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VIAGGIO APOSTOLICO IN ZIMBABWE,
BOTSWANA, LESOTHO, SWAZILAND, MOZAMBICO

ALLOCUZIONE DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA NAZIONE
NELLA SEDE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE

Maputo (Mozambico) - Domenica, 18 settembre 1988

 

Signor Cardinale e venerabili confratelli nell’episcopato.

È sempre “buono e soave che i fratelli vivano insieme” (cf. Sal 133 [132], 1). Gioisco profondamente, infatti, dopo queste giornate intense, per questo incontro fraterno con voi, prima di tornare a Roma. È il momento, innanzitutto, di rendere tutti insieme grazie a Dio, riassumendo in armonia con il suo pensiero, i momenti più significativi dell’incontro del successore di Pietro con i nostri fratelli e le nostre sorelle in Gesù Cristo e con il popolo del Mozambico: “Siano rese grazie a Dio, il quale diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero” (cf. 2 Cor 2, 14).

Desidero inoltre esprimervi la mia riconoscenza, amati fratelli Vescovi, eletti per guidare nella fede e servire nella carità le Chiese particolari del Popolo di Dio e peregrino in Mozambico. Sono profondamente grato a questa Conferenza episcopale per avermi invitato, insieme alle autorità del Paese, a venire qui, come pure per la generosa dedizione, sollecitudine e sacrifici nell’accurata preparazione di questa visita; riconosco, con soddisfazione, la lungimiranza che avete dimostrato nel prevedere la sua continuità, affinché produca abbondanti frutti di rinnovamento nella vita cristiana e contribuisca al maggior bene del popolo mozambicano.

2. Pregando e meditando sui diversi incontri che avrei potuto avere in questo breve pellegrinaggio e in questa mia partecipazione alla vita della Chiesa nella vostra terra, in un delicato momento di ricostruzione e di crescita, questo, con voi, mi è sembrato sempre il più importante, fra quelli che la Provvidenza mi ha permesso di avere e fra i molti da me auspicati e che non sono stati possibili. Importante per la doppia responsabilità che avete in questo momento: verso la Chiesa del Mozambico e verso la società e le istituzioni umane dove si esprime la cultura, intesa come totalità di vita, del caro popolo mozambicano.

Infatti, insieme all’evangelizzazione e facente parte di essa, e come sottolineato dal recente Concilio Vaticano, è dovere dei Vescovi:

- mostrare, nell’annunciare il mistero di Cristo nella sua integrità, che le cose terrene e le istituzioni umane, nel disegno di Dio creatore, sono finalizzate alla salvezza degli uomini;

- insegnare, secondo la dottrina della Chiesa, il valore della persona umana con la sua libertà e la sua dimensione fisica; la famiglia con la sua stabilità ed unità; la procreazione e l’educazione dei figli; la società civile con le sue leggi e le sue professioni; il lavoro e il riposo, le arti e la tecnica; la povertà e la ricchezza;

- esporre i principi secondo cui bisogna risolvere i gravissimi problemi della proprietà, della promozione e della giusta distribuzione dei beni materiali, della pace e della guerra e della convivenza fraterna di tutti i popoli (cf. Christus Dominus, 12; Ioannis XXIII Pacem in Terris, passim.).

Partendo da queste dimensioni del nostro ministero di educatori della fede, del Popolo di Dio, in una continuità ideale con quello che vi dissi qualche mese fa a Roma durante la vostra visita “ad limina” e con quello che ho ricordato qualche giorno fa in occasione dell’assemblea dell’IMBISA, desidero incoraggiare alcune delle vostre opzioni quali pastori diretti del Popolo di Dio che qui pellegrina.

3. Non avendo tempo sufficiente per scambiare le prime impressioni relative all’incontro con questa realtà viva che è la Chiesa nel Mozambico - per me impressioni ottime - vi rinnovo la certezza che tutti noi abbiamo la consapevolezza di quanto sia arduo il vostro compito, per le difficoltà che siete chiamati a superare nel vostro lavoro quotidiano, difficoltà che derivano dalla storia passata e recente e dall’attività della vostra giovane nazione.

Vedendosi in condizioni nuove e sotto molti aspetti delicate, nel momento dell’indipendenza, la Chiesa del vostro Paese si è trovata di fronte ad un bivio e a limitazioni di vario genere. Tali limitazioni si sono aggravate sempre più a causa della problematica, non del tutto nuova ma diversa, di una violenza che subito cominciò a dominare praticamente tutto il Mozambico, con il suo seguito di mali fisici, morali e sociali.

4. Per menzionare soltanto alcune delle sfide poste alla vostra sollecitudine di pastori, vorrei ricordare l’isolamento delle comunità cristiane - ormai in precarie condizioni di assistenza per l’allontanamento di molti missionari - che hanno potuto contare sulla vostra generosità e sui grandi sacrifici degli animatori, dei vostri collaboratori diretti nel sacro ministero e di voi stessi, per garantire loro un minimo di assistenza e il collegamento con i centri missionari e con voi, come garanti della comunione nella Chiesa universale.

Un altro motivo di preoccupazione nella vita pastorale è lo spostamento della popolazione, che cerca riparo o sopravvivenza in altre zone più sicure, dentro e fuori i confini nazionali. Migliaia e migliaia di rifugiati e dislocati. In questo modo le famiglie si disgregano, le comunità si smantellano e l’evangelizzazione soffre a causa della violenza; una violenza che semina terrore e uccide, che disumanizza i cuori e rende difficili vivere e convivere. Con grande perizia, avete avuto la preoccupazione di lanciare una pastorale peculiare, a favore dei rifugiati, con l’aiuto caritatevole della Chiesa dei Paesi vicini al vostro. Questa è stata e continua ad essere una convincente prova di comunione nell’amore di Cristo.

5. Non potendo menzionare tutta la serie di iniziative in cui si è concretizzato il vostro zelo pastorale, desidero condividere la vostra gioia perché sono apparsi all’orizzonte della speranza segni incoraggianti di vitalità della Chiesa nel Mozambico: uomini e donne che tornano ad affollare i luoghi di culto e ad osservare la pratica cristiana e ad accostarsi ai sacramenti; i molti giovani che tornano alle comunità parrocchiali; il discreto numero di vocazioni e di persone che bussano alla porta degli istituti di vita consacrata e che cominciano ad affollare i vostri seminari minori mettendosi in cammino verso il vostro seminario maggiore nazionale.

Questa manifestazione di vita deve essere accolta, purificata, santificata ed organizzata per dare sempre più frutti. Il vostro cuore di pastori non può non colmarsi di gioia di fronte a queste certezze e promesse nella “vigna del Signore”, come non può non sentirsi esortato il vostro cuore a rispondere alle aspettative di queste moltitudini, che hanno fame nel corpo e nell’anima, che cercano nei pastori la “compassione”" del Buon Pastore (cf. Mc 8, 2).

Ma nel vostro animo nascono le interrogazioni dell’Apostolo quando sottolineava che lo stesso Signore di tutti è generoso con tutti coloro che lo invocano: ma come lo devono invocare senza credere, senza avere sentito parlare di lui, senza che ci sia chi preghi, senza disporre di “inviati” dello stesso Signore? (cf. Rm 10, 14 ss). Sottolineo questo punto, amati fratelli, perché la principale delle vostre preoccupazioni pastorali è la promozione delle vocazioni sacerdotali. E “non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14, 27) e siate perseveranti e pazienti come il lavoratore (cf. Gc 5, 7).

So che siete attenti e diligenti nell’aiuto a coloro che hanno la vocazione alla vita sacerdotale e alla vita consacrata in vista di una Chiesa locale sempre più forte; come so anche che non avete perduto di vista la netta distinzione, sottolineata dal Concilio Vaticano II, fra i due tipi di chiamata di Dio, che bisogna rispettare, lasciando agli interessati assoluta libertà di scelta. Si tratta di un dono e di un’iniziativa di Dio per arricchire la Chiesa.

6. Il divino Maestro, partendo da una riflessione sul discepolato, ci ha voluto insegnare la necessità di accostarci alla Mensa e calcolare i mezzi e le forze di cui disponiamo per l’edificazione e per la difesa del Regno di Dio con la duplice preoccupazione: che il sale conservi sempre il sapore (cf. Lc 14, 25) e che le provvidenze umane non pospongano mai la provvidenza del Padre celeste (cf. Mt 6, 25 ss).

Per questo, fermi nella convinzione che egli è il Signore e che è lui che “suscita in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2, 13), in armonia con il nostro tempo, caratterizzato da una perfetta organizzazione e lungimiranza, dobbiamo pianificare pastoralmente e sapere “investire” i mezzi e le forze a disposizione. In questo senso vorrei esortarvi a proseguire nell’impegno di valorizzare e moltiplicare chi continuerà la vostra azione pastorale puntando su:

- fiducia, responsabilità e formazione sacra, totale e permanente per i sacerdoti e per i laici impegnati, curando gli aspetti dottrinali, spirituali, liturgici e di guida;

- catechesi, continua che impegni le famiglie nella comprensione, nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei giovani in risposta alla fiducia da loro dimostrata verso la Chiesa;

- ricostruzione della famiglia secondo il disegno divino con il suo ruolo insostituibile di luogo privilegiato di culto e trasmissione della vita e dei valori autentici, compresi i valori della fede cristiana;

- ecumenismo e dialogo chiaro e adeguato, con i fratelli cristiani e coloro che professano altre religioni;

- preghiera, molte preghiere per la pace nel Mozambico.

7. Sono giunte nel profondo del mio cuore le parole che mi ha rivolto il presidente di questa Conferenza episcopale in occasione della recente visita “ad limina”; condividendo con me gioie e preoccupazioni, vostre e del vostro popolo: “Constatiamo con dolore - diceva dom Paulo Mandlate - che la guerra affligge sempre più il nostro Paese e distrugge le infrastrutture indispensabili allo sviluppo del Mozambico. La guerra in corso distrugge, uccide indiscriminatamente migliaia di innocenti indifesi, soprattutto bambini, donne e anziani. Cresce il numero dei rifugiati e profughi di guerra costretti a vivere in condizioni umilianti e incompatibili con la dignità umana. Molti missionari e missionarie hanno dovuto abbandonare le zone del loro lavoro; molte comunità cristiane si sono disgregate o sono state private dell’assistenza sacerdotale nelle zone considerate di guerra. Il problema della fame si è aggravato”.

A conclusione della mia visita pastorale posso affermare che soltanto vedendo si può comprendere bene l’intensità della sofferenza che si vive in questo Paese, così gravemente ferito e dissanguato. Intanto ringrazio Dio, voi fratelli e quanti mi hanno dato la possibilità di incontrare l’amato popolo mozambicano, che soffre molto ma dà dimostrazioni di fiducia e di coraggio e continua a sperare.

Posso dire che si percepisce bene la fede di questa gente in un futuro diverso. E in un Paese dotato di risorse e con un ruolo da svolgere nello sviluppo di questa zona dell’Africa Meridionale, questo futuro sembra essere a portata di mano. Prima, però, bisogna bandire tante miserie che affliggono questa patria devastata dalla violenza.

8. L’origine di questa violenza è ben nota. Dopo tanti anni di guerra per l’indipendenza, è venuto un breve periodo di gioia, comprensibile per l’importanza dell’obiettivo raggiunto, che, come si sa, non costituisce un fine in se stesso.

Per rendere un popolo culturalmente e giuridicamente unito, in modo da costituire una vera nazione c’è bisogno di idee e di modelli a cui rifarsi. L’esperienza di questo continente africano ci insegna che si tratta di un problema che non può essere semplificato. In modo analogo, non può essere minimizzato il problema del confronto con le ideologie, intendendo con questo termine un insieme di idee in una visione organica e con prospettive pratiche.

Questo confronto presuppone una coscienza socio-politica, in cui ci sono valori peculiari e un’identità che caratterizza un determinato popolo o un insieme di popoli, gli dettano il comportamento e sottolineano il suo impegno comune nel costruire la nazione, con una propria personalità.

Naturalmente, non sempre le esperienze di questo tipo hanno esito positivo. In linea di principio, dicono gli studiosi, l’Africa crede che lo sviluppo dipenda dall’uomo e dal popolo, come protagonisti, in piena libertà.

9. Comunque è successo fra voi che, a poco a poco, vasti strati della popolazione hanno iniziato a mostrare malcontento, impazienza e insoddisfazione per il modo in cui veniva gestita la cosa pubblica e per alcune decisioni impopolari prese allora, contrarie al sentimento della gente del Mozambico.

Come sempre succede in situazioni di questo genere, dove e quando manca la solidarietà, il significato di “altro” come “simile” - persona, popolo o nazione - sono intervenuti dall’esterno elementi nuovi, utilizzando come mero “strumento” la giovane nazione e rendendole difficili i primi passi incerti, cosa che avrebbe contribuito ad escluderla per lungo tempo dal banchetto della vita (Sollicitudo Rei Socialis, 39). Le manifestazioni ostili ai governanti e alle strutture del nuovo stato sono andate sempre più aumentando fino a raggiungere le proporzioni di una violenza dichiarata, favorita anche da difficoltà economiche a cui si sono aggiunte le calamità naturali di quel periodo.

E siccome la violenza genera violenza, si esasperavano gli estremismi fino al fanatismo e all’odio fra gruppi opposti determinando la triste situazione che ultimamente si vive qui: un paese ricco di promesse, diviso e percorso da gente armata che dà libero sfogo agli istinti della violenza con azioni di vendetta e di morte.

10. Da qui, da questo accenno ad un quadro che vi è familiare, la necessità urgente per il caro popolo del Mozambico che venga ritrovata l’unità e la concordia degli animi a livello nazionale. E la Chiesa, quando proclama questa necessità e indica le vie della riconciliazione vuole solo contribuire al bene massimo della nazione. Come si sa, voi, amati fratelli non avete trascurato di prodigarvi per eliminare le cause di questa penosa situazione le cui conseguenze recano sofferenza a tanti innocenti.

La vostra sollecitudine, come Vescovi, è stata naturalmente suscitata dalla situazione concreta; vi siete sentiti in dovere di interpellare i responsabili del ristabilimento della pace in Mozambico, mossi da un’inquietudine profonda, vedendo il vostro popolo innocente soffrire e perdere i valori essenziali e naturali di bontà e di convivenza pacifica, che tradizionalmente possiede. Al sentire il pianto di coloro che soffrono era giusto che, seguendo il Buon Pastore voi seguiste la sua voce, esercitando la vostra responsabilità morale; oltretutto la virtù della solidarietà nel bene comune è impegno per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili nei confronti degli altri (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 38).

11. Oggi e in questo luogo desidero dare il mio appoggio ancora una volta e sostenere il vostro grande impegno, lanciando un sentito appello, che parte dal fondo del mio cuore, a quanti si trovano in un modo o nell’altro coinvolti in questa guerra:

- a tutti quei figli di questo caro popolo del Mozambico paziente e coraggioso che desiderano il bene comune e affrontano con sentimenti di umanità il futuro della propria nazione: affinché mettano da parte le azioni distruttrici e cerchino di rispettare ciò che resta come base per curare le ferite aperte e salvare tanti fratelli dalla morte prematura e dall’ingiustizia; che pensino prevalentemente allo sviluppo e al progresso di tutti, in fraterna convivenza pacifica;

- a tutti quei figli di questo caro popolo di Cristo che hanno il compito di gestire il bene comune e che, certamente, desiderano solo l’autentico progresso della nazione e la felicità dei propri fratelli e delle proprie sorelle, affinché uniscano costruttivamente i propri sforzi, in quanto è urgente e importante, obbedendo agli imperativi etici di servire, giacché di questo sono stati incaricati.

A tutti senza eccezione voglio dire, facendo mie le parole proprie dei miei fratelli Vescovi: ricordatevi della responsabilità di fronte alla famiglia umana e alla storia. Le armi non portano alla vera pace, umana e duratura. La guerra genera la guerra e la pace nata dalla guerra delle armi, sarà sempre una pace forzata, illusoria e precaria. Abbandonino tutti i cammini della violenza e della vendetta e riprendano i cammini della giustizia, della dignità, del diritto e della ragione: smettano di uccidere se vogliono domani un popolo pacifico, solidale e fraterno intraprendano oggi la strada della riconciliazione e del dialogo (cf. CEM “A paz é possível”, Quaresma de 1985).

12. Rivolgo anche il mio appello alla comunità internazionale, una volta ancora, dal suolo del Mozambico, in nome del Principe della Pace, Gesù Cristo: che si faccia tutto il possibile perché in questo Paese non sia ulteriormente fomentata la discordia; e che siano fatti tutti gli sforzi perché qui la solidarietà umana diventi veramente effettiva. Si tratta di un tipo di società che si trova ai limiti della sopravvivenza: le persone muoiono a causa della violenza e della fame. Questa nazione ha bisogno dell’assistenza di altri popoli e della comunità internazionale per essere messa in condizione di dare, anch’essa, un contributo per il bene comune attraverso i suoi tesori di umanità e di cultura che altrimenti si perderanno per sempre (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 39).

Mi sia permesso di sottolineare l’urgenza di questa solidarietà, mirando ad una rapida e completa pacificazione e a portare immediati soccorsi per salvare un grande numero di vite umane; mirando all’elaborazione di piani di aiuto a breve termine per l’indispensabile ricostruzione delle infrastrutture di sopravvivenza e, quindi, per lo sviluppo integrale di questo amato popolo mozambicano.

So che la comunità internazionale, attraverso le organizzazioni governative e non governative, ha già dato testimonianza, per quanto le è possibile, della sua solidarietà: ma si tratta di una solidarietà che non può fermarsi, che forse necessita di essere intensificata. “Più che di un aiuto materiale - dichiarava il Cardinale Roger Etchegaray, dopo una visita a mio nome in questo Paese - il Mozambico ha bisogno di essere appoggiato nei suoi sforzi per ricomporre il tessuto sociale lacerato: le ferite morali sono molto più difficili da sanare di quelle fisiche. È arrivato il momento perché questo popolo coraggioso trovi la sicurezza e l’armonia senza le quali non potrà raggiungere né il progresso né il benessere”.

13. A voi come Vescovi della Chiesa in mezzo a questo popolo che soffre, affido tutto ciò che ho nel cuore, poiché è a voi che spetta cooperare direttamente, con la vostra specifica missione, per risparmiare agli innocenti tanta sofferenza e per dare agli affamati i beni di prima necessità, affinché sia debellato anche il flagello della fame.

Senza pace questo Paese non potrà svilupparsi e camminare verso il futuro, a testa alta con le altre nazioni che formano la famiglia umana; senza pace non verranno riabilitati e messi nella giusta luce gli autentici valori tradizionali di questo popolo, fra i quali risaltano lo spirito di famiglia ampliata e l’amore per la vita; senza pace non potrà essere migliorata la qualità della vita e non ci sarà spazio perché Cristo Signore, attraverso l’evangelizzazione, continui qui a realizzare il suo desiderio: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (cf. Gv 10, 10).

La Chiesa cattolica, come anche le altre Chiese cristiane, non ha mai smesso di proclamare il Vangelo della pace nel Mozambico; ed è seriamente decisa, come ho ripetuto, a dare il suo contributo per la concordia, l’unità e lo sviluppo di questo popolo. E in questo disegno si inserisce quanto vi ho appena detto e anche il servizio pastorale che sono venuto a compiere qui.

Sì, amati fratelli, ho visto sanguinare il cuore di questo popolo. Rivolti verso la croce e verso la risurrezione, andiamo avanti fiduciosi. Ho guidato nella carità la Chiesa che qui peregrina, perché ognuno dei suoi membri possa “avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità” (cf. Lumen Gentium, 41) e perché l’unico gregge di Dio continui ad essere simbolo, a offrire il Vangelo della pace a tutto l’amato popolo del Mozambico.

14. Per fedeltà al suo Signore, la Chiesa non può limitarsi a proclamare una speranza intramondana, come non può impegnarsi in liberazioni parziali e solo di ordine temporale. Essa vive la consapevolezza della promessa divina, che le assicura che la storia presente non rimane chiusa in se stessa, ma è aperta al Regno di Dio (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 46). Per questo, quando si rivolge verso l’uomo, l’uomo che soffre, essa ha presente le dimensioni di questo regno e cerca di elevare lo stesso uomo alla speranza ultraterrena.

La Chiesa ha fiducia nell’uomo, anche se conosce tutta la perversione di cui questo è capace, perché sa che in ogni persona umana ci sono qualità ed energie sufficienti a mantenere o riconquistare la propria dignità: esiste della “bontà” fondamentale (cf. Gen 1, 31), perché è immagine di Dio creatore, posta sotto l’influsso redentore di Gesù Cristo - che si è unito ad ogni uomo nell’incarnazione - e perché l’azione efficace dello Spirito Santo “riempie il mondo” (cf. Sap 1, 7).

Riaffermando questa fiducia nell’uomo del Mozambico, in nome di Maria santissima - modello del modo di vedere e accettare il piano divino della salvezza - imploro per voi, amati fratelli, e per le vostre cristianità, la fedeltà nella speranza, l’audacia nell’amore e il coraggio per credere, che traspaiono nell’inno al Dio della misericordia, che è il “Magnificat”.

Con la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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