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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DEL NUOVO REPARTO
DI TERAPIA CARDIOLOGICA INTENSIVA
DEL POLICLINICO «AGOSTINO GEMELLI»

Sabato, 24 settembre 1988

 

Illustri signori.

1. Sono lieto di trovarmi qui fra voi per un avvenimento importante qual è l’inaugurazione, compiuta poco fa, del nuovo “reparto di terapia cardiologica intensiva” presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di questa Università. Si tratta certamente di un momento significativo nel processo di adeguamento delle strutture sanitarie alle conquiste tecnologiche, che è l’obiettivo al quale questa Facoltà è molto sensibile.

Il nuovo reparto, infatti, assicura moderni mezzi di diagnosi e terapia per una delle emergenze più critiche nella storia di una cardiopatia, lo scompenso cardiaco, evento che, per la sua frequenza e pericolosità, rappresenta un’autentica sfida al diagnostico e al terapeuta.

Per celebrare la realizzazione di tali nuove strutture avete organizzato un simposio scientifico avente per tema: “Nuove prospettive nella fisiopatologia e nella terapia dello scompenso cardiaco congestizio”. Saluto tutti gli illustri Professori ordinari di Cardiologia che hanno preso parte a questo importante convegno, apportandovi il contributo delle loro ricerche e delle proprie esperienze quotidiane a contatto con i malati.

Mentre esprimo il mio compiacimento per questo fervore di attività che l’Università Cattolica del Sacro Cuore promuove per favorire il progresso scientifico, rivolgo il mio particolare saluto al Rettore Magnifico, professor Adriano Bausola, e al professor Ugo Manzoli, ai quali va la mia profonda gratitudine anche per le amabili espressioni con cui hanno voluto accogliermi ed introdurre questo significativo incontro. Ringrazio pure l’Accademia Nazionale delle Scienze, detta dei Quaranta, per il cospicuo dono delle apparecchiature, in esecuzione delle volontà di Cesare Tumedei.

L’odierna inaugurazione, e i lavori del simposio appena concluso, mentre ribadiscono la volontà dell’uomo di servire sempre meglio la vita mediante l’impegno convergente della scienza e della tecnica, fanno riflettere sulla natura di una terapia intensiva che, per raggiungere veramente la realtà integrale del paziente, dev’essere insieme morale e spirituale, cioè “umana”.

L’amministrazione della vostra Università ha inteso creare un nuovo reparto di terapia intensiva nel contesto dell’obiettivo più generale dell’“umanizzazione della medicina”, a cui urge essere tanto più sensibili quanto più critiche sono le condizioni del paziente.

2. Le nuove strutture, e i contributi scientifici apportati da tanti illustri docenti, varranno ad assicurare l’assistenza ai pazienti affetti da infarto del miocardio con metodologie di avanguardia, atte a migliorarne la qualità della vita. Quanto ciò sia importante appare con evidenza se si considera che l’unità di terapia intensiva presuppone la presenza di pazienti che, esposti a gravissime forme di rischio, versano in una condizione che sfiora addirittura la soglia del mistero. Lo studio della terapia intensiva, perciò, svolge un ruolo qualificante nell’ambito di una Facoltà di Medicina e Chirurgia in una Università che si dice e vuole essere cattolica. Se, infatti, la facoltà di medicina in qualsiasi università è istituzionalmente destinata a preparare medici idonei, tale facoltà in una università cattolica deve prefiggersi specificamente lo scopo di preparare medici ed operatori sanitari non solo a misura dell’uomo, ma anche in vista ed a servizio della sua dimensione religiosa e trascendente. Sappiamo che l’uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza, è unità inscindibile di materia e di spirito, in cammino nel tempo verso un’altra condizione di vita, che sarà eterna.

Per assicurare al paziente un’assistenza che investa l’“integrità della persona”, occorre che quanti s’affaticano al suo capezzale si muovano, oltre che secondo i parametri della scienza, anche secondo quelli dello spirito, che è quanto dire, secondo questa visione totale della vita umana.

Pertanto in tutte le facoltà di medicina delle università ci si dovrà adoperare perché sia assicurata una formazione scientifica accompagnata da idonea formazione morale e spirituale alla luce del messaggio cristiano. Una formazione che sarà opportunamente impartita anche a coloro che non hanno il dono della fede, poiché i valori evangelici non circoscrivono, ma allargano le prospettive della scienza proprio nel senso del servizio all’uomo.

3. Questo approccio integralmente umano, perché illuminato dal riferimento alla trascendenza ed al destino superiore dell’uomo, raggiunge il paziente nella totalità della sua condizione e preserva l’operatore sanitario dal pericolo di cedere all’abitudine e di farsi meno sensibile di fronte alla sofferenza dell’infermo. Se la professione sanitaria trascurasse o smarrisse il senso della vocazione e della missione, verrebbe meno ogni capacità di raggiungere l’uomo nella profondità del suo essere e sarebbe evanescente l’ideale del servirlo come fratello. Allora anche le più sofisticate metodiche di intervento mancherebbero al loro fine, limitandosi a rispondere a semplici istanze di laboratorio, e non già alla preminente domanda di vita.

La legittima fierezza, che nasce dal poter disporre di un nuovo reparto tecnicamente molto avanzato sia dunque occasione per riflettere sulla necessità e l’urgenza di una sempre più accurata formazione professionale e spirituale per il bene di chi è sofferente ed insieme fratello.

Con animo grato imploro ogni divina ricompensa su quanti, con la generosità del loro contributo economico e per l’intenzione di tradurre in strumento di bene il frutto del loro lavoro, hanno reso possibile l’attuazione di questa iniziativa al servizio della vita, che è dono di Dio.

A tutti i partecipanti al convegno, e in particolare agli organizzatori e relatori, imparto la mia benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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