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VIAGGIO APOSTOLICO IN ZIMBABWE,
BOTSWANA, LESOTHO, SWAZILAND, MOZAMBICO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALL’ASSEMBLEA DEI MEMBRI DELL’INCONTRO INTERREGIONALE
DEI VESCOVI DELL’AFRICA MERIDIONALE (IMBISA)

Convento delle Suore Domenicane di Harare (Zimbabwe)
Sabato, 10 settembre 1988

 

“Ecco io sono con voi tutti i giorni
fino alla fine del mondo”
(Mt 28, 20).

Cari Cardinali e confratelli Vescovi,
membri dell’Incontro Interregionale
dei Vescovi dell’Africa meridionale.

1. Fiduciosi nella promessa di Gesù di essere sempre con la sua Chiesa, siamo riuniti qui, ad Harare - nel suo nome - per la sessione conclusiva della seconda Assemblea Plenaria dell’IMBISA. Riconosciamo che il legame collegiale che ci unisce esiste “per pascere e sempre più accrescere il Popolo di Dio” (Lumen Gentium, 18). Cristo ha voluto che i successori degli apostoli fossero i pastori della sua Chiesa fino alla fine dei tempi.

È motivo di grande gioia per me incontrare ancora una volta i Vescovi delle Chiese dell’Angola, del Botswana, del Lesotho, del Mozambico, della Namibia, di Sâo Tomé e Príncipe, del Sudafrica, dello Swaziland e dello Zimbabwe. Non è stato possibile includere tutti i Paesi in questa visita. Per questo motivo chiedo a voi, Vescovi dell’Angola, di Sâo Tomé e Príncipe, del Sudafrica e della Namibia di portare il mio saluto e la mia benedizione ai vostri sacerdoti, religiosi e laici e di assicurare loro che spero di poter visitare ognuno dei vostri Paesi in una prossima occasione. Chiedo a voi tutti di pregare affinché il Signore mi conceda questa consolazione al più presto.

Negli ultimi mesi, molti di voi sono venuti a Roma in visita “ad limina”. Lì avete testimoniato delle gioie e dei dolori delle vostre Chiese particolari. Lì avete rinnovato la vostra fede e la fede dei vostri popoli sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo ed avete approfondito la comunione ecclesiale che vi unisce al successore di Pietro e a tutta la Chiesa cattolica e apostolica. La mia visita oggi vuole essere un’ulteriore conferma dei legami di unità, carità e pace (cf. Lumen Gentium, 22) che ci uniscono. Nella solenne concelebrazione di domani proclameremo tale unità nel modo migliore possibile, offrendo e partecipando insieme alla comunione del vero corpo di Cristo, che rappresenta la massima espressione della nostra unità e il suo fondamento (cf. Lumen Gentium, 11).

2. Il regno che il Figlio di Dio ha stabilito venendo nel mondo è stato affidato al nostro ministero episcopale. Qui sta la misura della nostra responsabilità. Questo regno è la realizzazione nel tempo del disegno eterno di Dio: rivela la “saggezza” che prima era nascosta ed ora è stata resa manifesta attraverso lo Spirito che scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio (cf. 1 Cor 2, 7-10). “Il mistero nascosto da secoli nella mente di Dio” è stato reso manifesto in Cristo e nella sua Chiesa (cf. Ef 3, 9-10; Col 1, 26-27).

Il nostro ministero episcopale è inseparabile dal mistero di Cristo e della sua Chiesa. Il Concilio Vaticano II ricorda ai Vescovi che essi sono stati “posti dallo Spirito Santo . . .”, hanno la missione di perpetuare l’opera di Cristo, pastore eterno . . ., sono divenuti i veri e autentici maestri della fede, i pontefici e i pastori” (Christus Dominus, 2). In questo tempo e in questo luogo siete stati chiamati ad essere “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4, 1) nell’Africa meridionale, in ognuno dei paesi rappresentati nell’IMBISA.

3. Nella vostra prima Assemblea Plenaria vi siete proposti il compito di discernere la missione profetica della Chiesa nella complessa e varia realtà sociale, culturale e politica della regione. Avete cercato di far conoscere meglio la dottrina sociale della Chiesa, così che la regione potesse prendere una nuova direzione ispirata dal Vangelo. In quell’occasione vi ho scritto per riaffermare l’insegnamento dell’esortazione apostolica di Papa Paolo VI Evangelii Nuntiandi, riguardante la validità perenne del messaggio del Vangelo, poiché esso riguarda l’uomo in tutta la complessità della sua esistenza. In tal modo desideravo sostenervi e incoraggiarvi nella vostra sollecitudine pastorale per tutti i popoli dell’Africa meridionale, e ricordare che ogni forma di ministero e di servizio nella Chiesa deve essere un’espressione dell’amore che è nel cuore di Gesù, un amore che abbraccia tutti gli uomini e le donne nella loro unica realtà umana (cf. “Nuntius scripto datus reverendissimis Episcopis Africae meridionalis missus”, die 2 aug. 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 2 [1984] 152 ss; cf. etiam Redemptor Hominis, 13).

Nella vostra seconda Assemblea Plenaria avete meditato ulteriormente sul vostro ministero alla luce del tema che vi siete posti: la dignità della persona umana. Mentre la vostra riflessione deriva dalla penosa consapevolezza ed esperienza dei molti modi in cui la dignità umana è negata e violata fra la vostra gente, essa tuttavia scorge con gratitudine le molte forme di fratellanza, solidarietà e sete di autentica giustizia che, anche in mezzo alle difficoltà, riempiono i cuori e le vite di tante persone.

4. Molti oggi guardano alla Chiesa, affinché mostri loro come la vita possa essere vissuta in maggior dignità e libertà, come si possa costruire una società più giusta ed umana, come sia possibile ottenere e difendere più efficacemente la pace. In una parola, il mondo guarda alla Chiesa per una testimonianza convincente della salvezza totale che Cristo offre. Il cammino che la Chiesa testimonia è stato chiaramente tracciato nei documenti del Concilio Vaticano II. I suoi frutti costituiscono la grande grazia e il grande dono che lo Spirito Santo offre al Popolo di Dio pellegrino nelle circostanze attuali del suo cammino terreno.

Il Sinodo straordinario del 1985 ha messo a fuoco alcune difficoltà di questo periodo post-conciliare. Ma ha fornito allo stesso tempo indicazioni valide per promuovere l’applicazione del Concilio “in continuità con la grande Tradizione della Chiesa” (Synodi Extr. Episc. 1985 “Relatio Finalis”, 1, 5). Tale Sinodo ha fatto appello ad una maggiore diffusione e comprensione fra le Chiese locali dell’insegnamento del Concilio, e ad un più corretto discernimento fra legittima apertura al mondo e accettazione della mentalità e della scala di valori di un mondo secolarizzato (cf. Synodi Extr. Episc. 1985 “Relatio Finalis”, 1, 4).

5. Desidero ora trattare alcuni punti importanti per il ministero della Chiesa nel momento attuale.

Affinché la Chiesa possa comprendere se stessa, così come è stato sperimentato attraverso il Concilio, vi è la consapevolezza della chiamata alla santità.

La Chiesa è santa perché Cristo si è sacrificato per lei per renderla santa (cf. Ef 5, 25-26). Ma i suoi membri, anche se iniziano a condividere tale santità attraverso la fede e il Battesimo, debbono confermare ancor più pienamente la loro condizione di figli adottivi di Dio e di discepoli di Cristo, fino a raggiungere “la misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13). Essi devono sforzarsi di possedere i frutti dello Spirito fino alla santità (cf. Gal 5, 22; Rm 6, 12). La testimonianza della Chiesa dinnanzi al mondo sarà veramente convincente laddove la santità di vita - vale a dire “la perfezione della carità” (Lumen Gentium, 40) - risplende in donne e uomini santi.

Fra pochi giorni, nel Lesotho, parteciperemo insieme alla beatificazione di padre José Gerard. Questo avvenimento, che riconosce pubblicamente la santità di quest’uomo di Dio, non è semplicemente uno dei tanti eventi nel corso della mia visita. Esso è in realtà il centro del significato spirituale di tale visita. La fedeltà a Cristo, chiaramente testimoniata dal lungo servizio missionario di padre Gerard nel Sudafrica e nel Lesotho, è l’essenza della vita ecclesiale e del vostro ministero. La linea che va dalla santità all’evangelizzazione è diretta, come testimonia la storia dell’evangelizzazione in ogni tempo. E mentre è Dio che dà il raccolto (cf. 1 Cor 3, 6), l’apostolo, quale “collaboratore di Dio” (cf. 1 Cor 3, 9) deve seminare e irrigare. La fedeltà di Dio da parte dell’apostolo per la grazia di Cristo è condizione perché la Chiesa dia frutti.

6. Gli impegni pastorali della Chiesa, anche quelli che manifestano chiaramente la sua opzione preferenziale per i poveri ed i diseredati, resteranno inefficaci se non saranno fondati sull’incessante ricerca di progresso verso la santità cristiana da parte dell’evangelizzatore. Secondo Gesù, l’unione del discepolo con il Padre e il Figlio è essenziale “perché il mondo creda” (Gv 17, 21).

Ciò è quanto i Vescovi del Concilio e i Padri del Sinodo straordinario hanno proposto nelle attuali circostanze della Chiesa e del mondo. Questo è quanto dovete proclamare ai sacerdoti, religiosi e laici delle vostre Chiese particolari. Questo dobbiamo proclamare insieme nel collegio episcopale. Alcune affermazioni del Sinodo straordinario, che forse non hanno ricevuto un’eco sufficiente meritano di essere ribadite. Il Rapporto Finale dice: “Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità . . . soprattutto in questo tempo in cui moltissime persone sentono il vuoto interiore e la crisi spirituale, la Chiesa deve conservare e promuovere con energia il senso della penitenza, dell’orazione, dell’adorazione, del sacrificio, dono di se stessi, della carità e della giustizia” (Synodi Extr. Episc. 1985 “Relatio Finalis”, II, A, 4).

7. La fedeltà a Cristo è anche il motore di tutta l’evangelizzazione. La Chiesa esiste per evangelizzare (cf. Lumen Gentium, 17; Ad Gentes, 1). Come “sacramento universale di salvezza” essa ha l’obbligo per la sua natura cattolica di predicare il Vangelo a tutte le genti. E la “plantatio Ecclesiae” (Ad Gentes, 6) in questa regione dell’Africa meridionale è ben lungi dall’essere completa. Gli appelli che essa riceve di rispondere alle numerose necessità immediate e alle emergenze di natura sociale ed umanitaria non debbono far sì che essa dimentichi lo specifico comandamento del Signore: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28, 19).

Vi incoraggio a continuare ad affrontare con coraggio e saggezza la sfida dell’evangelizzazione dell’Africa. L’Africa ha bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. L’Africa meridionale ha sete del suo regno di “giustizia, fede, carità e pace” (2 Tm 2, 22). Se ci vien chiesto qual è la maggior sollecitudine della Chiesa in Africa meridionale, non dobbiamo esitare a dire: la Chiesa è qui per proclamare la salvezza nel Signore Gesù, “non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12). Compito primario di ognuna delle Chiese particolari che vi sono state affidate è quello di evangelizzare, affinché “tutte le cose siano ricapitolate in Cristo e gli uomini costituiscano in lui una sola famiglia ed un solo Popolo di Dio” (Ad Gentes, 1).

8. In ogni tempo e in ogni luogo la predicazione del Vangelo è stata resa più difficile dalle divisioni fra i cristiani. Questo è un fatto penoso, e va contro l’esplicita volontà di Gesù, che ha fondato la Chiesa come segno e strumento di unità universale (cf. Lumen Gentium, 1). Promuovere i rapporti fra le diverse Chiese cristiane e le comunità ecclesiali è preoccupazione impellente del nostro ministero episcopale. È un compito non sempre facile, poiché esistono differenze fondamentali riguardo al contenuto essenziale della fede. Ma la Chiesa cattolica è irrevocabilmente impegnata nella causa di un genuino ecumenismo, che riconosce l’azione dello Spirito di Cristo ovunque esso si manifesti; essa sa che è lo Spirito che esorta tutti i discepoli di Cristo ad abbracciare la pienezza dei mezzi di grazia e di verità (cf. Unitatis Redintegratio, 3).

Un compito importante è quello di educare i fedeli ad una rispettosa collaborazione ecumenica, senza compromettere la pienezza della fede cattolica, ma evitando ogni senso di rivalità nell’apostolato. So che l’IMBISA e le singole conferenze episcopali sono già profondamente impegnate in questo compito.

9. La costituzione dogmatica della Chiesa insegna esplicitamente che esiste uno stretto legame tra santità di vita e promozione di una società più umana (cf. Lumen Gentium, 40). Non esiste opposizione tra la chiamata alla fede della Chiesa e il suo impegno al servizio dell’amore e della giustizia. “L’amore che spinge la Chiesa a comunicare a tutti la partecipazione gratuita alla volontà divina, le fa anche perseguire . . . il vero bene temporale degli uomini . . . e promuovere una liberazione integrale da tutto ciò che ostacola lo sviluppo delle persone. La Chiesa vuole il bene dell’uomo in tutte le sue dimensioni, prima come membro della città di Dio, e poi come membro della città terrestre” (Congr. Pro Doctr. Fidei “Libertatis Conscientia”, 63).

I due compiti fanno parte della sua missione, ma in modo diverso (Congr. Pro Doctr. Fidei “Libertatis Conscientia”, 64). Essi sono complementari, ma nessuno travalica l’altro.

Deve sempre esistere un’esplicita proclamazione che in Gesù Cristo la salvezza è offerta a tutti i popoli come un dono dell’amore misericordioso di Dio.

10. Nel ventesimo anniversario dell’enciclica di Papa Paolo VI Populorum Progressio, ho sentito mio dovere pubblicare l’enciclica Sollicitudo Rei Socialis come un appello alle coscienze riguardante lo sviluppo sociale nell’attuale momento storico (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 4). Papa Paolo aveva riassunto l’esigenza mondiale di giustizia nella frase: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” (Pauli VI, Populorum Progressio, 87; cf. Sollicitudo Rei Socialis, 10). L’opera di sviluppo deve essere ispirata da principi etici e per questo motivo la Chiesa ha il dovere di proclamare le esigenze del Vangelo in forma di Dottrina Sociale Cristiana che comprende la promozione della giustizia e della pace fra i popoli e la difesa della dignità umana e dei diritti sociali, culturali e morali della persona umana. I membri della Chiesa hanno il dovere di applicare tale dottrina alle realtà della vita quotidiana.

Siete giustamente preoccupati per le sofferenze causate dai conflitti in questa regione, con lo sbarramento della polarizzazione ideologica (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 20) e il deterioramento della situazione socio-economica nei vostri Paesi. La discriminazione razziale, i conflitti che causano un numero sempre maggiore di rifugiati, l’uccisione di persone innocenti ed altre forme di violenza sono chiaramente mali morali. Sono il frutto di peccati personali, e la complicità o l’indifferenza degli individui ha portato a “strutture di peccato” permanenti nella vostra società.

Ogni Chiesa particolare e la Chiesa di ogni Paese è esortata a promuovere una risposta cristiana alle domande di giustizia e di pace presentando la dottrina sociale della Chiesa e promuovendo il dialogo e lo sviluppo. Nello stesso anno in cui ha scritto la Populorum Progressio, Papa Paolo VI ha istituito la Pontificia Commissione “Iustitia et Pax” per studiare questi problemi e sollecitare il Popolo di Dio ad un impegno più efficace in questo campo. Il Simposio dell’IMBISA sulla giustizia e pace nel 1987 ed il seminario Pan Africano del SECAM sulla giustizia e la pace ospitato dall’IMBISA a giugno di quest’anno, costituiscono un importante passo avanti nel servizio della Chiesa alla causa della pace e dello sviluppo in Africa. Allo stesso modo, l’attività del Segretariato per le Comunicazioni Sociali dell’IMBISA, nel promuovere l’uso dei mezzi di comunicazione sociale nell’evangelizzazione e lo sviluppo da parte delle singole conferenze episcopali, esige il vostro incoraggiamento e il vostro sostegno.

Che Dio ispiri voi Vescovi affinché siate personalmente vigilanti e responsabili nell’uso diretto di tali mezzi, e possa egli sostenere i vostri collaboratori in fedeltà all’insegnamento della Chiesa e alla suprema legge di amore che governa ogni servizio nella Chiesa.

In particolare mi appello a voi affinché continuiate a cercare i modi per aiutare i rifugiati e i profughi nei vostri paesi. Hanno perso tutto, molto spesso perfino le loro famiglie e i loro cari. Sovente i loro diritti sono stati violati e la loro dignità umana offesa. Particolarmente encomiabili sono quei sacerdoti e quelle suore che condividono la vita di stenti dei rifugiati allo scopo di occuparsi delle loro necessità spirituali e materiali. La comunità ecclesiale da sola non può risolvere il problema dei rifugiati, né può alleviare tutte le sofferenze ad esso legate. Ma essa deve e può cercare di rispondere con l’amore a questa tragedia. Chiunque accolga uno di questi fratelli o sorelle nel nome di Cristo richiama le benedizioni di Dio sulla terra (cf. Mc 9, 37).

11. Ciascuno dei Paesi qui rappresentati rappresenta una grande speranza per la Chiesa. Desidero ripetere le parole di san Paolo: “Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi” (2 Cor 7, 16). Poiché nei prossimi giorni mi incontrerò con quanti di voi provengono dallo Zimbabwe, dal Botswana, dal Lesotho, dallo Swaziland e dal Mozambico, permettetemi di indirizzare un messaggio particolare ai miei confratelli Vescovi dell’Angola, Sâo Tomé e Príncipe, Sudafrica e Namibia.

12. Signor Cardinale Nascimento e cari confratelli Vescovi dell’Angola.

Vi assicuro che non siete mai lontani dai miei pensieri e dalle mie preghiere a Dio onnipotente, e sono persuaso “che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento” (Fil 1, 6). Ricordo chiaramente la vostra visita “ad limina” del maggio 1986, quando avete condiviso con me le speranze e le aspirazioni dei vostri popoli, come pure le vostre prove e le vostre sofferenze.

Oggi ribadisco tutto quanto ho detto in quell’occasione per quanto riguarda la mia vicinanza a voi e ai vostri sacerdoti che, nonostante i numerosi ostacoli, continuano a rappresentare il Buon Pastore, e a nutrire le vostre comunità con il pane di vita e la Parola di salvezza. Vi incoraggio a continuare ad essere vicini ai vostri sacerdoti, che sono la “parte scelta” del vostro gregge. Guidateli nella loro vita sacerdotale e nel loro ministero come autentici padri spirituali e maestri, e sforzatevi di risolvere tutti i problemi avendo nella mente come punto di riferimento il bene delle anime.

Vi chiedo di esprimere il mio apprezzamento e la mia gratitudine ai religiosi e alle religiose, quelli dell’Angola e quelli di altri Paesi, che si dedicano con tanta abnegazione al servizio della comunità dei fedeli e della società. Spero di poter parlare con loro direttamente in futuro, per dir loro quanto la Chiesa e il Papa apprezzino il loro coraggio di fronte a tante difficoltà, e stimino la loro fedeltà al Signore “con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1, 6). Vi chiedo di incoraggiare a nome mio i catechisti ed i laici, uomini e donne, che stanno diventando sempre più attivi all’interno della comunità ecclesiale, i giovani, che sono particolarmente colpiti dalle attuali difficoltà, gli ammalati, le vittime della guerra e tutti coloro che si trovano nella necessità.

È mia ardente preghiera che la Chiesa dell’Angola, a cominciare da voi Vescovi, sia fortemente unita in una profonda comunione di fede e di solidarietà e che voi vi sosteniate l’un l’altro “come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati” (Ef 4, 4).

Alcuni recenti avvenimenti offrono una positiva ragione di speranza che la missione pastorale della Chiesa, comprese le sue attività sociali e culturali a favore del popolo, possa procedere in un clima di maggior comprensione e di più efficace sussidarietà. Nel settembre dello scorso anno sono stato felice di dare il benvenuto, in una visita in Vaticano, a sua eccellenza, il Presidente José Eduardo Dos Santos e ad altri membri del governo. Più recentemente il Cardinal Roger Etchegaray si è recato in visita nel vostro Paese per mio conto ed ha avuto fruttuosi incontri con il Presidente e con i pubblici ufficiali. Si spera che possano essere tenuti contatti più regolari fra i membri della Conferenza episcopale e le autorità politiche in uno spirito di dialogo e di collaborazione. In tutto ciò la Chiesa desidera soltanto essere libera di adempiere alla propria missione di riconciliazione fra i popoli e di riconciliazione fra l’uomo e Dio. Il suo desiderio è quello di servire la causa della dignità umana in verità e libertà.

Vi assicuro, cari fratelli, che prego costantemente affinché i motivi che stanno alla base del confitto in atto nel vostro paese possano essere chiariti nei colloqui che si stanno tenendo attualmente, e che vengano trovate soluzioni che aprano le porte ad una nuova era di pace e di serenità per il popolo dell’Angola.

Convinto che “Dio colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Gesù Cristo” (Fil 4, 19), prego affinché la fede profonda e spontanea della vostra gente venga ulteriormente rafforzata dalle prove che è stata chiamata a sostenere. Affido la Chiesa dell’Angola all’intercessione di Maria, Regina della Pace.

13. Vorrei anche chiedere al Vescovo Ribas di portare i miei saluti ai fedeli dell’amata diocesi di Sâo Tomé e Príncipe. Sua eccellenza il Presidente della Repubblica, dottor Manuel Pinto da Costa, mi ha gentilmente invitato a visitare il vostro Paese, e mi auguro che ciò sia possibile al più presto.

So che avete molto a cuore la speranza di dare sacerdoti nativi al vostro popolo, e a questo scopo siete impegnati a istituire un vostro seminario. Prego affinché il Signore vi sostenga in tutti i vostri impegni pastorali e che benedica i sacerdoti, i religiosi e le suore missionarie che condividono il vostro ministero di grazia e di pace in nostro Signore Gesù Cristo.

14. Caro Cardinale McCann e confratelli Vescovi del Sudafrica.

Gran parte del vostro ministero consiste nel promuovere una risposta cristiana alle divisioni che esistono all’interno della vostra società. Il problema dell’apartheid, inteso come sistema di discriminazione sociale, economica e politica, impegna la vostra missione, quali maestri e guide spirituali del vostro gregge, in uno sforzo necessario e determinato a contrastare l’ingiustizia e ad esigere la sostituzione di una simile politica con un sistema fondato sulla giustizia e sull’amore. Vi incoraggio a continuare ad aderire fermamente e coraggiosamente ai principi che sono alla base di una pacifica e giusta risposta alle legittime aspirazioni di tutti i vostri concittadini.

Sono consapevole dell’atteggiamento preso nel corso degli anni dalla Conferenza episcopale del Sudafrica, dal primo documento dell’organismo, nel 1952. La Santa Sede ed io stesso abbiamo esaminato con attenzione l’ingiustizia dell’apartheid in numerose occasioni, e più recentemente dinanzi a un gruppo ecumenico di leaders cristiani sudafricani in visita a Roma. Ho ricordato loro che “poiché la riconciliazione è il centro del Vangelo, i cristiani non possono accettare strutture di discriminazione razziale che violano i diritti umani. Ma essi devono anche comprendere che un cambiamento di strutture è legato a un cambiamento del cuore. I cambiamenti cui essi anelano sono radicati nel potere dell’amore, l’amore divino, da cui deriva ogni azione e trasformazione cristiana” (“Ad quosdam seiunctos fratres ex Africa”, 3, die 27 maii 1988: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI, 2 [1988] 1661).

Poiché volete progredire verso il riconoscimento dei diritti di tutti i sudafricani e la loro piena partecipazione alla vita del loro Paese, vi trovate immersi nel drammatico confronto fra posizioni contrapposte. È importante che manteniate la vostra determinazione a trovare una soluzione attraverso il dialogo sostenuto dalla preghiera. Dovete essere pienamente convinti che solo una soluzione negoziata delle differenze può condurre alla vera pace e alla vera giustizia. Una perdita di fiducia nella possibilità di una soluzione pacifica può facilmente condurre ad una maggiore frustrazione e violenza, aumentando la minaccia alla pace, non limitata a questa regione.

Il programma di piano pastorale che avete messo a punto cerca di coinvolgere i fedeli di ogni comunità locale nel processo di costruire la loro unità in Cristo e di applicare gli insegnamenti del Vangelo alla loro situazione. A questo proposito vorrei riferirmi nuovamente alla grande necessità dell’ora presente della quale vi ho parlato durante la vostra visita “ad limina” lo scorso mese di novembre: “La mobilitazione di tutta la comunità ecclesiale nello spirito del Vangelo - che è lo spirito di conversione dei singoli cuori - con le armi del Vangelo, per portare avanti, con il potere del Vangelo, la trasformazione cristiana della società” (“Allocutio ad episcopos regionis Africae Meridionalis occasione oblata visitationis “ad limina” coram admissos”, 4, die 27 nov. 1987: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 3, [1987] 1220).

Quali Vescovi, dovete intraprendere misure per garantire che l’unica Chiesa cattolica, nell’unità della sua fede, dei sacramenti e dell’ordine gerarchico, sia sempre presente in queste comunità. Dovete anche garantire che - come ha sottolineato il Sinodo del 1985 - venga fatta una chiara distinzione fra la legittima pluriformità ed il pluralismo che divide: “Quando la pluriformità è vera ricchezza . . . questa è vera cattolicità. Invece il pluralismo di posizioni fondamentalmente opposte porta alla dissoluzione, distruzione e perdita dell’identità” (Synodi Extr. Episc. 1985 “Relatio Finalis”, II, C, 2).

Cari confratelli, mentre vi sforzate di promuovere l’autentica riconciliazione fra la popolazione del Sudafrica, quale unica via verso una società giusta e pacifica, è estremamente importante sottolineare la necessità del sacramento di Riconciliazione. Senza una rinnovata enfasi su questo sacramento, senza promuoverlo vigorosamente nelle vostre Chiese locali, i vostri sforzi per riconciliare i cuori umani rimarranno incompleti. Ma attraverso il ministero sacramentale della Confessione individuale, tutto un nuovo potere di riconciliazione nel sangue di Cristo verrà liberato nel vostro paese.

Quali servitori del Vangelo, voi scrutate i “segni dei tempi” alla luce del vostro ufficio profetico e sacerdotale. Oggi tali “segni” sono accompagnati da molta pena e molto dolore. I Vescovi provenienti da tutto il mondo per il Sinodo straordinario li hanno visti come un fenomeno universale. Essi scrissero: “Crescono infatti oggi ovunque nel mondo la fame, l’oppressione, l’ingiustizia e la guerra, le sofferenze, il terrorismo e altre forme di violenza di ogni genere. Ciò obbliga a una nuova e più profonda riflessione teologica”. Lungi dal condannare semplicemente questo quadro negativo, i Vescovi del Sinodo hanno espresso la convinzione che “nelle odierne difficoltà Dio voglia insegnarci più profondamente il valore, l’importanza e la centralità della croce di Gesù Cristo. Perciò - essi concludono - la relazione tra la storia umana e la storia della salvezza va spiegata alla luce del mistero pasquale” (Synodi Extr. Episc. 1985 “Relatio Finalis”, II, D, 2). In verità, la croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono il fondamento certo della nostra speranza (cf. 1 Pt 1, 3) e “Il fondamento è la misura di ogni azione liberatrice” (Congr. Pro Doctr. Fidei “Libertatis Conscientia”, 3).

15. Cari Vescovi Hauxiku e Schlotterback.

Assicuro voi ed i fedeli cattolici della Namibia che le vostre sofferenze e speranze per un futuro migliore sono oggetto della mia profonda preoccupazione e costante preghiera. Il tema di questa visita: “Diritti umani: la dignità della persona umana”, può essere immediatamente riportato alla penosa situazione che sta vivendo il popolo della Namibia. La comunità internazionale si è espressa chiaramente e con forza in favore del suo diritto all’autodeterminazione. La Santa Sede ha appoggiato pienamente tale legittima aspirazione ed incoraggia le parti coinvolte nei negoziati che hanno luogo attualmente non soltanto a giungere ad un riconoscimento rapido e positivo del diritto della Namibia alla sovranità e alla indipendenza, ma a intraprendere anche i passi necessari per fare di questa una durevole realtà.

Noi speriamo che le autorità preposte si commuovano dinanzi alle lunghe sofferenze delle popolazioni di questa regione e facciano tutto il possibile per rimuovere gli ostacoli che ancora rimangono per una soluzione definitiva di questo problema con giustizia per tutti. Dobbiamo sempre ricordare che non può esistere una soluzione senza amore fraterno. L’odio è il primo nemico della giustizia e della pace.

La Chiesa è già attiva attraverso le sue opere educative e caritative, ed essa accoglie la sfida di aiutare a costruire la comunità nazionale in autentica armonia. L’importante collaborazione ecumenica già in atto fra comunità cattoliche, luterane ed anglicane in Namibia costituisce una solida speranza di una collaborazione ancora maggiore in futuro.

16. Cari membri dell’IMBISA: per concludere vorrei sottolineare la preoccupazione che è alla base del mio colloquio con voi. Il compito di evangelizzazione e di servizio esige un rinnovamento spirituale a tutti i livelli della Chiesa. Il decreto conciliare sull’attività missionaria ci ricorda che il fervore nel servizio a Dio e la carità verso gli altri sono necessari per “immettere un soffio spirituale nuovo in tutta la Chiesa, che apparirà come la bandiera levata sulle nazioni (cf. Is 11, 12), “come «la luce del mondo» (Mt 5, 14) e «il sale della terra»” (Mt 5, 13) (Ad Gentes, 36). Mentre ci avviciniamo al terzo millennio questa è l’autentica misura della sfida che la Chiesa deve affrontare in ciascuno dei vostri Paesi.

È mia costante preghiera che Maria Madre della Chiesa e Regina della Pace, vi sostenga con la sua materna sollecitudine. Noi i pastori, assolveremo il nostro ruolo essenziale - a condizione che, come Maria, ci dimostriamo umili servitori del Signore (cf. Lc 1, 38).

Dio benedica voi e le Chiese che vi sono state affidate. La pace di Cristo sia con tutti voi!

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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