettere ancora sul significato e contenuto dell’autentico sviluppo umano, per gli individui e per i popoli. Questa riflessione deve continuare nella Chiesa per l’importanza di questo tema legato alla sua missione di servizio nel nome di Cristo. Le dimensioni integrali, interiori e trascendenti del progresso umano meritano attenzione, così come i fattori economici, sociali e culturali del sottosviluppo e della povertà.

La mia ultima enciclica ha cercato di risottolineare la realtà trascendente dell’essere umano e perciò di precisare nuovamente il significato dell’autentico sviluppo per la natura specifica dell’uomo. Da questi principi derivano molte conclusioni a favore della dignità dell’uomo. Il sottosviluppo in tutte le sue forme si identifica e combatte più facilmente quando si conosce la vera natura dello sviluppo. La distinzione tra “essere” e “avere” resta essenziale per la comprensione dell’autentico progresso. Per questa ragione Paolo VI precisò che l’esclusiva ricerca dell’avere è un ostacolo reale allo sviluppo e che “l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale” (Pauli VI Populorum Progressio, 19). Se consideriamo l’importanza dei diritti umani per la persona umana, risulta chiaro che essi debbono essere difesi con forza in ogni programma di sviluppo. A questo scopo devono essere mobilitate tutte le risorse della solidarietà umana. È evidente l’insufficienza degli sforzi individuali. Occorre concentrare gli sforzi per identificare l’autentico progresso e per assicurare che tutti lo raggiungano, attraverso la solidarietà universale.

8. Povertà e sottosviluppo sono settori cui dedicare particolare cura sociale. A livello internazionale il sottosviluppo dei popoli è accompagnato e aggravato dall’enorme problema del debito estero. I singoli problemi della fame, dei senza tetto, la disoccupazione e la sotto-occupazione sono enormi e richiedono la collaborazione creativa di ogni comunità ecclesiale.

Un esempio straordinario della solidarietà creativa dei cattolici americani è il “Catholic Relief Services” (Servizio Cattolico di Assistenza), fondato dai Vescovi americani nel 1943 in Europa e in Nord Africa. Successivamente, e con non minor creatività, l’organizzazione ha risposto, per conto della Chiesa cattolica degli Stati Uniti, ad altri bisogni in tutto il mondo, ed è ancora conosciuta oggi come “la struttura ufficiale di aiuto e sviluppo oltre-oceano dei cattolici americani”. Questa organizzazione, che tanto ha fatto in passato, e ancora è così necessaria per un efficace servizio nel mondo di oggi, è un risultato dell’applicazione dei principi su cui ci siamo soffermati a riflettere.

Nel caso del “Catholic Relief Services”, i Vescovi americani hanno pensato e stabilito un completo programma ecclesiale sulla base dei principi di interdipendenza, solidarietà e collaborazione, da portare avanti con acuta sensibilità umana e la potenza della carità cristiana. La motivazione ultima della solidarietà (per la Chiesa e le sue istituzioni) resta l’amore di Dio, in Cristo, per tutti gli uomini: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16).

9. A fianco di queste preoccupazioni sociali c’è e ci deve essere sempre la risposta della Chiesa ai bisogni più elevati dell’umanità. La sua missione religiosa spinge la Chiesa, “opportune et inopportune”, a ripetere con Gesù: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4; cf. Dt 8, 3). Come il Verbo incarnato - e finché egli tornerà nella gloria - la Chiesa deve continuare a vivere la solidarietà con tutti gli uomini, consapevole del fatto centrale della storia: “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1, 14).

Cari fratelli: nell’amore di Cristo invio i miei saluti e benedizioni alle vostre Chiese locali perché siano forti e pratichino la solidarietà nel suo nome.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

top