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VIAGGIO APOSTOLICO IN ZIMBABWE,
BOTSWANA, LESOTHO, SWAZILAND, MOZAMBICO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I PRETI, I RELIGIOSI E GLI AMMALATI
NELLA CATTEDRALE DI MANZINI

Manzini (Swaziland) - Venerdì, 16 settembre 1988

 

Caro Vescovo Ndlovou,
cari fratelli e sorelle.

1. È una grande gioia per me salutare tutti voi nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per noi sulla croce ed è risorto per la nostra salvezza. Nel suo nome ci siamo riuniti in questa Cattedrale per glorificare Dio e ringraziarlo per i doni di vita e di redenzione che abbiamo ricevuto attraverso suo Figlio.

I nostri cuori si rallegrano per la “buona novella” che abbiamo ascoltato un momento fa: Beati i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, beati gli afflitti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i perseguitati (cf. Mt 5, 1-12).

Siamo pieni di fiducia e speranza per queste parole pronunciate dal Figlio di Dio. Le Beatitudini proclamano l’amore di Dio per i vulnerabili di questo mondo, per coloro che sono considerati, da alcuni, membri di seconda classe della famiglia umana o che non sono in grado di condurre una vita piena. Le Beatitudini annunciano l’amore di Dio per tutti coloro che si tengono stretti al Vangelo di fronte ad ogni ostacolo.

Le Beatitudini, inoltre, dischiudono al mondo una più profonda saggezza, basata sulla fede. Esse sono inseparabili dalla croce. Quando gli sforzi umani non possono annullare le devastazioni del peccato guardiamo a Dio con fede per una risposta, e la risposta è Cristo crocifisso. Come ci dice san Paolo: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 22-24).

Questo messaggio si applica ad ogni cristiano, ma io so che ha un significato speciale per molti di voi presenti oggi in questa Cattedrale. Chi fra gli ammalati e gli handicappati può dire che il suo cuore non è stato trasformato dalla esperienza della croce? Chi fra i sacerdoti e i religiosi non ha visto la potenza e la sapienza di Cristo crocifisso all’opera del mondo? Il cammino della sofferenza, il cammino del servizio, possono essere trasformati per grazia di Dio in un dono di sé che è pieno di amore redentore. Questa è la via delle Beatitudini; è la via di Dio rivelata in Cristo.

2. Cari fratelli e sorelle che siete malati o handicappati, il mondo esulta ogni qualvolta superate le vostre limitazioni fisiche invece di lasciarvi opprimere da esse. Ma il Popolo di Dio vi ama teneramente ancor più, perché riconosce in voi una fonte straordinaria di potere spirituale nel cuore dell’umanità. Dio ci assicura che il suo potere è al massimo quando è all’opera in mezzo alla debolezza umana (cf. 2 Cor 12, 9). Voi potete spiegare una vasta riserva di amore per il bene di tutti coloro che hanno particolarmente bisogno della misericordia e dell’aiuto di Dio. Voi edificate il corpo di Cristo nella comunione dei santi, quel legame misterioso per il quale cielo, terra e purgatorio sono uniti in un grande desiderio che Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

Voi partecipate in modo speciale dell’opera redentiva di Cristo. Egli ha vinto il male del peccato, della sofferenza e della morte con l’amore che ha mostrato sulla croce. Unendo amorevolmente le vostre sofferenze alle sue, aiutate a trasformare spiritualmente il mondo dal di dentro. Voi operate una larga breccia nel cuore dell’umanità perché l’amore redentivo di Dio vi possa entrare. Per questa ragione la Chiesa via ama teneramente e chiede le vostre preghiere, come io faccio oggi: pregate perché nel mondo vi siano più perdono e più pace. Pregate per coloro che cercano Dio e hanno bisogno della sua misericordia. Pregate per la Chiesa.

So che, come il resto dell’umanità, voi attraversate momenti di tristezza e di scoramento. Anche voi dovete combattere per superare la tentazione, per conformare le vostre vite al Vangelo, e soprattutto per preservare la fede. Ma non dovete mai permettere a voi stessi di dubitare dell’amore di Dio e della verità di quanto egli ha promesso. Voi non siete dimenticati. Potete trarre conforto dall’esempio di san Paolo, che mentre svolgeva la sua eroica opera missionaria scriveva: “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4, 16).

3. Desidero inoltre rivolgere una speciale parola di saluto e di incoraggiamento ai sacerdoti e ai religiosi dello Swaziland che sono oggi qui presenti, come pure ai sacerdoti e ai religiosi che provengono da altri Paesi. I Serviti, che per primi piantarono il seme del Vangelo nello Swaziland con pazienza e amore, sono stati raggiunti da altre comunità religiose. Non dimentichiamo oggi i pionieri del Regno di Dio in questo Regno dello Swaziland, quelli che hanno iniziato il lavoro, e quelli che l’hanno portato avanti, compreso naturalmente il primo Vescovo di Manzini e primo Vescovo dello Swaziland, Mandlenkosi Zwane. Sono felice per il numero crescente di vocazioni swazi sia al sacerdozio che nelle file dei religiosi, uomini e donne. Per tutti voi ringraziamo Dio! Anche voi potete rallegrarvi nella verità delle Beatitudini, che è sempre all’opera nelle nostre vite e nei nostri ministeri, così come lo è stata nel corso di tutta la storia dell’attività missionaria nell’Africa del Sud.

Come Cristo, che “vedendo le folle” iniziò ad insegnare loro il vero cammino verso la felicità (cf. Mt 5, 1), anche voi, sacerdoti e religiosi, avete una missione profetica. Voi invitate la gente a mettere da parte il modo di pensare terreno e a cercare il Regno di Dio. Li invitate ad avere fede in ciò che non si può vedere. Quelli che le Beatitudini chiamano beati, sperimentano già “la bontà del Signore” in questa vita, ma il loro completo riscatto è riservato al Regno che verrà. Ecco perché san Paolo ci dice che noi camminiamo “nella fede e non ancora in visione” (2 Cor 5, 7). E ciò si applica a noi stessi come pure al nostro popolo. Quali sacerdoti e religiosi impariamo la pazienza e l’umiltà nel nostro lavoro. Come i “poveri in spirito”, sappiamo che senza Dio i nostri sforzi sono vani. Facendo assegnamento sul suo aiuto, possiamo perseverare nell’adempiere al compito apostolico: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 2).

4. La nostra esperienza di fede insegna a tutti noi - sacerdoti, religiosi e laici - quanto noi dipendiamo da Dio, ma la lezione non termina qui. Se la fede ci dà la ferma convinzione che “noi non siamo dimenticati”, essa per parte sua ci insegna che non dobbiamo dimenticare gli altri, soprattutto i bisognosi. Possiamo essere tentati dal mostrare rispetto soltanto nei confronti dei grandi della terra, di riservare il nostro amore soltanto alle nostre famiglie e ai nostri amici. Ma Cristo ci insegna che, nel bene e nel male, quello che facciamo all’ultimo dei nostri fratelli, lo facciamo a lui (cf. Mt 25, 40).

Certamente il nostro amore, come quello di Dio, deve abbracciare la persona umana in ogni dimensione. La nostra preoccupazione riguarda il benessere di ogni membro della famiglia umana. La spiritualità comprende necessariamente coloro che non hanno ancora udito il Vangelo o coloro che, dopo averlo ascoltato, si sono allontanati dalla pratica della loro fede; coloro che hanno bisogno della catechesi o di incoraggiamento e guida morale, soprattutto i giovani e le coppie sposate. Allo stesso modo l’amore cristiano abbraccia tutti coloro che sono nel bisogno fisico o materiale; gli ammalati e gli invalidi, i poveri e disoccupati, i senza tetto e gli affamati, gli oppressi, i perseguitati e i carcerati.

Esiste inoltre il grave flagello dei rifugiati. Come ho scritto nella mia ultima enciclica sulla questione sociale, il problema dei rifugiati è una “piaga” che priva milioni di persone di “casa, lavoro, famiglia e patria” e che è “tipica e rivelatrice degli squilibri e dei conflitti del mondo contemporaneo” (Sollicitudo Rei Socialis, 24). So che nello Swaziland la Chiesa, come pure le pubbliche autorità ed organizzazioni non governative e internazionali, hanno svolto un duro lavoro per venire incontro alle necessità dei rifugiati. Il governo e il popolo dello Swaziland debbono essere lodati per l’ospitalità e la gentilezza dimostrati nei confronti di questa gente, e per tutto quanto hanno fatto per la loro risistemazione, nonostante le limitate risorse ed il problema della disoccupazione. Questa politica nazionale è un tributo alla memoria del vostro ultimo venerato re Sobhuza II, che l’ha avviata, e al monarca regnante, re Mswati III, che ha seguito l’esempio di suo padre.

5. Cari fratelli e sorelle: abbiamo riflettuto sulle Beatitudini e sulla loro promessa di riscatto futuro per i poveri e gli umili. Abbiamo meditato sulla croce di Cristo e sul suo potere di portare salvezza e redenzione nel mondo. È giusto che ciò sia avvenuto in questa Cattedrale, eretta in onore dell’Assunzione di Maria, corpo e anima, nella gloria del cielo.

Come umile “serva” del Signore (cf. Lc 1, 38), la Vergine di Nazaret è stata il modello di tutte le Beatitudini. Come “Madre Addolorata” essa ha partecipato in modo unico alla morte redentrice di suo Figlio sulla croce. Adesso, dal cielo, essa testimonia il compimento di tutte le promesse di Dio: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1, 48-49).

Quali pellegrini che camminano ancora “nella fede e non in visione”, rivolgiamoci alla Madre di Dio per ricevere speranza e conforto. Uniamo le nostre gioie e i nostri dolori ai suoi. Lei ci insegnerà il significato delle Beatitudini. Lei ci condurrà nel mistero della redenzione: nel mistero dell’amore redentivo.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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